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Carlo A. Pelanda
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Libero

2013-5-14

14/5/2013

La priorità di fonti alternative di credito

La restrizione del credito si sta aggravando perché le banche prestano di meno e la domanda di credito si sta contraendo a causa dell’incertezza. Non è chiaro quanto pesino le decisioni delle banche e quanto, invece, il pessimismo, ma è chiarissimo che sia necessario un intervento urgente, pena l’innesco di una spirale depressiva. Questo problema, va notato, ha preoccupato prima e di più la Bce che non le nostre autorità, forse perché i politici erano troppo impegnati nei loro giochi. La maggior parte dei commenti sulla stampa, poi, non ha aiutato né aiuta: spesso si invoca maggiore generosità da parte del sistema bancario come se il problema fosse questo. Non lo è: i bilanci bancari sono devastati dai crediti incagliati o in sofferenza e la loro capacità di credito è ridotta dagli obblighi di copertura. Inoltre, i requisiti di prudenza bancaria impediscono la fornitura di credito ad un numero enorme di aziende in difficoltà a causa della recessione. Non è tanto un problema di liquidità, infatti le banche competono per finanziare le aziende internazionalizzate che stanno andando bene, ma uno di rischio: una banca commerciale – che converte risparmio in credito con vincoli per tutelare il primo - non può prestare soldi a tante aziende che, pur volonterose o condotte da veri e propri imprenditori eroi, non riescono a mostrare capacità di sviluppo e molte perfino di continuità nel mercato interno recessivo. Sul lato delle imprese, poi, i costi del credito sono diventati così elevati, causa quelli eccessivi della raccolta di capitale per le banche in un’area italiana che non ha la fiducia del mercato internazionale, da rendere razionale la rinuncia. Il punto: una parte consistente del fabbisogno di nuova finanza da parte delle imprese non può essere erogata dalle banche commerciali, ma deve trovare altre fonti con la capacità e la possibilità legale di gestire, a costi ragionevoli, un grado elevato di rischio. Pertanto è una fesseria, pur criticabili in parecchi casi i comportamenti bancari, pensare che problema e soluzioni stiano nelle generosità o meno del sistema bancario. Magari fosse così, purtroppo la questione è molto più difficile: nell’Italia storicamente “bancocentrica” mancano fonti di finanziamento non-bancarie per coprire il fabbisogno. Per capirci: in America circa l’80% dei finanziamenti alle imprese avvengono per via non-bancaria, in Italia il contrario. Draghi, infatti, ha avviato da tempo uno studio per cercare un rimedio alla restrizione del credito, con particolare focalizzazione sull’Italia. Sullo sfondo c’è il fallimento parziale del pur audace programma di rifinanziamento del sistema bancario dell’Eurozona, quasi un trilione di euro con interessi all’1% e scadenza triennale. Le banche italiane hanno lasciato questi soldi negli sportelli della Bce, o hanno comprato titoli di debito, ma non hanno aumentato il credito per i motivi detti sopra. Per questo il notevole stimolo monetario non è stato trasmesso all’economia reale. Ma, appunto, perché la banca commerciale è uno strumento troppo limitato. Ora sono allo studio forme di finanziamento via obbligazioni, estendibili anche alle piccole imprese, garantite da istituzioni europee e retro-garantite, eventualmente, dalla Bce (ma la Germania è di traverso). Speriamo si sbrighino. Ma la nuova evidenza è che anche in Italia deve emergere un sistema variato di finanziamento non bancario alle imprese, per esempio: (a) “fondi di credito” e di “mezzanino” che possono erogare assumendo rischi anche elevati; (b) più fondi finanziari che entrano nell’azionariato delle imprese apportando capitale; (c) formule di micro-finanza senza garanzie, adatti a microimprese; ecc. In questo settore il governo può fare molto senza sforzi particolari: autorizzare ed incentivare le formule di finanziamento non bancario. Lo faccia: in Italia il problema non è la liquidità, ma la poca varietà di veicoli per trasmetterla al mercato.

(c) 2013 Carlo Pelanda
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