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Carlo A. Pelanda
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Libero

2010-11-17

17/11/2010

Salvataggio inevitabile

Premessa. La libertà richiede responsabilità. Se qualcosa va male per mancanza di responsabilità, allora il colpevole deve fallire. In tal modo, mostrando che non c’è salvezza per gli incauti, si educano gli attori di mercato ad esercitare la libertà in modi tali che questa sia produttiva e non distruttiva. In particolare, si minimizza la necessità di trasferire il controllo dal singolo libero attore ad un agente statale per tenere in ordine il sistema, ottenendo così la vera libertà che è quella di autoregolamentazione, cioè senza un burocrate o politico che dica cosa fare o meno, spillando soldi fiscali per eseguire tale funzione. Con questa dottrina liberale nel cuore sento l’impulso di commentare il riacutizzarsi della crisi di insolvenza europea raccomandando di lasciare fallire le banche irlandesi e, in generale, quelli Stati che hanno portato i loro debiti in condizioni di insostenibilità. La lezione sarà istruttiva per il futuro. Ma la testa dice - e la ricerca che faccio per mestiere mostra -  che senza un salvataggio degli irresponsabili, privati e Stati, un tale futuro non ci sarà. Per questo, a malincuore, devo sostenerlo.

Ha ragione Van Rampuy: se l’Europa non salva Irlanda e Portogallo, l’Eurozona e la Ue si dissolveranno. Se il mercato non vedrà un prestatore di ultima istanza in grado di garantire i debiti sovrani pretenderà un premio crescente, a causa dell’aumento del rischio di insolvenza, per comprarne i titoli. Se tale costo andasse alle stelle o i compratori disertassero le aste di rifinanziamento dei debiti, la Grecia, il Portogallo, l’Irlanda, la Spagna, l’Italia, e avanti così fino alla Francia, lasciando fuori, forse, la Germania e pochissimi altri, cadranno come birilli, cioè dovranno dichiarare l’insostenibilità del debito. I possessori dei titoli ne vedranno sparire il valore, le banche che ne hanno montagne in garanzia subiranno perdite superiori al patrimonio e dovranno dichiarare fallimento. L’euro diventerebbe carta straccia, le nazioni più ordinate, in particolare la Germania, lo abbandonerebbero per restare con una moneta forte che inibisce l’inflazione e favorisce gli investimenti finanziari nell’economia reale. Quelle più disordinate dovrebbero tornare ad una moneta più debole per uscire dai guai via svalutazione competitiva. Immaginate se lo facesse l’Italia con un sistema industriale manifatturiero quasi pari a quello della Germania. L’industria tedesca non venderebbe più un bottone ed i sindacati locali andrebbero in piazza per dichiarare guerra all’Italia, intanto le frontiere chiuse. E qui salterebbe la stessa Europa politica. Non è uno scherzo. E’, semplificato, lo scenario che teme Rampuy e che molti ricercatori tratteggiano da tempo. L’Italia avrebbe vantaggi? Guadagneremmo 100 per la competitività valutaria, ma perderemmo 1.000 per la crisi finanziaria e sociale nonché per quella di fiducia nei nostri confronti da parte degli investitori globali. In conclusione, non c’è altra via che salvare ora i “piccoli” per evitare il contagio ai “grandi” nonché una crisi bancaria paneuropea e la dissoluzione dell’euro. Questa linea d’azione va considerata inevitabile e non può essere oggetto di dubbi. Infatti nessuno Stato europeo, tantomeno la Bce, li ha, sul piano del principio. Ma su quello della configurazione del “prestatore di ultima istanza” e delle procedure esistono ancora disaccordi che potrebbero annullare l’effetto salvataggio. Probabilmente la dichiarazione emergenziale di Van Rampuy si riferiva a due problemi: (a) non è chiaro se le risorse europee siano sufficienti a coprire le insolvenze, in particolare se a catena; (b) la Germania insiste per rendere parziali e non totali i salvataggi ammettendo sia l’insolvenza pilotata degli Stati sia una partecipazione alle perdite da parte degli investitori privati. La posizione tedesca suscita simpatia in chi scrive perché è in linea con l’educazione alla responsabilità detta sopra, ma, francamente, darebbe al mercato il segnale più sbagliato. Anzi lo ha già dato in quanto Merkel ha contribuito dell’acuirsi della crisi di fiducia proprio per aver preso questa posizione. Evidentemente il mercato deve essere certo che nessuno sarà lasciato fallire o gli interventi finanzieranno una crisi crescente invece di risolverla. Sul piano delle quantità sarebbe più prudente combinare, entro un fondo congiunto, le risorse della Ue/Bce con quelle del Fmi e non pretendere che bastino le prime per malriposto orgoglio europeo.

(c) 2010 Carlo Pelanda
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