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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2010-3-20

20/3/2010

Il motore del capitalismo torna a girare…e rimette il turbo

Il 9 marzo 2009 gli indici delle Borse mondiali più rilevanti raggiunsero valori minimi. Venerdì scorso hanno mostrato un incremento annuale attorno al 70% (la Borsa italiana del 55%). Tale crescita non è ancora arrivata ai picchi del recente passato. Ma la tendenza in atto è quella di arrivarci. Si tratta di una bolla gonfiata da irresponsabili che non si accorgono dell’estrema fragilità e lentezza della ripresa in America ed Europa, nonché degli squilibri di quella in Cina, oppure gli investitori hanno ragione nell’anticipare una ripresa globale robusta?
Al momento sono smentite le analisi di chi dichiarò catastrofica e tomba del capitalismo la crisi 2008-09. Le curve grafiche di recessione e ripresa hanno andamenti non dissimili da quelle precedenti. Normali, entro il ciclo di “recessioni brevi e crescite lunghe” che si osserva nella nuova economia a partire dalla fine degli anni ’70. In particolare, nonostante gli appelli a riformare il capitalismo, questo si sta riprendendo esattamente come era prima della crisi. Significa che il capitalismo finanziarizzato non è un aberrazione, ma un prodotto evoluzionistico del mercato che resiste alla selezione, evidentemente, perché ha dei punti di forza e fornisce più benefici che danni alla maggioranza degli attori economici. Alcuni osservano che si potrebbe trattare solo di inerzia di un modello sbagliato. E per questo insistono nel pretendere amputazioni della libertà economica, definanziarizzazioni e più dirigismo politico per evitare la catastrofe finale. Ma  perdono di vista il dato reale di fondo: il sistema capitalistico ha tenuto e tiene. Ma terrà veramente come anticipano le Borse? I timori di ricaduta in recessione in America dopo la fine delle stimolazioni economiche e monetarie (in autunno) sono tecnicamente razionali. La ripresa dell’Eurozona, ancora alle prese con l’impatto recessivo e ostacolata da modelli statalisti vischiosi, sarà lenta e poca. Lo squilibrio debitorio degli Stati è un pericolo innegabile. Come lo è la fragilità di un sistema bancario  che non ha ancora riparato i propri bilanci devastati dalla crisi finanziaria specifica. Ma le Borse valutano che questi fattori di possibile nuova crisi siano meno potenti di quelli che portano verso la riparazione e la crescita del sistema. Sbagliano o ci vedono giusto? Vedono che il capitalismo in grave crisi tecnica ha mantenuto la propria ideologia in maggioranza nel pianeta, cioè che milioni di operatori e miliardi di attori economici trovano beneficio nel ciclo del capitalismo finanziarizzato globale. Tale fenomeno genera la continuità del modello. E, di conseguenza, muove verso l’orizzonte ottimistico  una massa di capitali che tende a far superare i problemi di sostenibilità e fattibilità dell’economia tecnica. La profezia si autorealizza perché mobilizza soldi concreti per ottenerne di più. Dovremmo discutere più a fondo sul motore ideologico che spinge l’economia, ma qui va segnalato - la notizia - che quello capitalistico sta girando a pieni giri e che per questo è più probabile che la crescita tornerà robusta, pur in altalena con brevi ricadute. Tale segnalazione porta ad  un’altra: lo scenario potrebbe essere rovinato dalla politica populista che, privilegiando risposte  alla minoranza pessimista e in ansia del mercato, tende ad inceppare con eccessi assistenziali e regolativi il motore ideologico e tecnico della creazione di ricchezza. Quindi alla politica  va raccomandato con forza di sostenere la fiducia nel capitalismo, smettendo di demonizzarlo. Anche perché solo così salverà se stessa.    

(c) 2010 Carlo Pelanda
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