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Carlo A. Pelanda
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Milano Finanza

2017-11-6

6/11/2017

Un welfare da riparare

Il governo ha preparato la bozza della legge di bilancio per il 2018 che da questa settimana sarà all’esame del Parlamento. I commentatori si augurano che i partiti a ridosso di una campagna elettorale non spostino troppa spesa pubblica per scopi clientelari, improduttivi. Pochi, tuttavia, segnalano problemi più gravi. Il progetto di bilancio cerca di mantenere in equilibrio il modello di Stato sociale riducendo sia gli investimenti per l’istruzione dei giovani, e in generale per la qualificazione del capitale umano, sia la spesa per il sostegno dell’età anziana. Inoltre, a parte un lodevole incentivo fiscale per l’adeguamento tecnologico delle imprese, la spesa per investimenti è minima. Preoccupa, poi, che l’equilibrio contabile sia perseguito ricorrendo più al deficit che a tagli di spesa inutile. In sintesi, il progetto di bilancio toglie risorse a chi ne ha più bisogno e aumenta il già enorme debito. Il governo si difende dichiarando che di più ora non si può fare ed enfatizzando la ripresa economica in atto, ma nascondendo che questa è inferiore a quella di altre nazioni comparabili, in situazione di boom globale, sintomo di un modello guasto. Da un lato, questo governo non può fare cambiamenti incisivi per le condizioni di disordine politico in cui opera. Dall’altro, non si può tacere il fallimento del welfare italiano nelle sue due missioni primarie: la tutela dei deboli e l’allocazione di risorse fiscali per lo sviluppo modernizzante del sistema. Dove vanno a  finire i soldi delle tasse, allora? Per aumentare le competenze in un’economia sempre più trainata dalla tecnologia? Non sembra. Per dare una vita serena ai pensionati? Non sembra, vista l’insufficienza media delle pensioni. Per ridurre la vulnerabilità ai disastri del territorio e futurizzarlo con nuove infrastrutture? Non sembra, pur piccole cifre allocate in tali settori. Dove vanno i soldi, allora? Decine di miliardi all’anno servono per pagare gli interessi del debito e poi tra i 30 e 40 miliardi sono allocati per apparati amministrativi e spese del tutto inutili: così circa 100 miliardi, che ci sono, finanziano il passato e non il futuro né la serenità sociale che aumenta la fiducia economica. Una politica seria metterebbe in priorità la riduzione del debito e della spesa inutile sia per tagliare le tasse sia per allocare più risorse fiscali su investimenti di qualificazione del sistema. Senza de-debitazione e riparazione del modello amministrativo, l’Italia continuerà il suo declino nonostante l’elevato attivismo economico della sua società. 

(c) 2017 Carlo Pelanda
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