Pelanda a Nova: “Lago Adriatico per stabilizzare i Balcani e arginare pressioni di Cina, Russia e Turchia”

“Vista la vicinanza di questi territori, sarebbe utile creare una collaborazione localizzata che giustifica un organismo transnazionale”, ha detto l'economista

Una comunità economica e finanziaria per anticipare l’integrazione europea dei Balcani occidentali e sottrarre l’area alla crescente pressione di Cina, Russia e Turchia. È questo il fulcro del progetto di “Lago Adriatico” promosso da Carlo Pelanda, economista e docente universitario, in un’intervista ad “Agenzia Nova”. L’idea è costruire una cooperazione transnazionale tra Paesi adriatici dell’Unione europea e Stati balcanici ancora non facenti parte dell’Ue, concentrando investimenti comuni in infrastrutture, energia, turismo e logistica, con una governance tecnica e neutrale che potrebbe avere sede a San Marino. “L’interesse nazionale italiano, ma anche degli altri europei, è stabilizzare i Balcani occidentali con un progetto che anticipi la loro adesione all’Unione europea”, afferma Pelanda, Secondo l’economista, attendere i tempi ordinari dell’allargamento espone la regione a un rischio crescente: “Se dobbiamo aspettare anni prima che questi Paesi vengano cooptati, c’è un rischio notevole di instabilità: non solo a livello interno, che è già un problema di sicurezza, ma anche il rischio che l’area diventi base per potenze ostili agli europei, in particolare all’Italia”. La proposta nasce da una valutazione geopolitica precisa: i Balcani occidentali restano il punto più vulnerabile del fianco sud-orientale europeo. “In questo momento i Balcani sono un fianco molle per l’Europa, nel senso che non sono presidiati a sufficienza, mentre i cinesi ci stanno entrando massicciamente, i russi vantano la loro influenza, e i turchi sempre di più cercano di entrare facendo leva sulle comunità islamiche della zona”, spiega Pelanda. Il problema, aggiunge, è che “le nazioni dei Balcani occidentali sono piccole e vulnerabili” e il loro percorso di adesione all’Unione europea “è un po’ troppo lento”. Per l’Italia, invece, l’integrazione europea dell’area “sia costiera sia non costiera” è una priorità strategica, anche se “non è una priorità per l’Unione europea”.

Pelanda racconta che l’idea del “Lago Adriatico” si è rafforzata dopo un viaggio nell’area balcanica, da cui è emersa la presenza di un terreno favorevole a una cooperazione più strutturata. “Dopo un giro nei Balcani mi sono reso conto che c’è parecchio consenso e anche potenziale finanziario ed economico per un’integrazione dell’area”, afferma. Questo punto di convergenza, secondo Pelanda, esiste sia per i Paesi adriatici già parte dell’Ue, come Slovenia e Croazia, sia per quelli dell’entroterra che cercano un accesso al mare, come Ungheria, Bosnia, Serbia e Macedonia del Nord. Da qui nasce la proposta di “anticipare l’entrata in Europa di quelli che non ci sono già, attraverso un accordo di collaborazione transnazionale tra le nazioni”. Non si tratterebbe, nelle intenzioni di Pelanda, di sostituire il percorso formale di adesione all’Ue, ma di prepararlo con strumenti concreti: investimenti, standard comuni, cooperazione finanziaria e progetti condivisi. “In questo momento l’Unione europea ha altre priorità e molti vincoli e quindi l’Italia non riesce a dare priorità a una gestione collaborativa e integrativa dei Balcani occidentali”, osserva. “La mia posizione non è quella di chiedere all’Europa di accelerare l’integrazione, ma quella di anticiparla attraverso un progetto transnazionale chiamato Lago Adriatico, in modo tale da abituare in particolare i soggetti privati e finanziari della zona a collaborare su progetti comuni”.

I settori prioritari sarebbero innanzitutto infrastrutture, energia e turismo. “L’area, tanto costiera quanto retrostante, è oggi un vuoto infrastrutturale, quindi la priorità va ai progetti” in questo ambito: “strade, porti, vie di comunicazione di vario tipo”, sottolinea Pelanda. Il secondo pilastro è l’energia, in una regione che l’economista considera ancora sottoutilizzata. “L’Adriatico è un giacimento formidabile, non ancora pienamente sfruttato, di combustibili fossili, in particolare gas”, afferma. A questo si aggiungono le prospettive dell’energia decarbonizzata, delle fonti alternative e, in futuro, del nucleare. “Vista la vicinanza di questi territori, sarebbe utile creare una collaborazione localizzata che giustifica un organismo transnazionale”, spiega, richiamando anche il precedente dell’esperienza Alpe Adria, che per decenni ha favorito forme di cooperazione tra territori dell’area centroeuropea e adriatica. Il turismo rappresenta l’altro comparto con un grande potenziale. “Ci sono valide ragioni per coinvestimenti e azioni coordinate nei settori delle infrastrutture, dell’energia, e non parliamo poi del turismo”, afferma. “Il potenziale, cioè le cose da costruire, considerando anche la bellezza di questi territori, è enorme: è un’area dove c’è tutto da occupare e quindi è business”. Il progetto avrebbe anche una funzione di sicurezza economica. Pelanda richiama in particolare l’attivismo cinese in Serbia, che considera un segnale di allarme per l’Italia e per l’Ue. “Il fatto che il presidente serbo Aleksandar Vucic recentemente abbia firmato venti mega-contratti con la Cina è un segnale molto pericoloso”, afferma. “La Cina è da sempre presente in Serbia e ha deciso di puntare su questo Paese per il suo export ma anche per impiantare produzioni sensibili, a maggior ragione ora che è finita la presidenza Orban, che dava grande ospitalità al business cinese in Ungheria”. La penetrazione cinese, secondo Pelanda, si somma all’influenza russa e alla presenza turca nelle aree a maggioranza musulmana dei Balcani, creando un quadro di crescente competizione geopolitica in una regione ancora fragile.

La governance del “Lago Adriatico” dovrebbe avere un carattere tecnico e finanziario, più che politico. Proprio per evitare che l’iniziativa venga percepita come un’operazione egemonica italiana, Pelanda indica San Marino come possibile sede neutrale. “Ragionando sulla possibile ‘capitale’ di questa organizzazione transnazionale del Lago Adriatico, inizialmente ho pensato all’Italia, poi ho detto che, se l’Italia pretendesse questo, potrebbero esserci problemi con Francia e Germania. Potrebbe essere descritta come un’operazione troppo geopolitica, e questo non sarebbe salutare”, spiega. “Quindi ho pensato a San Marino: nel momento in cui firma il trattato di associazione con l’Unione europea, può diventare la capitale tecnica per le sue strutture finanziarie, con i rappresentanti di tutte le nazioni, di questo Lago Adriatico”. La scelta di San Marino, precisa Pelanda, avrebbe il vantaggio di non sfidare gli equilibri tra le maggiori potenze europee. “Non è geopoliticamente sfidante il fatto che sia un micro-Stato a ospitarla, diventando il luogo di coordinamento di tutte queste attività”, osserva. L’economista sottolinea che si tratta soltanto di un’ipotesi, ma aggiunge di aver riscontrato disponibilità tra interlocutori politici dell’area.

Nel disegno di Pelanda, la politica avrebbe soprattutto una funzione di garanzia. Il cuore operativo del progetto dovrebbe essere affidato agli attori finanziari e industriali. “Nel progetto del Lago Adriatico quel che è importante è favorire una concentrazione degli investimenti in tutta l’area: investimenti vogliono dire crescita e crescita vuol dire anche più stabilità politica”, afferma. La politica, aggiunge, “non deve fare troppe cose, se non seguire e dialogare con un gruppo di investimento che alla fine comprenderebbe tante nazioni”. I progetti, soprattutto nei settori dell’energia e delle infrastrutture, avrebbero comunque bisogno di una “luce verde politica”, perché dovrebbero favorire il collegamento tra i diversi corridoi europei. Per l’Italia, il vantaggio sarebbe diretto. Roma ha già una relazione privilegiata con l’Albania e un formato trilaterale stabile con Slovenia e Croazia; inoltre, le imprese italiane sono presenti in molti settori nell’area adriatica e balcanica. “Abbiamo bisogno di concentrare il capitale giusto per tutta la modernizzazione del sistema, che tra l’altro è un interesse prioritario anche dell’Italia, che rappresenta una buona metà di tutto il Lago Adriatico. E questo senza contare i tanti investimenti delle nostre aziende in quell’area”.

Il possibile ruolo di Trieste rende il quadro ancora più rilevante. “Se Trieste diventa il terminale del futuro progetto Imec, il corridoio di transito tra l’India e il Mediterraneo, l’Adriatico diventa un’area ancora più strategica”, afferma Pelanda. In questa prospettiva, l’Adriatico non sarebbe solo uno spazio regionale, ma un segmento di connessione tra Europa centrale, Balcani, Mediterraneo, Medio Oriente e rotte indo-mediterranee. Da qui la necessità, secondo l’economista, di costruire una piattaforma di investimenti che renda l’area più integrata, più competitiva e meno permeabile alle pressioni esterne. Pelanda insiste sul fatto che il processo dovrebbe partire dai privati, non dai governi. “Il tipo di approccio che sto suggerendo è cominciare a metterci d’accordo tra attori finanziari e privati, presentarsi con un progetto definito e poi chiedere alla politica di seguire gli sviluppi”. L’idea è che la finanza privata possa semplificare una complessità politica che, altrimenti, rischia di bloccare qualsiasi iniziativa. “Quando gli attori finanziari si mettono d’accordo per fare investimenti, usualmente producono una semplificazione della complessità. Abbiamo bisogno di questa semplificazione”, spiega. In questo modo, “lo sforzo che deve fare la politica per l’integrazione di un’area molto difficile lo si può assorbire sul piano privato, dando un vantaggio anche ai governi, che si trovano fondamentalmente già pronti a livello di struttura finanziaria”. Secondo Pelanda, esiste già un interesse concreto tra attori finanziari e industriali. “Di una cosa sono sicuro: nell’incertezza di questo tipo di scenari, ci sono già tanti attori finanziari con abbastanza risorse che sarebbero d’accordo a operare come comunità per aumentare il moltiplicatore, la scala e la grandezza degli investimenti”, afferma. *L’obiettivo è creare una comunità di investimento capace di concentrare capitali, condividere rischi e aumentare la dimensione dei progetti.*

Il “Lago Adriatico” non sarebbe però un progetto isolato e, secondo l’economista, proprio in questa prospettiva l’Italia dovrebbe aprire anche un confronto con Atene. “Roma dovrebbe fare una chiacchierata con la Grecia sul piano politico per vedere cosa ne pensa” di questo progetto, afferma Pelanda. “Io non la metterei nel Lago Adriatico, però suggerirei alla Grecia di fare una sperimentazione sul Mediterraneo orientale e anche sul Mar Nero, con un modello diverso ma comunicante”. Il principio sarebbe lo stesso: partire da aree sub-regionali, costruire cooperazione rafforzata su investimenti e infrastrutture, e usare questi esperimenti per avvicinarsi a un’integrazione mediterranea più ampia. Sullo sfondo resta il progetto più ampio di un mercato mediterraneo allargato, che Pelanda collega alla prospettiva di una maggiore integrazione tra Europa, Mediterraneo e Africa. “Non è uno scenario a breve termine, però diventerebbe probabilmente una delle zone più dinamiche per ricchezza, pensando anche all’emergere dell’Africa, di tutto il pianeta”, osserva. Il progetto, conclude Pelanda, deve essere letto come una proposta pragmatica: non una grande architettura istituzionale calata dall’alto, ma una piattaforma di cooperazione economica, finanziaria e infrastrutturale capace di produrre effetti politici. “Sono abituato a sperimentare in piccolo per trovare le soluzioni per fare cose più grandi”, afferma. Il “Lago Adriatico”, in questa logica, servirebbe a dare ai Balcani occidentali un percorso concreto di convergenza europea prima dell’adesione formale all’Ue, riducendo lo spazio per le influenze esterne e trasformando l’Adriatico in un’area di stabilizzazione, investimento e crescita condivisa.