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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2011-2-14

14/2/2011

Il Mediterraneo è più stabile di quanto appaia

Molte imprese italiane ingaggiate nell’area araba-mediterranea temono l’instabilità dell’area ed un grave danno. In realtà è più probabile che l’area resti stabile, ad opportunità crescenti. E per argomentarlo lasciatemi aggiornare un’analisi già qui offerta in precedenza.

Sarebbe sviante interpretare i moti popolari nelle nazioni arabe del mediterraneo come un’ondata rivoluzionaria democratizzante, o islamizzante, “dal basso”. In “basso” si è accesa una protesta popolare dovuta all’inflazione alimentare ed alla disoccupazione crescente dei giovani. Ciò ha dato l’occasione ai militari di usare tale movimento per sostituire le teste dei regimi. Perché in Tunisia ed in Egitto? Non essendo nazioni petrolifere hanno meno risorse per finanziare il consenso. E ciò ha reso più ampia la protesta. Inoltre in ambedue le nazioni il clan al potere è diventato troppo rapace riducendo i guadagni di altri oligarchi e dei militari coinvolti nell’economia. Tali èlite insoddisfatte hanno manovrato i moti di piazza. In modo particolare in Egitto, ma anche in Tunisia, i vertici militari sono connessi al Pentagono che da un decennio li  finanzia per farli convergere nella lotta al terrorismo. Washington ha osservato che ormai i regimi erano troppo instabili sia in alt sia in basso ed hanno o istruito o assecondato i militari per condurre il cambiamento delle teste del regime, ma per salvare i regimi moderati e filo-occidentali secolarizzati e non farli cadere in mano a forze islamiche estremiste. In sintesi, si è trattato di golpe militari assecondati dall’America, travestiti da moti democratici per renderli più accettabili. Gli eventi in Tunisia ed Egitto hanno eccitato le folle in Algeria, Marocco, Libia, Giordania e Yemen, facendo temere un contagio destabilizzante nell’area. Ma l’Algeria ha molto petrolio per finanziare il consenso ed il regime, pur tese le relazioni tra militari e oligarchia legata all’autocrate, è sostanzialmente solido e compatto nonché molto modernizzante, con la presenza di una classe media secolarizzata e benestante. La Giordania non ha petrolio, ma la sua stabilità è fattore essenziale per tenere congelato il conflitto palestinese- israeliano e quindi non ha problemi a ricevere finanziamenti  per tenere il consenso. Lo Yemen, dove Al Qaida opera con una sua forza armata esplicita, è un caso a parte, di guerra. Il Marocco non ha petrolio, ma il suo mercato interno è piuttosto evoluto ed il regime modernizzante con legami privilegiati con l’America e con la Francia, pur i secondi decrescenti. La Turchia, impegnata nel consolidamento di un’area economica con Iran e Siria e con una postura neoimperiale, non sta giocando partite destabilizzanti nel resto del Mediterraneo, pur attenta a cogliere vantaggi dalla situazione. L’Iran lo vorrebbe, ma la sua natura sciita ne riduce l’infleunza nell’area araba-sunnita. Comunque presidiata dall’Arabia saudita con l’interesse a contenere l’Iran, al punto di essere alleata di fatto con Israele per la stabilizzazione del teatro. E’ presto per dire se la transizione di potere in Egitto e Tunisia avrà un esito stabilizzante, ma è molto probabile che non vi sarà né contagio nell’area né una salita al potere di forze islamiche estremiste nelle due nazioni. Ed è anche probabile che, pur dopo un periodo di incertezza e disordini, Tunisia ed Egitto troveranno stabilità. Pertanto le imprese italiane possono continuare le loro attività nell’area, compresi Egitto e Tunisia, e puntare all’espansione, particolarmente in Algeria e Marocco. Tanto più se l’Italia aumenterà, come già sta facendo in intelligente silenzio, il suo profilo di potenza stabilizzatrice nell’area.

(c) 2011 Carlo Pelanda
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