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Carlo A. Pelanda
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Libero

2012-12-18

18/12/2012

Per una vera e non finta Europa

Riprendo le conclusioni Panebianco sul Corriere della Sera di domenica: “di là gli sfasciacarrozze, di qua gli acritici laudatori dell’Europa. Urge la ricerca di una via intermedia”. Concordo e desidero contribuire. E’ interesse nazionale dell’Italia essere parte attiva della Ue e dell’Eurozona. Ma c’è una enorme differenza tra il cedere di fatto la sovranità, come ora succede, a Berlino e il conferirla ad un agente europeo in forme bilanciate, come dovrebbe essere. Non si può accusare di populismo o antieuropeismo chi segnala questo fenomeno anomalo e pericoloso nonché l’indisponibilità assoluta della Germania a cambiare le proprie dottrine per adeguarle agli interessi delle altre euronazioni. Noi italiani paghiamo e cambiamo, gli altri no. Poiché la Germania è potere dominante in questa fase storica è più appariscente la sua rigidità. Ma se analizzassimo quella francese ne troveremmo una perfino peggiore, ipernazionalista. Per Parigi l’Europa è un moltiplicatore di potenza nazionale perché da sola sarebbe troppo piccola per contare nel mondo. Per la Germania è lo stesso dagli anni ’60 quando formò la diarchia con la Francia, con un motivo in più ora perché Berlino usa la propria posizione di prima potenza europea per strappare vantaggi economici e politici, senza i quali la sua industria sarebbe molto meno florida, nel gioco negoziale G3 con America e Cina. Anche per l’Italia l’Europa sarebbe in teoria un moltiplicatore di potenza nazionale. Siamo tutte nazioni che abbiamo bisogno di integrarci per fare più ricchezza via un mercato più ampio e per difendere i nostri interessi nel globo. Con due differenze: (a) Francia e Germania hanno progetti nazionali fortissimi mentre l’Italia non lo ha; (b) le èlite politiche italiane hanno usato per decenni l’Europa come leva esterna per fare le cose che non riuscivano a realizzare per motivi di disordine interno. Per questi motivi non riusciamo a definire un’influenza italiana in Europa e molti italiani la vedono come un agente di ordine e modernità a cui bisogna obbedire senza critiche. Questi sono gli eurolirici, la cui unica visione politica è quella di sciogliere l’Italia in Europa senza neanche chiedersi in quale Europa e che cosa l’Europa stessa dovrebbe fare nel mondo. Accanto a questi c’è un’élite di eurolirici strategici che condivide il progetto di creare l’Europa come supernazione che cancelli tutte le altre. Monti, in base alle sue espressioni, fa parte del club. Criticabile perché il metodo realistico per comporre nazioni è quello graduale con integrazioni formalizzate solo dopo la prova che sono di vantaggio per tutti, come fece con enorme successo il metodo “funzionalista” dal 1957 al 1989, prima di Maastricht. Tentare di forzare la denazionalizzazione significa distruggere e non costruire l’Europa perché si rischia di portare la governance troppo lontano dai cittadini causandone controreazioni poi semplificate in forma di rigetto irriflessivo dell’Europa e dell’euro. E se poi la governance europea invece di essere collocata chiaramente in luoghi neutrali come Bruxelles e la Bce, dove una nazione possiede una quota della società, viene messa a Berlino e nelle sale della Bundesbank dove il proprietario è solo tedesco, e in più ciò produce danno, di chi è la colpa principale dell’antieuropeismo? Evidentemente di chi vuole imporre un modello d’Europa e di Eurozona non calibrato per produrre vantaggi chiari per tutti. Quindi la soluzione è definire un’Europa bilanciata e trasformarla in condizione di adesione. Io insisterò nel contrastare l’antieuropeismo irriflessivo, ma Il Presidente della Repubblica, cortesemente, non invochi più la cessione di sovranità dell’Italia ad un’Europa indefinita e Monti dimostri di saper trovare il punto di convergenza tra l’interesse nazionale ed europeo invece di usare il suo alto ruolo per accusare di populismo chi non è eurolirico, ma solo vuole una vera Europa e non una finta o gotica.

(c) 2012 Carlo Pelanda
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