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Carlo A. Pelanda
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Libero

2013-6-30

30/6/2013

Troppo poco

Non basta. Spiace dirlo ad un governo che sta tentando, pur con esiti ambigui, di non alzare le tasse e ad un ministro dell’Economia che merita stima. Ma va segnalato ai lettori che piccole misure mirate a mantenere in equilibrio quello che c’è, senza scossoni forti, invertirà troppo tardi la recessione e, soprattutto, renderà lentissima la ripresa. Ciò significa, semplificando, che quel 1/3 dell’economia italiana moribondo dopo anni di recessione non potrà rinascere. Infatti l’Istat, tempo fa, ha previsto l’aumento della disoccupazione al 12,4% fino a 2014 inoltrato, anno in cui è ipotizzato un piccolo rimbalzo del Pil di circa lo 0,5%. Ma con un Pil 2013 proiettato verso il – 2% è a rischio anche questa minima crescita per l’anno dopo. L’idea che il miliardo mezzo ottenuto dalla Ue per i giovani possa essere un sollievo è illusoria. Il lavoro viene creato dal mercato e non dagli incentivi. Proprio perché, a causa delle depressione perdurante del mercato, non troveranno lavoro, allora il governo darà loro un po’di borse di studio e simili per stare nei luoghi di formazione, pesando meno sulle famiglie. Un sollievo, ma non certo una soluzione. Come potremmo, tuttavia, pretendere che un governo sostenuto da una maggioranza fatta di opposti, tra l’altro dipendenti da capi partito e non rappresentanti un popolo, tagli spesa e tasse per almeno 75 miliardi in due o tre anni, misura necessaria per invertire velocemente la recessione e spingere la ripresa italiana verso incrementi del Pil attorno al 3% per un lustro, facendo così occupazione vera? Non possiamo. Questa formula di governo voluta e presidiata da Napolitano serve a tenere in equilibrio un’Italia ed il suo debito, nell’ambito di una politica disordinata, affinché un suo botto non scassi l’Europa. Tale obiettivo è condivisibile per creare una controparte integrata all’America affinché si formi un mercato unico euroamericano in prospettiva (negoziati in corso) che sarà la salvezza del lavoro da noi – si stimano massimi vantaggi per l’Italia - nonché dell’euro via convergenza con il dollaro e che permetterà, inoltre, di bilanciare la tendenza verso la trasformazione dell’Europa nel 4° Reich, impedendolo grazie a Washington e ad una Londra con nuovi motivi per restare nella Ue. Ma tale buon esito comincerà a far sentire gli effetti, nel caso migliore, attorno al 2018, e i numeri economici italiani mostrano una crescente probabilità che arriveremo a quella data deindustrializzati, senza speranza di rinascita pur nella nuova architettura di mercato atlantico. Quindi la raccomandazione al governo deve tener conto sia delle sue impossibilità sia del poco tempo rimasto all’Italia per invertire un destino catastrofico. C’è qualche soluzione entro questi termini di riferimento? Ce ne sono due che non impongono di tagliare spesa e salvifiche: (a) amnistia onerosa per l’evasione fiscale fino al 2011, atto che, oltre a liberare l’Agenzia delle Entrate da costosi compiti di accertamento del passato, porterebbe nelle casse statali dagli 80 ai 120 miliardi; (b) operazione finanziaria supersintetica (descritta nella nota) che permetterebbe di trasformare 600 miliardi di patrimonio pubblico in cancellazione di un’aliquota equivalente di debito, con l’esito di un risparmio di spesa pubblica annua tra i 28 e 32 miliardi. I soldi della prima misura dovrebbero essere impiegati come cassa d’emergenza per pagare già nel 2013 i crediti delle imprese da parte degli enti statali e locali (100 miliardi circa) dando un scossone di liquidità al sistema. Quelli della seconda, dal 2014, sarebbero impiegabili per detassazione stimolativa strutturale, nel rispetto del vincolo del pareggio di bilancio. Con queste misure potremmo puntare ad una rapida inversione della recessione e ad una crescita nel 2014 verso il 3%, forse più grazie alla buona sorpresa data dall’Italia agli investitori del mercato mondiale e conseguente premio.

(c) 2013 Carlo Pelanda
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