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Carlo A. Pelanda
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Libero

2011-5-10

10/5/2011

Il doppio conflitto tra euro e dollaro e tra eurogoverni e Bce

E’ evidente che la Grecia, come altri, non può restare nell’euro. Ma è anche evidente che non può uscirne. C’è una soluzione? Una sola, nel breve-medio termine: svalutare l’euro. Infatti è in atto, ma con la complicazione di un conflitto tra Bce che non vuole farlo e governi europei che lo vorrebbero, in particolare quello tedesco. Per questo, in nota,  ci sarà una raccomandazione per Draghi.  

L’architettura dell’Eurozona ha un difetto strutturale. Costringe le nazioni con economia debole ad adottare una moneta forte, soprattutto in termini di cambio, cosa che tipicamente peggiora la debolezza fino al punto di costringere le nazioni stressate per tale motivo a mollare  la moneta forte stessa (e a ristrutturare il debito). Capitò all’Argentina un decennio fa che diede priorità alla lotta all’inflazione ed al riequilibrio di bilancio senza calibrarla ai requisiti per la crescita. Succede oggi a Grecia e Portogallo condizionati dalle regole restrittive dell’eurozona e da una Bce che punta a mantenere elevato il cambio per minimizzare l’inflazione  importata. Il rigore produce deflazione nel mercato interno, cioè impoverimento. Il cambio troppo elevato toglie competitività alle esportazioni a basso contenuto tecnologico e al turismo di Grecia, Portogallo (nonché di Spagna ed Italia). Tale situazione avvia una spirale di poca crescita e costo crescente del debito che potrebbe essere invertita solo da politiche fortissime di riforma liberalizzante del mercato. Ma sono impossibili in Grecia e improbabili in Portogallo, nel medio termine. Il mercato già  vede fallite le due nazioni e ne compra i titoli di debito solo perché sostenuti dal soccorso europeo. Questo, d’altra parte, è necessario perché l’insolvenza, anche solo parziale, della Grecia farebbe scoppiare una crisi bancaria  globale ed una crisi di fiducia generale sui debiti sovrani. Per tale motivo la Grecia non può assolutamente  diventare insolvente pur essendolo. Ma in Germania non c’è consenso nell’elettorato per spendere soldi nazionali per finanziare la Grecia. In sintesi, la Grecia è fallita, ogni giorno va peggio perché il rigore interno ed il cambio esterno non le fanno fare più crescita, ma non può fallire formalmente. L’unica azione che può dare sollievo alla Grecia, nonché alle altre economie deboli dell’Eurozona ed anche alla stessa Germania, è quella di svalutare l’euro di brutto per aumentare l’export e l’importazione di turismo non-euro. Ma il dollaro viene pilotato al ribasso  dalla Riserva federale per sostenere la ripresa in America. Ed in più la Bce vuole tenere l’euro alto per ridurre l’inflazione importata. Tuttavia, non c’è altro da fare. Infatti la Bce, accettando con riluttanza pressioni dai governi, ha posposto il rialzo dei tassi (che attira flussi di capitale e quindi alza il cambio). Ma ciò ha abbassato troppo poco l’euro. Ad un certo punto, allora, un settimanale tedesco ha pubblicato una soffiata relativa alla richiesta della Grecia di uscire dall’euro. Non vera, ma bomba che ha avuto il potere di far risalire sostanzialmente il dollaro sull’euro. C’è un gioco evidente: più il dollaro svaluta più la Germania sussurra che l’euro salterà per controsvalutarlo. Questo gioco opaco, sul filo del rasoio, dimostra un doppio conflitto tra America ed Eurozona e tra i governi di questa e la Bce. Almeno lo si sappia visto che troppo pochi lo scrivono con chiarezza.

Nota. Mi permetto di consigliare all’ottimo Draghi di considerare cosa vorrebbe dire un italiano alla Bce in una situazione del genere. Purtroppo la bandiera conta  più dei meriti personali. Meglio ci sia un tedesco alla Bce che faccia saltare l’euro o lo svaluti. Inoltre, se Draghi accetterà l’invito, ed il sostegno, di Merkel per puntare al Fmi, in alternativa alla Bce, da quella posizione potrà meglio aiutare America ed Europa a convergere, questa la vera soluzione stabilizzante, in prospettiva. 

(c) 2011 Carlo Pelanda
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