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Carlo A. Pelanda
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Libero

2011-11-1

1/11/2011

Ora si fa sul serio

Questa volta l’Italia dovrà cambiare modello economico sul serio e non per finta. Vediamo in dettaglio perché.

Tremonti, qualche settimana fa, ha fatto un errore – quando l’emergenza sarà finita dovrà spiegarcelo -  nel tentare di garantire il pareggio di bilancio entro il 2013 solo con tagli ed aumenti delle tasse. Il mercato ha subito calcolato che il rigore sarà a scapito della crescita. Ciò ridurrà il gettito e quindi renderà impossibile il pareggio o richiederà tasse crescenti per raggiungerlo, avviando una spirale depressiva che alla fine renderà insostenibile il debito. Per tale motivo - combinato con la scelta della Germania di rendere parziali e non totali le eurogaranzie sugli eurodebiti  - il mercato ha preteso un premio maggiore per comprare titoli italiani nelle aste di rifinanziamento. Se il premio crescerà ancora l’Italia dovrà dichiarare l’insolvenza pur in grado di gestire il debito entro costi normali. Per calmierare tale premio, cercando di mantenerlo sotto il 6% (e sotto il 4% il differenziale con i titoli tedeschi considerati riferimento) la Bce è intervenuta negli ultimi tre mesi sul mercato secondario. Ma è una misura tampone che non può risolvere il problema. Esattamente per questo motivo la Ue ha imposto all’Italia, con massima priorità,  di cambiare modello in pochi mesi per invertire la profezia del mercato sull’Italia, cioè per convincerlo che la crescita futura renderà sostenibile e ripagabile il debito. La Ue non ha esagerato.  L’Italia è davvero il ventre molle dell’Eurozona a causa di un debito superiore alla capacità della crescita del Pil di sostenerlo e dell’intero eurosistema di garantirlo in toto. Meglio è dire che lo potrebbe garantire facendo stampare moneta alla Bce. Ma la Germania lo vieta per il conseguente incremento dell’inflazione.  Il problema, qui il punto megacritico, è amplificato dal contesto globale. Il mercato teme l’insolvenza non solo degli eurodebiti, ma anche di quelli nipponico, mostruoso perché oltre il 200% del Pil, e statunitense, attorno al 120% del Pil che vale circa 15 trilioni di dollari se calcolati anche i debiti pubblici locali. Cifre enormi. Una sola insolvenza non ben gestita sarebbe il segnale di fuga dai titoli di debito, molti Stati dovrebbero dichiarare bancarotta cadendo come birilli, il sistema bancario globale collasserebbe, l’euro forse si dissolverebbe, certamente America ed Europa cadrebbero in una depressione duratura che si estenderebbe alla Cina ed altri emergenti, oltre al Giappone, dipendenti dall’export. Tale rischio è reale, ma i modi per ridurlo ci sono. Tuttavia, questa volta tali modi non possono essere solo iniezioni di liquidità per salvataggio, ma comportano modifiche dei modelli economici delle nazioni fonti di contagio. Questa analisi serve a far capire perché tutto il mondo, e non solo l’Europa, premerà sull’Italia affinché cambi modello economico. La buona notizia è che l’Italia può farlo in quanto la sua forza industriale è sufficiente per trasformare ogni riduzione di vincoli al mercato in maggiore crescita. E i vincoli da rimuovere devono essere quelli che più bloccano il sistema: rigidità del mercato del lavoro che limita gli investimenti nelle imprese, concorrenza insufficiente a causa delle troppe aree di mercato protetto, eccesso di burocrazia e terrorismo fiscale. Sindacati ed interessi colpiti faranno rumore. Lo facciano, ma invito governo e maggioranza a non spaventarsi, a cercare mediazioni intelligenti se possibile, ma se impossibile ad andare giù durissimi. Questo governo ha cambiato natura da qualche settimana: ha una missione in nome della Ue e del sistema globale per rimettere l’Italia a posto e per tale motivo sarà sostenuto dall’esterno per restare in carica fino a fine mandato. Lo capiscano opposizione e inquieti. Finisca entro la maggioranza qualsiasi polemica, tutti facciano compatti il loro lavoro. Se così, certamente ce la faremo.

(c) 2011 Carlo Pelanda
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