spending review). Se la prima verrà troppo annacquata non avrà né effetti reali di impulso alla crescita né farà valutare agli osservatori esterni dell’Italia che il suo sistema si sta modernizzando. Se la seconda non riuscirà ad individuare un obiettivo di taglio sostanziale della spesa, pur in più anni, ciò esporrà l’Italia alla previsione che troppi costi e troppe tasse per finanziarli soffocheranno la crescita ed impediranno il mantenimento del rigore. C’è questo rischio. Monti è stato un po’ ingenuo nel far intendere che l’emergenza sia finita, perfino ipotizzando che l’Italia stia diventando un modello di riferimento per l’Europa, in quanto non ha valutato che proprio l’evidenza dell’emergenza è la forza che permette al suo governo di fare riforme incisive. Per favore, restiamo nella realtà.

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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2012-2-27

27/2/2012

L’emergenza non è finita

Dopo i primi 100 giorni di attività il governo Monti merita il riconoscimento di aver gestito bene la situazione d’emergenza, cioè una crisi globale di sfiducia sulla capacità dell’Italia di ripagare il suo enorme debito. Ma ora c’è un problema. Il successo temporaneo di questo governo d’eccezione sta creando l’illusione che la crisi sia ormai alle spalle. Non è così. Il mercato finanziario – che compra i titoli di debito quando vengono periodicamente rifinanziati – aspetta di vedere se l’Italia riuscirà a confermare il rigore e ad ottenere più crescita. E se non vedrà una probabilità crescente che ciò avvenga ricomincerà a scommettere contro le capacità dell’Italia ripristinando la scommessa, per noi e per l’Eurozona, catastrofica. Pertanto Monti ora deve riuscire a continuare l’azione di rigore aggiungendo le riforme di impulso alla crescita. Ma farà più fatica sia perché i cambiamenti da fare sono molto difficili sia perché il sistema politico appare meno disposto a subire passivamente le decisioni governative, che tendono a ledere interessi consolidati di parte,  in quanto, appunto, crede che l’emergenza sia ormai passata. Infatti la scorsa settimana si potuto osservare quanto il governo abbia modificato, ammorbidito e annacquato alcune proposte di riforma. In parte ciò è dovuto ad un riesame della fattibilità dei dettagli avendo avuto più tempo per studiarli, ed è fenomeno normale. Ma in parte maggiore gli interessi corporativi che resistono al cambiamento sono riusciti a piegare la volontà riformatrice del governo, segno di una sua forza decrescente. E ciò preoccupa in vista di due misure cruciali per la riforma di efficienza: la nuova regolazione più flessibile del lavoro ed il controllo nel merito della spesa pubblica (spending review). Se la prima verrà troppo annacquata non avrà né effetti reali di impulso alla crescita né farà valutare agli osservatori esterni dell’Italia che il suo sistema si sta modernizzando. Se la seconda non riuscirà ad individuare un obiettivo di taglio sostanziale della spesa, pur in più anni, ciò esporrà l’Italia alla previsione che troppi costi e troppe tasse per finanziarli soffocheranno la crescita ed impediranno il mantenimento del rigore. C’è questo rischio. Monti è stato un po’ ingenuo nel far intendere che l’emergenza sia finita, perfino ipotizzando che l’Italia stia diventando un modello di riferimento per l’Europa, in quanto non ha valutato che proprio l’evidenza dell’emergenza è la forza che permette al suo governo di fare riforme incisive. Per favore, restiamo nella realtà.

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