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Carlo A. Pelanda
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Carlo Pelanda: 2017-6-27LaVerità

2017-6-27

27/6/2017

I salvataggi bancari richiedono una gestione nazionale e non europea

Per salvare le due banche popolari venete è stato necessario dichiararne il fallimento. Tale azione paradossale è stata motivata dalla necessità di trasferire il salvataggio dei due istituti dalla responsabilità europea a quella delle norme nazionali – diritto fallimentare - perché nel perimetro regolamentare della prima non c’era una soluzione accettabile mentre entro la giurisdizione italiana la si è trovata. Tale soluzione è tardiva, sub-ottimale, costosa per le casse statali, e ancora da valutare al riguardo dell’impatto sui dipendenti e sul potenziale di credito nei territori interessati. Ma almeno è una soluzione che chiude più di un anno e mezzo d’incertezza destabilizzante. Infatti, il mercato ha apprezzato.  

Nell’analisi di questo caso emerge un dato: il sistema europeo di risoluzione delle crisi bancarie entrato in vigore nel 2016 non funziona. Conseguenza: va sospesa l’applicazione delle norme europee e definito un regime transitorio di responsabilità nazionale prevalente fino a che i meccanismi europei non saranno completati e sottoposti a test realistici di funzionamento.

 Da un lato, l’Eurozona, per stabilizzarsi, ha bisogno di un’unione bancaria, di una funzione centrale di bilanciamento degli squilibri prodotti dall’impatto della stessa moneta su economie diverse e di un prestatore di ultima istanza in caso di crisi sistemiche. Dall’altro, l’unione bancaria è un cantiere bloccato dal rifiuto tedesco di mettere soldi nazionali per la gestione delle crisi e mal funzionante sul piano della vigilanza unica, che sta facendo errori imperdonabili; un fondo intraeuropeo di compensazione degli squilibri non esiste; e nemmeno esiste con completezza formale la funzione di prestatore di ultima istanza per le macrocrisi, da coordinarsi tra regole convergenti di fondi governativi nazionali, eventuale fondo europeo dedicato, e missione statutaria della Bce. In tale situazione dove l’architettura europea è incompleta e in alcune parti costruite malfunzionante, emergono paradossi sconcertanti, quali, per esempio, i vincoli agli aiuti di Stato in situazioni d’emergenza. Quando c’è un’emergenza, prima la si chiude e solo poi si valuta se siano state rispettate le regole o meno. Le norme europee, invece, oltre a non definire con sufficiente precisione le situazioni d’emergenza, vietano interventi di Stato in casi dove sarebbero l’unica risorsa per evitare la crisi di una banca o di altro pezzo rilevante del sistema economico. Se si calcola con metodologia sistemica il danno provocato all’economia italiana dal ritardo o impedimento degli interventi di salvataggio statale e privato di banche in crisi a causa dei veti europei si troverebbe una cifra di centinaia di miliardi in termini di costi sia diretti sia opportunità, contabilizzando: la de-valorizzazione degli indici bancari in Borsa con effetto contagio generale, il declassamento del rating collegato all’aumento del rischio Paese finanziario che ha fermato grandi volumi di investimenti esteri, i miliardi investiti e persi per il risanamento di istituti che poi è stato impedito dagli eccessi regolatori europei – per esempio i 3 e mezzo messi dal Fondo Atlante sulle due popolari venete -  ecc. Se lo Stato avesse potuto ricapitalizzare nel 2016 le banche con problemi e dare una garanzia finanziaria a un fondo nazionale per lo smaltimento dei crediti deteriorati, cosa che avrebbe richiesto circa 35-40 miliardi, la crisi bancaria si sarebbe chiusa già da tempo. Se i governi e Banca d’Italia avessero molti anni prima capito che, dopo una recessione pesante, per le banche qualche problema ci sarebbe stato, invece di dire che il sistema era solidissimo, con 30 miliardi avrebbero chiuso o minimizzato il problema stesso come hanno fatto tutti gli altri Stati. Per esempio la Germania che ci ha messo 400 miliardi circa per evitare crash bancari. Ma i governi Letta e Renzi, oltre che inerti, hanno perfino accettato senza fiatare l’applicazione anticipata nel 2016 della nuova norma europea sulla gestione delle crisi bancarie, tra cui la soluzione del “bail in” che è la cosa più stupida che si possa immaginare per sistemi dove la fiducia è la priorità, che ha impedito gli interventi nazionali quando ne è emersa la pressante necessità. Alla fine il governo attuale si è accorto che bisognava portare l’azione di salvataggio entro la giurisdizione italiana, per rispettare l’articolo 47 della Costituzione che tutela il risparmio in ogni sua forma,  e fuori da quella europea. Ma lo ha fatto male: tale evidenza dovrebbe spingere i futuri governanti a progettare meglio operazioni nazionali nell’ambito della incompletezza e inadeguatezza europee e a proporre euro-completamenti futuri che abbiano senso  per le nazioni partecipanti invece di destabilizzarle.  

(c) 2017 Carlo Pelanda
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