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Carlo A. Pelanda
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Libero

2010-11-23

23/11/2010

Il prossimo anno una legge di bilancio così non la potremo più fare

La legge di stabilità - la vecchia Finanziaria - in questi giorni all’esame del parlamento è ben impostata in relazione alle priorità di contenere il deficit e mantenere le tutele dei lavoratori nelle aziende più colpite dalla recessione 2008-09. Ma il progetto di bilancio 2011 mostra problemi tali che impediranno di replicarne il metodo per l’anno prossimo.

Nonostante i circa 400 milioni in più trovati in extremis, è evidente che Regioni, Province e Comuni non potranno mantenere i livelli di spesa corrente. Da un lato, il federalismo fiscale in approvazione accelerata metterà in grado un governante locale di poter decidere se tagliare un assessorato o aumentare le tasse locali. Dall’altro, tale scelta comporta comunque dissensi e problemi enormi di stabilità politica nei governi dei luoghi. E se poi la cosa finisse nel trasferire dal centro alla periferia il compito di aumentare le tasse sarei tra i primi a contrastare l’applicazione del federalismo fiscale, pur invocandolo da sempre come riforma salvifica. Ma solo se detassante. Per questo mi permetto di suggerire di aggiungere alle misure in studio una fase di transizione dove gli Enti locali siano dotati degli strumenti per analizzare la spesa in modo da attuare risparmi consapevoli ed eventualmente finanziamenti straordinari per rinvestire sulla successiva riduzione dei costi. Per esempio, nel sistema sanitario si possono ridurre molti costi senza toccare la qualità del servizio medico, ma la mappatura analitica dei costi stessi richiede strumenti sofisticati – specifici e non generici - che ora mi sembra non esistano. Se si costringe, per esempio, un Presidente di Regione a tagliare spesa senza che ne abbia le mappe questi invocherà rialzi delle tasse locali o non potrà argomentare i tagli esponendosi a dissensi fatali che poi porterebbero a non poter applicare il federalismo fiscale. Attenzione.

Ma ancor più attenzione va data al problema dei tagli lineari. La spesa pubblica ha diversi livelli di produttività. Nel progetto di bilancio corrente si può osservare che molta spesa improduttiva o inutile viene sì ridotta, ma lasciata tale, mentre la spesa produttiva, per esempio le vitali infrastrutture di modernizzazione, viene tagliata in egual misura. Non ha senso. Da un lato è comprensibile che un governo debole ed instabile debba ricorrere al metodo dei tagli uguali per tutti in quanto sarebbe difficile praticare la selettività portatrice di inevitabili dissensi. E’ anche, soprattutto, comprensibile che in una situazione dove molti settori economici rimangono in crisi il governo non se la senta di aggiungere un impatto deflazionistico dovuto al taglio di risorse. Dall’altro, questo metodo non può più continuare nel futuro perché è devastante: finanzia la tenuta del sistema, ma scapito dello sviluppo. Ed alla fine il rigore senza crescita annulla il rigore stesso perché il gettito fiscale che deriva dalla crescita prende una tendenza discendente. Per quest’anno è andata così, il prossimo non possiamo permettercelo.

Ma la peggiore sensazione nel leggere la bozza del bilancio 2011 è che anche applicando la selettività nella riorganizzazione della spesa, comunque resta un gap di risorse. Per riempirlo dovremo fare qualcosa di straordinario, di ora imprevisto. Accelerare la ripresa ed aumentare la crescita è difficile senza cambiare modello economico, cosa che richiede anni. Quindi le risorse dovremo trovarle tagliando costi. Ma il ritmo possibile è lento per evitare, appunto, la deflazione da taglio in fase di ripresa incerta. Quindi resta possibile, per effetti immediati, solo il taglio dei costi relativi agli interessi sul debito (attorno ai 70 miliardi annui). L’unico modo per ottenerlo è quello di abbattere con mossa secca almeno il 10% del debito complessivo (circa 180 miliardi) e così risparmiare almeno 7 miliardi annui di interessi, forse 10/12 grazie all’effetto sistemico virtuoso dell’azione, quasi un punto di Pil. Come? In parte vendendo patrimonio ed in parte con una tassa “una tantum” che però sarebbe un investimento per evitare aumenti futuri della pressione fiscale. In conclusione, si avvicina il momento delle scelte straordinarie e quello dell’abbandono di una politica economica non selettiva.   

(c) 2010 Carlo Pelanda
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