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Carlo A. Pelanda
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Libero

2011-11-27

27/11/2011

L’Italia sola deve cambiare strategia

La sostanza del vertice tra Merkel, Monti e Sarkozy, pur cosmetizzata, è stata che l’Italia dovrà arrangiarsi da sola per gestire la crisi dell’euro creata dal rifiuto della Germania di accettare soluzioni europee al problema degli eurodebiti. Non solo. Dovrà anche riordinarsi in un’Eurozona in via di destabilizzazione a causa della posizione di Berlino. Poiché è fallita l’europeizzazione delle soluzioni che giustificava il governo Monti e la sua anomalia, ora è necessaria una nuova strategia: (a) mettere immediatamente l’Italia sotto la protezione del Fondo monetario internazionale; (b) predisporre riservatamente un piano di ritorno, eventuale, alla sovranità monetaria; (c) elezioni politiche al più presto.  

  1. L’Italia deve rifinanziare titoli di debito giunti a maturazione nel 2012 per circa 290 miliardi di euro. Il mercato  sta fuggendo dall’euro e continuerà a farlo fino a che la l’Eurozona non sarà dotata di un governo unico dell’economia, di una conversione dei debiti nazionali in un solo debito aggregato e di una Bce con funzioni di prestatore illimitato di ultima istanza che possa comprare questo tipo di eurotitoli. La Germania ha vietato che ciò possa succedere a breve. Quindi è probabile che nel 2012 il mercato continuerà a richiedere un premio di rischio elevatissimo e, in prospettiva, insostenibile per comprare titoli italiani. Che la Bce intervenga sul mercato secondario per calmierare la discesa dei prezzi dei nostri titoli (il rendimento va al contrario) serve a poco e comporta l’effetto controproducente di incentivare le svendite di debito italiano. Quindi all’Italia non resta altro che rivolgersi al Fmi per garantire a costi sostenibili il rifinanziamento del proprio debito e, soprattutto, per evitare la crisi bancaria. Infatti il Fmi ha predisposto uno strumento  dedicato all’Italia per mettere a disposizione 45 miliardi ogni semestre, 90 all’anno. Se ben usati dalla tecnica del Fondo, superiore a qualsiasi altra per tecnologia finanziaria, tale cifra basterebbe a stabilizzare i prezzi dei titoli. Ma, qui il punto, se non ci riuscisse la Bce sarebbe costretta ad intervenire con acquisti senza limiti in asta primaria per evitare il fallimento della stabilizzazione via Fmi che provocherebbe una crisi di fiducia totale. Come ben spiegato da un lucido articolo di Reichlin sul Sole 24, lo statuto della Bce già ammette interventi di emergenza illimitati se la stabilità è in pericolo. In sintesi, il ricorso al Fmi, di fatto all’America, da parte dell’Italia sarebbe una garanzia per la nazione che l’Europa germanizzata non vuole dare, ma anche una finestra per far entrare il salvataggio americano dell’intera Eurozona nonostante i veti tedeschi.
  2. Segretamente, per non indurre panico, l’Italia deve predisporre un piano di ritorno alla moneta nazionale. Se Roma ce la facesse  a restare nell’euro, ed è probabile, non è detto che Spagna e Francia ci riescano. Berlino certamente aiuterà Parigi, che ormai domina, per non rompere la diarchia europea, ma non potrà/vorrà aiutare Roma ed altri. I piani post-euro li stanno facendo tutti. Va annotato che le misure necessarie per restare nell’euro o tornare alla moneta nazionale sono esattamente le stesse per l’Italia, nel breve termine: pareggio di bilancio, liberalizzazioni pro-crescita e rafforzamento delle banche.
  3. La Germania ha fatto intendere che mollerà un po’ i suoi veti solo dopo la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio nelle euronazioni e controlli disciplinari più stringenti. In realtà Merkel vuole  arrivare alle elezioni del 2013 mostrando al suo elettorato che non ha ceduto. Comprensibile, ma è difficile che l’euro arrivi al 2013 in queste condizioni.  Il mercato ha preso atto della svolta post-europea e vuole vedere un’Italia determinata, che decida consapevolmente i cambiamenti, duri e difficili, per uscire dai guai ed un governo che abbia davanti cinque anni di mandato, sostenuto da una maggioranza robusta. Da qualche giorno il governo Monti, nonostante l’alta qualità del Primo ministro, interferisce con questo criterio: era utile, anzi necessario, in un modello di soluzioni europee, non lo è più in quello di Italia sola ed, eventualmente, post-europeo. Le elezioni il prima possibile sono quindi un requisito per la ricostruzione della fiducia sull’Italia, tecnico-economico e non solo politico-morale. 
(c) 2011 Carlo Pelanda
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