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Carlo A. Pelanda
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LaVerità

2017-3-6

6/3/2017

Come usare bene l’anno pre-elettorale

Sta aumentando la probabilità di elezioni nel 2018. Se così, sarà questo governo con sostegno parlamentare incerto a dover gestire una difficile legge di bilancio e, probabilmente dopo le elezioni tedesche in settembre, le trattative per il nuovo modello europeo. Anticamera della catastrofe o possibile vantaggio?
A prima vista appare missione impossibile per un governo debole allo stesso tempo riequilibrare la finanza pubblica e stimolare più crescita con alleggerimenti fiscali che implicano tagli importanti alla spesa pubblica in una situazione di campagna elettorale che disincentiva i partiti a votarli in parlamento. Oppure missione inaccettabile se il riequilibrio di bilancio fosse perseguito con aumento delle tasse a scapito della crescita e/o non vi fossero alcun riequilibrio né stimoli fiscali rilevanti, così confermando agli occhi del mercato l’immagine di un’Italia condannata a un debito crescente con troppo poca crescita per sostenerlo. Ciò indebolirebbe Roma nel futuro negoziato europeo e la metterebbe in condizioni di dover accettare un commissariamento. Questo sarebbe non-vistoso e indiretto, come ora, ma più stringente per evitare contagi destabilizzanti all’Eurozona di cui l’Italia resta comunque un elemento essenziale, a seguito della più che probabile insolvenza parziale del debito greco e altre turbolenze, in qualche momento del prossimo anno. Sarebbe la fine dell’Italia come potenza industriale che mantiene sul territorio valore aggiunto e, quindi, la possibilità di una ricchezza nazionale diffusa. Per mitigare tale rischio sarebbe razionale andare a elezioni entro settembre, posporre di qualche settimana l’invio del Documento di programmazione e di bilancio (Dpb) all’Ue, previsto per norma entro il 15 ottobre, che definisce i saldi della legge finanziaria 2018 e che deve essere approvato dalla Commissione prima di passare alla valutazione sulla composizione interna del bilancio stesso da parte del parlamento nazionale, entro dicembre. Questo calendario lascerebbe alla nuova legislatura, più consistente perché legittimata dal voto e con qualche anno davanti, il compito di avviare una politica economica che renda più credibile e forte negozialmente l’Italia, cosa che implica misure impopolari. La crescente probabilità, invece, di elezioni nel marzo 2018, fa prevedere un’Italia debole in un momento critico – anche ricordando che a dicembre scade l’ombrello Bce sul debito italiano – e induce al pessimismo.
Prima di derubricare questo governo debole, tuttavia, va considerata la crescente probabilità che dopo il voto, se resta il meccanismo proporzionale, i partiti faranno fatica a creare una maggioranza e ciò rende rilevante l’anno pre-elettorale gestito dal governo debole stesso. Fino a poco fa era pensabile che un PD a guida Renzi e Forza Italia formassero, dopo le elezioni, una coalizione centrista con certo impulso riformatore. Ora il frazionamento del PD ne riduce il potenziale di voto non bilanciabile da un pur buon risultato di FI, rendendo probabile una maggioranza multipartitica, nel post, dove la tensione riformista sarebbe minore. E non si può escludere una maggioranza apocalittica, la cui probabilità sarà calcolabile solo dopo le elezioni in Francia. Un governo che blindi la legge di bilancio 2018 e la posizione italiana nel negoziato europeo prima delle elezioni sarebbe una sorta di vaccino contro l’instabilità o maggioranze apocalittiche: nel primo caso un governo debolissimo post-elezioni avrebbe la scusa di dover seguire un binario, nel secondo un qualsiasi cherubino dell’apocalisse dovrebbe smentire accordi formali già presi dalla nazione e ciò comporterebbe sia sanzioni Ue sia dal mercato. Le seconde sarebbero insostenibili e quindi condizionanti a favore dell’ordine e dell’efficienza economica. Inquadrata questa parte dello scenario, resta da capire come il debole governo Gentiloni potrebbe varare un Documento di programmazione economica e finanziaria (Def), un Piano nazionale di riforme (Pnr) che ne è appendice obbligatoria, entro aprile, un Dpb entro il 15 ottobre, e una finanziaria entro dicembre che siano più incisivi sul piano degli stimoli fiscali per la crescita, dei tagli di spesa per il riequilibrio finanziario e che possano trovare approvazione in questo parlamento. Se Forza Italia desse l’appoggio, una buona impostazione potrebbe passare. Questo partito, poi, e il PD residuo depurato da buona parte dei comunisti, potrebbero sostenere in campagna che hanno difeso il riformismo e il rafforzamento della posizione italiana in Europa senza pagare un costo di consenso tra i loro elettori. Difficile? Il fattore chiave in questa parte dello scenario è l’azione riservata del Quirinale: se, avendo potere di dissuasione nel post-elezioni, spingesse per questa soluzione, allora diventerebbe fattibile. Spiraglio per l’ottimismo? L’anticipazione di una coalizione nazionale, razionale e riformista lo sarebbe.

(c) 2017 Carlo Pelanda
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