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Carlo A. Pelanda
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Libero

2012-5-29

29/5/2012

Le ragioni etiche e pratiche per una sanatoria fiscale

Ho ricevuto da molti lettori la richiesta di argomentare meglio la proposta di sanatoria fiscale onerosa, fino al 2010, fatta un paio di settimane fa. In particolare: (a) l’ipotesi di maggiore convenienza di cassa dello Stato a prendere questa misura; (b) ed il motivo di etica pubblica della sanatoria. Cominciamo dal secondo, che implica un’analisi storica scomoda e per questo non molto divulgata. Negli anni ’70 bisognava dare soddisfazione alle rivendicazioni di sinistra e sindacali affinché le sue componenti moderate potessero mantenere la leadership contro quelle estremiste. La DC fece questa scelta di stabilizzazione, consapevole che l’Italia fosse un fronte nella Guerra fredda e che tenere la nazione coesa entro la coalizione occidentale era una priorità, probabile motivo per cui Aldo Moro fu rapito dalle BR. Ma ciò portò ad un grave sbilanciamento del modello interno: si formarono un popolo di lavoratori dipendenti superprotetto ed uno che viveva di mercato senza protezioni e riconoscimento via sconto fiscale del rischio di impresa. Il primo popolo votava per lo più a sinistra, il secondo per lo più DC e dintorni. Per non perdere troppi voti, ed anche per evitare una guerra civile, la DC decise di bilanciare le cose in un modo molto anomalo: permettere al popolo del mercato di non pagare tutte le tasse. Questa forma di contratto fiscale anomalo ebbe poi l’effetto positivo di permettere ad una nazione con modello socialista di bilanciarne, pur non a sufficienza, l’effetto depressivo sulla crescita. Un po’ di libertà fu ottenuta dando il permesso di fatto di violare le leggi. Modello sbagliatissimo, ma fu mantenuto in vigore fino alla fine del 2009 perché i partiti non trovarono un compromesso migliore. Poi scoppiò la crisi del debito, in combinazione con la recessione e la crisi bancaria, ed il governo Berlusconi-Tremonti dovette cercare cassa per ridurre il deficit pubblico forzando la repressione fiscale, poi inasprita dal governo Monti, contro il popolo del mercato. Questo si sente innocente, con parecchie ragioni. Per esempio, la formulazione degli studi di settore è stata percepita come uno scambio: si paga quello che i parametri indicano e ed in cambio si evita l’indagine fiscale. Ben 4 milioni di soggetti la hanno capita così, confermata per anni dai fatti. Poi, improvvisamente, tutti questi sono diventati evasori. Certamente lo sono, pur parziali, ma, qui il punto, in base ad un contratto fiscale di fatto tra Stato e popolo del mercato, per giunta confermato dalle elezioni del 2008. Cosa è etico? Massacrarli, come sta facendo il fisco, tra l’altro con procedure incostituzionali, oppure riconoscere la realtà e sanarla mettendo un confine netto tra passato e futuro? Secondo me è etico, e serve anche ad evitare una rivolta fiscale, cancellare il vecchio contratto fiscale e crearne un altro, da dettagliare in vista delle elezioni 2013 dove la questione fiscale sarà centrale. Ma prima delle elezioni bisognerebbe chiudere il passato, appunto, con un condono totale, fino al 2010. Cioè permettere a 4 milioni di persone di comprarsi l’innocenza. Quanto dovrebbero pagare? Nel complesso, ed in base a dati di eventi comparabili precedenti, dovrebbero e potrebbero cumulare una cifra vicino agli 80/90 miliardi, entro il 2012. Il fisco ha iniziato gli accertamenti per il 2007 e potrà recuperare, per le annualità fino al 2010, circa 10 miliardi all’anno, al massimo, probabilmente meno per i contenziosi crescenti, cioè la metà in un quadriennio dell’extragettito che invece potrebbe arrivare subito nel 2012. Non c’è il consenso per un condono di questo tipo? Se ne discuta in Parlamento con le ragioni qui segnalate. Poi va notato che L’Italia sta trattando con la Svizzera una sorta di condono oneroso come condizione per togliere la seconda dalla lista nera nazionale. Possibile che Roma non conceda tale opzione a Berna e non ai propri cittadini?

(c) 2012 Carlo Pelanda
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