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Carlo A. Pelanda
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Libero

2010-10-26

26/10/2010

Più tempo per risolvere un problema ora irrisolvibile

Il recente summit tecnico del G20 in Corea del Sud ha mostrato che non c’è convergenza sul come bilanciare gli squilibri dell’economia globale, ma anche che nessuno vuole guai, questi intesi come svalutazioni competitive multiple e protezionismi. E’ una buona notizia perché indica che nei prossimi mesi nessuno tenterà per proprio interesse nazionale mosse globalmente destabilizzanti che poi ricadrebbero sull’Italia o in forma di euro decompetitivo che penalizza le esportazioni o di ondata inflazionistica e/o perfino di nuova recessione mondiale. Ma lo squilibrio resta ed è crescente il rischio che si trasformi in destabilizzazione globale.

Il problema è il seguente. Il mercato americano assorbe l’export di tutto il mondo e fa da volano alle esportazioni degli altri, ma i Paesi esportatori non importano a sufficienza perché tengono i loro mercati o semichiusi (Cina) o a bassa crescita interna (europei e giapponesi) creando così uno squilibrio a danno dell’America (deficit commerciale, pressione competitiva che induce disoccupazione, ecc.). Tale squilibrio è peggiorato dalla svalutazione competitiva dello yuan cinese (attorno al 30%). L’America, un po’ perché ha la priorità di reflazionare la sua economia a ripresa troppo lenta e un po’ per riequilibrare il sistema economico internazionale a suo favore, preme affinché Pechino rivaluti sostanzialmente lo yuan e aumenti le importazioni capitalizzando le masse invece che tenere il surplus da export concentrato nel suo fondo sovrano. Per inciso, Pechino dovrebbe anche creare un minimo di welfare affinché la popolazione,  ora indotta  a risparmiare moltissimo per finanziare cure mediche e pensioni, possa allocare più capitale nei consumi, tra cui i beni importati. In sintesi, l’America minaccia di imporre limiti alle nazioni con un surplus commerciale  eccessivo a danno dell’America stessa. Ciò ha spaventato non solo la Cina, ma anche Germania e Giappone con modelli economici  che massimizzano l’export . Così Washington, che pur aveva riattivato il G7  contro la Cina - per altro novità da considerare perché incrina il G2 sino-americano che fu motivo nel 2009 per derubricare il G7 stesso -  si è trovata in minoranza. Ma ha fatto passare il principio che l’eccesso di surplus esportativo vada riconosciuto come fattore squilibrante da correggere, gli altri forzatamente d’accordo, pur riuscendo ad evitare tetti precisi, per evitare che l’America faccia azioni destabilizzanti per disperazione. Ma non ci sarà una soluzione perché Cina, Germania e Giappone non vorranno/potranno cambiare il loro modello economico aumentando in poco tempo crescita interna ed importazioni così riducendo il surplus. Germania e Giappone dovrebbero liberalizzare l’economia  interna (meno tasse e mercati protetti) suscitando dissensi ingestibili. La Cina, pur a sviluppo veloce, resterà ancora per molti anni dipendente dalla svalutazione competitiva e dall’export per fare crescita. Tutti questi oppongono le loro ragioni a quelle americane. Ma la novità più importante è che l’America ha contrapposto le sue, passando dalla posizione di tutore generoso del sistema globale pronto a rischiare la stabilità interna per salvaguardare quella globale, a quella di attore nazionale che non rinuncia più al proprio interesse per salvare il resto del mondo. Un cambiamento epocale che va capito perché da qui potrebbe venire il disastro. Se l’America non trova vie d’uscita lascerà crollare il dollaro. Più il dollaro scende e più le materie prime salgono di prezzo inducendo inflazione globale. Tutte le economie si troverebbero con meno export e devastate dalla combinazione di inflazione e recessione, ma quella americana, poiché con mercato interno più efficiente e flessibile degli altri, assorbirebbe l’inflazione prima, alla fine restando l’unico birillo in piedi nel mondo e così tornando nella facoltà di dettare le regole globali. In realtà Washington non vuole ricorrere a questa soluzione, ma se non ne trova altre lo farà. Difficile valutare se Cina, Giappone e Germania lo abbiano capito. In parte sì perché hanno ceduto almeno nominalmente alla pressione riequilibrante statunitense. Ma, appunto, non potranno fare quello che l’America chiede senza destabilizzarsi sul piano del consenso interno. Quindi? Speriamo che l’America ritrovi presto la crescita interna per avere, tutti, qualche anno in più di tempo per capire come risolvere un problema ora irrisolvibile.  

(c) 2010 Carlo Pelanda
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