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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2011-4-4

4/4/2011

Il rischio di restrizione del credito

Il pericolo maggiore per la ripresa del nostro mercato interno – persino più grave dei rischi di inflazione energetica e di aumento dell’Iva -  viene dall’eventuale restrizione del credito dovuto alla necessità delle banche italiane di ricapitalizzarsi, chi più chi meno, per rispettare i nuovi parametri di sicurezza finanziaria. Nel fine settimana scorso il Prof. Savona, Presidente del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi, ha presentato una ricerca/simulazione dove individuava in ben il 30% in meno di credito alle imprese ed al consumo il rischio di caso peggiore. Sarebbe un disastro.  Ovviamente ci sono anche casi migliori e la segnalazione di quello peggiore teorico serve a sollecitare la ricerca per applicarli.

Il problema è molto tecnico e cerco di semplificarlo, scusandomi con gli specialisti. Durante la crisi finanziaria globale molte banche in America ed in Europa si sono trovate nella situazione in cui le loro passività superavano il patrimonio ed il capitale messo a riserva in caso di guai. Gli Stati sono dovuti intervenire con soldi fiscali per coprire i buchi, aumentando il debito pubblico per salvare il sistema bancario che fornisce il sangue al corpo dell’economia. Se ci fosse un’altra crisi finanziaria del genere gli Stati non potrebbero più intervenire  perché crollerebbe la credibilità dei debiti pubblici, ormai ai limiti, aumentandone il rischio di insolvenza. Catastrofe. Per evitare questi rischi nel futuro le autorità regolative internazionali  hanno scelto la soluzione di costringere le banche ad aumentare i loro patrimonio e riserve per essere meno vulnerabili. Le banche italiane hanno resistito alla tempesta globale senza fallire o dover richiedere, a parte un paio di casi, aiuti statali perché gestite secondo una logica più prudente, grazie alla buona vigilanza di Banca d’Italia e regole migliori di quelle vigenti in altri Paesi, e meno inclini alla finanza con rischio elevato. Ora non sono messe bene a causa delle sofferenze dei clienti colpiti dalla recessione e comunque delle perdite subite nel picco di crisi, ma nemmeno male. Pertanto non avrebbero bisogno di ricapitalizzarsi con urgenza. Ma devono farlo comunque perché ciò viene richiesto da uno standard internazionale. Se non lo facessero, il mercato le punirebbe alzandolo il costo delle loro operazioni interbancarie  e riducendo il loro valore azionario. Per questo Banca d’Italia preme con forza affinché le banche italiane aumentino patrimonio e riserve, subito, anticipando l’applicazione dei parametri noti come Basilea 3. Il problema è che non tutti i proprietari delle nostre banche hanno soldi a sufficienza né vogliono, per lo più, diluire la percentuale di proprietà nell’aumento di capitale dell’azienda. E se una banca non ricapitalizza deve ridurre gli impieghi, cioè il credito, per equilibrare il rapporto tra prestiti e riserva di garanzia. Qui, semplificando molto, c’è il rischio di caso peggiore detto sopra e la necessità urgente di trovare soluzioni. Opzioni: (a) imporre la regola che se un socio non ha soldi deve accettare la diluizione nel capitale sociale, aprendo l’azionariato a chi i soldi li ha; (b) accettare che più dividendi futuri vengano messi a riserva e non distribuiti tra i soci; (c) “fare sistema” e pretendere, garantendo nazionalmente la solidità bancaria, che al caso italiano venga riconosciuta una situazione migliore di quella in altri Paesi, come in realtà è, attutendo i tempi della ricapitalizzazione degli istituti, facilitandola senza impatti restrittivi sul credito. Io farei un po’ di tutte e tre le cose, cominciando dalla terza.

(c) 2011 Carlo Pelanda
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