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Carlo A. Pelanda
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Libero

2010-11-14

14/11/2010

Rischio Inflazione

Il mercato globale è in via di destabilizzazione a causa di squilibri multipli che i governi non riescono a riequilibrare. Nessuno vuole la crisi sistemica, non c’è ancora una formula per evitarla, ma l’accordo è stato di cercarla, nel frattempo minimizzando le divergenze. Che però restano. Questo, in sostanza, è l’esito del  G20. Non c’è pericolo di catastrofe, ma cresce il rischio di inflazione globale originata da un’America che si sta ribellando al mondo da essa stessa creato.  

Dal 1945 l’America è il pilastro dell’economia mondiale perché assorbe le esportazioni di tutte le altre nazioni, permettendo loro un traino esterno alla crescita interna. Per questo europei ed asiatici emergenti hanno potuto adottare modelli economici con mercati interni protetti – stagnanti, ma portatori di consenso grazie all’assistenzialismo - che fanno crescita solo massimizzando l’export. Ora l’America è diventata troppo piccola per reggere un tale carico e rischia, se non riequilibra i flussi commerciali, di implodere. Per implosione si intende: disoccupazione crescente per eccesso di concorrenza esterna; stagnazione endemica con rischio di depressione; crisi finanziaria/bancaria e, totale, della valuta. In sintesi, il pilastro fatto di importazioni statunitensi e di dollaro forte non può più reggere da solo l’economia mondiale. Da tempo, con disperazione e rabbia, l’America chiede agli altri di fare loro più crescita, via liberalizzazioni dei mercati interni, e di dipendere meno dall’export. Ma questi da sempre rifiutano perché la liberalizzazione implicherebbe dissensi (Germania ed altri europei, Corea e Giappone) o perché non sono ancora pronti a fare una crescita interna sufficiente (Cina). Nel passato offrirono all’America un’altra soluzione riequilibrante: usare il surplus commerciale per comprare debito americano, tenere alto il dollaro, pompare le Borse statunitensi per far crescere i redditi dei consumatori americani, i loro consumi e le importazioni. Ma il riequilibrio solo finanziario degli squilibri commerciali ha drogato il sistema incentivandolo al debito, fino al crollo. Per inciso, questa è la causa sistemica della megacrisi finanziaria, molto minore il ruolo della “finanza avida” enfatizzato dagli sprovveduti. Il punto è che il riequilibrio finanziario non può più essere ripristinato e quindi bisognerà bilanciare i flussi commerciali. Questa infatti è stata la proposta statunitense al G20. Germania e Cina, in panico, si sono alleate per ammorbidire la pressione americana. Ora Washington ha tre scelte: (a) mettere barriere alle importazioni; (b) svalutare il dollaro per ridurre l’import e fare più crescita con l’export; (c) solo minacciare tali misure ottenendo un piccolo beneficio, utile però a rinforzare la crescita statunitense ora troppo lenta. La terza opzione è quella perseguita dalle diplomazie, ma Washington, per mantenere la pressione dissuasiva, vuole mostrare un po’ della prima e un assaggio della seconda. Il mercato potrebbe amplificare tale movimento, in particolare sui cambi. Se il dollaro scendesse troppo, le materie prime prezzate in dollari, tra cui il petrolio (già in tensione), salirebbero di prezzo in modo non proporzionale, creando così una bolla di inflazione globale. Abbiamo già visto nel 2005 – 08 che l’inflazione di questo tipo non è contenibile con una politica monetaria ordinaria e che bisogna mandare le economie in recessione per fermarla. La Bce tende a difendersi da questo tenendo alto il cambio dell’euro. Ma ciò riduce l’export eurodenominato e comunque non funziona. Inoltre, la crisi di fiducia sugli eurodebiti potrebbe abbassare l’euro aprendo l’Eurozona ad uno tsunami di inflazione importata mentre è ancora in ripresa lenta, cioè alla “stagflazione”. Probabilità di questo rischio? Elevata che si avveri, ancora incomputabile l’intensità.   

(c) 2010 Carlo Pelanda
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