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Carlo A. Pelanda
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Libero

2012-1-17

17/1/2012

Subito l’operazione patrimonio contro debito

C’è una soluzione: finanziarizzare il patrimonio per abbattere un volume sostanziale assoluto del debito. Richiede un’ingegneria finanziaria non-standard che qui tenterò di rendere comprensibile con lo scopo di suscitare un’ondata di opinione che spinga il governo ad attuare velocemente la soluzione stessa.   

Chi se ne occupa – Savona, Guarino, lo scrivente e parecchi altri colleghi -  non ha mai capito perché i governi non la abbiano mai tentata sul serio. Alcuni ritengono che Tremonti, nel 1994, dal 2001 al 2006 e dal 2008 al 2011, non abbia voluto fare operazioni patrimonio contro debito per sua ideologia di statalismo lirico, cioè per non svendere un bene pubblico. O perché quando ha tentato di cartolizzare un po’ di immobili, con tecnica primitiva va annotato, la cosa non è andata benissimo. La sinistra è ostile all’impiego del patrimonio per motivi ideologici più netti – più Stato, anche per dare case ad affitto minimo ai politici - e ciò ha impedito ai suoi governi dal 1996 al 2001 e dal 2006 al 2008, perfino di pensarlo. Qui è importante sottolineare che la tecnica non implica la vendita reale di immobili o partecipazioni. Sarebbe infatti inefficace sia per il momento basso di mercato sia perché l’eccesso di offerta porterebbe troppo giù i prezzi. Inoltre, il pacchetto di finanziarizzazione deve essere configurato per trovare compratori (delle sue emissioni obbligazionarie) in tutto il mercato globale in quanto quello nazionale od europeo sono una platea troppo ristretta. Vediamo l’operazione di base: (a) creare il Fondo sovrano italiano (Fsi) in forma di Sgr con chiara proprietà dello Stato e con missione di valorizzazione del patrimonio; (b) trasferire, dal Tesoro, tutto il patrimonio disponibile al Fsi, un valore di circa 800 miliardi (il resto, in un calcolo complessivo di 1,8 trilioni, non è disponibile); (c) il Fondo genera una molteplicità di comparti, denominabili come fondi specializzati in tre categorie: partecipazioni azionarie, immobili e concessioni; (d) ciascun comparto o sub comparto (per esempio, abitazioni civili, terreni, immobili di grande volume, ecc.) determina ed aggiorna il valore netto dei beni (NAV); (e) i singoli comparti emettono obbligazioni con cedola e con possibilità di aumento del valore via incremento del NAV, quotate  sulla Borsa elettronica dei titoli in Lussemburgo o in altre piattaforme che possano assicurare il medesimo accesso agli investitori globali; (f) le obbligazioni vengono emesse per metà del valore del comparto, ma garantite dall’intero valore del comparto stesso. Fermiamoci su questo punto: tale sovragaranzia – fino al 50% aggiuntivo, ma potrebbe bastare al 25% -  serve a bilanciare l’eventuale aumento del rischio sovrano italiano, che inevitabilmente svaluterebbe i beni, permettendo di ottenere comunque la tripla A su queste emissioni obbligazionarie. (G) Il Fsi ripaga al Tesoro i beni trasferiti con le obbligazioni emesse, lasciando il valore residuo in forma di obbligazione bilaterale aperta, cioè di “pagherò”; (h) poi il Tesoro potrà usare queste obbligazioni tripla A per un numero svariato di operazioni finanziarie, tutte utili per abbattere il volume assoluto del debito imputabile al bilancio statale italiano e quindi ridurne il costo di rifinanziamento. Per esempio, la più semplice: lo Stato rimborsa, per dire, 100 miliardi di titoli senza chiederli al mercato in asta di rifinanziamento, ma dando ad un pool di banche le obbligazioni del Fsi in cambio di liquidità. In questo modo, senza dover vendere veramente patrimonio, lo si può usare, via finanziarizzazione, per abbattere volumi assoluti di debito. Il potenziale di (prima) riduzione con tale modalità va dai 400 ai 600 miliardi in un triennio: la salvezza per l’Italia. Se il governo non lo tenta dovrà argomentarlo con molta precisione.  

(c) 2012 Carlo Pelanda
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