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Carlo A. Pelanda
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Libero

2010-12-21

21/12/2010

L’Italia dovrà abbattere il debito di almeno il 10%

La strategia di Tremonti è quella di “europeizzare” almeno in parte il debito pubblico per tre motivi: (a) rafforzarne la credibilità, grazie alla garanzia europea, sul fatto che sarà ripagato  allo scopo di dissuadere la speculazione e prevenire il “contagio” proveniente dal rischio di insolvenza di altre euro nazioni nei guai; (b) in tal modo ridurne il costo di rifinanziamento, cioè il premio di rischio da pagare ai compratori di titoli; (c) ed evitare, soprattutto, la necessità di tagli alla spesa violenti per portare il bilancio pubblico in pareggio. La scorsa settimana questa proposta è stata respinta seccamente dalla Germania, seguita dalla Francia. Non solo. Francia, Germania e Regno Unito, con Olanda, Finlandia ed altri, hanno firmato una lettera di intenti nella quale si raccomanda il congelamento della spesa pubblica europea. Il significato di fondo in tale messaggio è che ogni nazione deve mettersi in ordine da sola. Chiusa la porta, almeno per il momento, di una “soluzione europea”, l’Italia sarà costretta a praticare una “soluzione nazionale” di riordinamento economico. Quale la migliore?

In generale, l’Italia dovrà aumentare la propria credibilità sovrana di fronte al mercato. Ciò implica tagli alla spesa pubblica ed allo stesso tempo detassazioni per stimolare una maggiore crescita del Pil per dimostrare che il gettito annuo sarà sufficiente a ripagare il debito. Come? Regno Unito e Germania hanno messo in priorità il rigore. Il primo ha tagliato, qualche settimana fa, di quasi 100 miliardi equivalenti la spesa pubblica per contenere l’indebitamento. La seconda, già dal 2009, ha messo in Costituzione il divieto di fare deficit annuo, dal 2016 a livello federale e dal 2020 per gli enti locali. Se applicassimo in Italia misure e tempi simili,  dovremmo tagliare 45 miliardi di spesa pubblica strutturale – cioè il 3% del Pil – dal 2013 al 2016 in poi, ed altri 30, ad occhio, nel periodo 2011-12. Ma dovremmo anche detassare per essere credibili nel rilancio della crescita. Gli inglesi la ottengono via rigore che rafforza la piazza finanziaria di Londra e la sterlina. I tedeschi la fanno via export sostenuto da contratti geopolitici. L’Italia, per incrementare  il Pil, deve aumentare i consumi interni togliendo tasse. Quanto? Di almeno 40 miliardi che equivalgono, scontando l’effetto crescita, a circa 25 miliardi di taglio strutturale nella spesa. In tutto 100 miliardi di tagli nel periodo 2011-16.  Ciò porterebbe ad una deflazione troppo violenta dell’economia italiana (con rischio di “stagflazione” per l’aumento dell’inflazione energetica importata) ed a rivolte nelle strade in quanto per risparmiare una tale cifra non basterebbe limare gli sprechi, ma bisognerebbe ridurre le garanzie dello Stato sociale. In sintesi, o l’Italia esce dall’euro, consolidando il proprio debito in una nuova moneta svalutata o dichiarandone l’insolvenza parziale, oppure deve cambiare il modello di Stato sociale con rischio elevato di conflitto interno. La terza opzione di alzare le tasse comprometterebbe fatalmente la crescita, quindi il gettito: il rigore senza crescita annulla gli effetti del primo. Altre opzioni? Tremonti, comprensibilmente, insisterà per ottenere garanzie europee che attutiscano l’intensità del rigore in Italia. Forse otterrà qualcosa, ma probabilmente poco visto il clima di ri-nazionalizzazione e germanizzazione della Ue. Resta l’opzione di abbattere del 10% (180 miliardi) il volume assoluto del debito sia vendendo patrimonio pubblico (circa 80 miliardi sono alienabili a breve) sia attraverso una tassa una tantum. Il risparmio annuo sulla spesa per interessi (ora sui 70 miliardi) sarebbe di circa 8 miliardi. Il mercato, impressionato in positivo da una nazione capace di una tale operazione, chiederebbe un minor premio di rischio per il rifinanziamento del debito e ciò farebbe risparmiare, probabilmente, altri 4 miliardi annui. Pago 180 in un colpo, guadagno 12 per ogni anno, rafforzo la credibilità nazionale e compro tempo per evitare tagli insostenibili. Francamente, consiglierei al governo di predisporre questa “soluzione nazionale” che anche aumenterebbe la nostra influenza nella Ue. 

(c) 2010 Carlo Pelanda
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