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Carlo A. Pelanda
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Libero

2012-5-22

22/5/2012

Pessima politica interna ma ottima quella estera

Chi scrive è molto critico sulla politica interna del governo Monti, ma segnala un forte apprezzamento sulla sua politica estera, in particolare sul piano della “grande strategia”. Questa lode poteva essere scritta prima. Non lo ho fatto a causa del trattato “Fiscal Compact” che condanna l’Italia ad una pericolosa deflazione da rigore per gli anni a venire (pareggio di bilancio anticipato al 2013 combinato con riduzione del debito di 1/20 all’anno fino a raggiungere il 60% del Pil). A caldo pensai che Monti avesse scelto il collaborazionismo con la führerina Merkel e cercai nitroglicerina per caricare la penna. Poi mi trattenni perché ricordavo una conversazione con Monti in occasione del Premio Motta, che ambedue ricevemmo, con altri, il 18 novembre 1996. Nel settembre di quell’anno Francia e Germania annunciarono che avrebbero anticipato il progetto di creazione dell’euro. Mi trovai imbarazzato nel parlare con Monti, allora commissario europeo, perché da un paio di mesi stavo già sparando, sulla stampa italiana ed anglofona, contro l’europrogetto in quanto si poteva prevedere che sarebbe stato malfatto tecnicamente e perché vi vedevo, soprattutto, una germanizzazione dell’Europa piuttosto che una europeizzazione della Germania, o completamento dell’architettura integrativa europea, come parecchi eurolirici sostenevano. Infatti. Usavo termini pesanti, come “Reich Noveau”, ora è solo 4° Reich, che certamente non si addicevano alla tolleranza di un euro-commissario. Ma Monti mi sorprese. Prima mi disse che comunque era importante portare sulla stampa italiana i temi europei, ai tempi piuttosto secondarizzati. Al mio sguardo interrogativo, poi, rispose aggiungendo, senza dettagli, che non gli dispiaceva qualche voce fuori dall’euroconformismo. Come se ai funzionari italiani a Bruxelles mancasse il sostegno di un pensiero nazionale e critico da poter usare a sostegno nelle difficili trattative con crucchi e mangiarane, immaginai. E pensai che fosse uno dei nostri, liberista ed atlantista, sensazione confermata dalla sua successiva presidenza della Trilaterale. Poi messa in dubbio da espressioni ed atti recenti che apparivano una sottomissione al Reich. Ma già la lettera firmata, un paio di mesi fa, con gli inglesi ed altri europei per dare priorità alla crescita ed al perfezionamento del mercato unico fece intendere che questa sottomissione non c’era, anzi, e che era solo uno strumento diplomatico. Per ottenere cosa? Una posizione intermedia tra Germania, Francia e Regno Unito per rendere l’Italia più rilevante nei giochi di bilanciamento tra poteri intraeuropei, in particolare per inserirla in un direttorio a tre dell’Eurozona con una posizione propria e non più o filo francese o filo tedesca, ma nemmeno contro Francia e Germania. E poi usare questa nuova rilevanza dell’Italia per agganciare meglio l’America che è l’unica in grado di aiutare veramente Roma contro la dominanza e l’ottusità tedesca. Ma l’Italia è rilevante per Washington solo come base per le sue truppe e per la partecipazione, pur trattenuta, alla sue guerre. Importante, ma meno della Germania con cui Washington tratta da potenza a potenza. Per infilarsi in questo dialogo, in un momento in cui Francia e Regno Unito sono deboli, Monti ha preso una posizione, appunto, centrale in Europa dove può mostrare di poter dialogare con la Germania ed allo stesso tempo aiutare l’America, diventando più rilevante per questa, a far ragionare (difficilissimo) Berlino senza che questa percepisca ostilità. In sintesi, sta cercando di rendere l’Italia necessaria. Nel G8 di Washington sembra esserci riuscito. Perché la lode? Solo così, in effetti, potrà attutire le restrizioni esterne che comprimono l’Italia nonché influenzare le politiche dell’Europa germanizzata a minor danno, o perfino a favore dell’Italia, ma anche dell’Europa stessa. Sembra un buon lavoro e gli va riconosciuto in attesa di poter dire lo stesso sul piano interno.

(c) 2012 Carlo Pelanda
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