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Carlo A. Pelanda
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Libero

2011-10-4

4/10/2011

La secessione della Fiat dal mondo che fu

L’uscita della Fiat da Confindustria è una mossa per liberarsi dal vincolo della contrattazione nazionale con i sindacati e per pretendere esclusivamente quella aziendale. La ritengo una buona notizia per l’Italia e per i lavoratori dipendenti del gruppo e dell’indotto. Con più flessibilità la Fiat (gruppo in generale) avrà meno motivi per ridurre le produzioni in un Italia a costi sistemici troppo elevati. Nella contrattazione aziendale gli accordi potranno essere più calibrati alle situazioni specifiche e vantaggiosi per tutti gli attori.

Confindustria è una associazione di altissima qualità. Ma è un’istituzione del mondo che fu. La sua esistenza in forma di sindacato nazionale e  generalista delle imprese ha senso come controparte di un sindacato nazionale dei lavoratori dipendenti. Ambedue hanno la missione di fare accordi di compromesso in termini di contratti nazionali, settore per settore, intesi come griglie entro cui poi dettagliare intese aziendali. Nel passato i contratti nazionali sono stati di certa utilità perché hanno calmierato sia il costo del lavoro sia la conflittualità sindacale. La sintesi nazionale, alla fine, permetteva l’emergere di atteggiamenti responsabili in ambedue. Ma ora i requisiti di competitività per resistere e vincere nel mercato globale richiedono molta più flessibilità specifica, azienda per azienda, di quanta sia possibile in teoria ed in pratica nel vecchio modello. Ciò non vuol dire, ovviamente, che non possano più esistere una associazione di imprese e un sindacato nazionali e generalisti in quanto molti temi di rappresentanza degli interessi lo giustificano. Ma quello che non può più esistere è il contratto nazionale. La Fiat, azienda globale, non può mantenere produzioni con un margine di profitto almeno decente in Italia se il luogo le impone rigidità, incertezze organizzative e costi de-competitivi. Per nostra fortuna, invece che andarsene o lasciare nel Paese solo una presenza commerciale, ha deciso di restare ed investire in nuove iniziative, per esempio il turbo in alluminio per i motori Alfa di nuova generazione ad Avellino. Ma alla condizione di poter  fare contratti con i lavoratori in base alla specificità della situazione interna al gruppo, entro le leggi ovviamente, senza che logiche ideologiche o troppo esterne interferiscano. Nel settore auto e dintorni l’efficienza deve essere massima perché la concorrenza globale è feroce. Per sopravvivere, un’aziende deve far  funzionare tutto come un orologio e questo deve essere riconfigurabile velocemente in base alle circostanze. Evidentemente la Fiat ha percepito che lo stare in Confindustria, dopo che questa ha riconfermato la volontà di fare contratti nazionali pur il governo avendo avviato una possibilità di deroga, non le permetteva tale libertà e ne è uscita. Comprensibile: non può perdere tempo con sindacalisti non-specifici e criteri troppo larghi, cioè con il mondo che fu quando il mercato internazionale era meno pressante. Cosa potrà succedere, ora? Un’aziende che compete ha l’interesse, anzi la necessità, di trasformare il più possibile i costi fissi in variabili e, appunto, ad organizzarsi come un orologio evolutivo. Le rappresentanze dei lavoratori e dell’azienda si siederanno attorno ad un tavolo e definiranno regole e compromessi specifici. Gli esempi sono quelli del sindacalismo aziendale negli Stati Uniti dove, semplificando, in tempi di vacche magre tutti stringono la cinghia ed in quelli buoni ci sono dei premi. Semplice e realistico. In conclusione segnalo che più flessibilità e contrattazione aziendale è la ricetta per disincentivare le aziende collocate in territori a costi sistemici elevati a delocalizzare. Per questo la secessione della Fiat dai contrati nazionali è in linea con l’interesse generale italiano.

(c) 2011 Carlo Pelanda
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