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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2009-7-27

27/7/2009

La questione meridionale è in realtà nazionale

Serve un’analisi più approfondita di quella tipica in materia di questioni sia settentrionale sia meridionale. Dove è la causa del male?

 C’è forse un “gene terrone” che impedisce l’ordine e lo sviluppo al Sud? Evidentemente no. C’è un fattore culturale? Negli studi si legge il termine “familismo amorale”, cioè il dare priorità all’interesse privato a scapito di quello pubblico. Ma certamente non è tratto solo meridionale. L’opportunismo, la mancanza di responsabilità, comportamenti da affittuari e non da proprietari? Qui forse c’è qualcosa che differenzia Sud e Nord sul piano dei codici culturali. Ma perché? Nel latifondo meridionale l’agricoltore era un dipendente semischiavizzato e poteva sopravvivere solo compiacendo opportunisticamente il padrone. Nella tradizione settentrionale, pur non dappertutto, della mezzadria il contadino doveva invece imparare a fare contratti con il padrone, si sentiva più proprietario che affittuario della terra, responsabile. Infatti il mezzadro è l’antenato del microimprenditore che al mattino lavora nel capannone costruito con le sue mani e nel pomeriggio nei campi (Veneto, Friuli, Lombardia orientale, anni ’60). Spiegano tali differenze storiche/economiche perché nel Sud ci sono disordine ed inefficienza molto superiori a quelle rilevabili nel Nord? Forse, ma la cultura è modificabile e pertanto non è qui il punto. La distanza geografica del Sud dal centro del mercato europeo ne spiega il sottosviluppo? Parecchio, ma è cosa risolvibile. L’impoverimento successivo alla conquista del Piemonte? Spiega la storicità del sottosviluppo, ma non la mancata soluzione. Dopo decenni di megainvestimenti con denari fiscali nazionali forniti dal Nord industriale, a suo detrimento, il Sud resta ancora un’area disordinata e sottosviluppata. Perché? La crisi storica ha reso deboli le forze del mercato e l’economia è stata, e resta, sostenuta da denaro pubblico.  I soldi vengono gestiti direttamente dai partiti che li indirizzano per finanziare il loro consenso o il potere di singoli e non per rafforzare l’autonomia del mercato e l’efficienza amministrativa. Il problema, pertanto, pare quello di una politica che gestisce il flusso di capitali per preservare se stessa e non per sviluppare il sistema. Ciò spiega perché il Sud non si sia sviluppato nonostante le enormi somme investite. Pertanto, quando il Nord si lamenta delle troppe tasse e dei soldi dissipati al Sud se la deve  prendere con i “terroni” o con un modello politico/istituzionale nazionale sbagliato? Direi che la causa del male è il secondo. In Italia lo Stato è occupato dai partiti nel senso che questi riescono a indirizzarne l’azione secondo i loro interessi e non quello nazionale/razionale. Partitismo. Lo Stato – gli Enti locali, ecc. – gestisce direttamente molta parte dell’economia e del sistema dei servizi. Partitismo più statalismo uguale ad un ciclo del capitale dominato dal criterio della politica. Nel Sud a società debole tale modello provoca quello che vediamo in cronaca, un disastro. Al Nord il fenomeno è limitato da una società e mercato più forti, ma c’è l’impatto del buco nel Sud. Il punto. Sia Sud sia Nord soffrono per la stessa causa: un modello politico/istituzionale nazionale sbagliato. La gestione politica pervasiva dell’economia comporta alte tasse ed enormi sprechi, cioè l’impiego di gran parte della ricchezza nazionale per fini improduttivi. Tale analisi implica che le questioni settentrionale e meridionale non abbiano soluzioni territoriali locali, ma una complessiva nazionale di cambio del modello politico/economico.   

(c) 2009 Carlo Pelanda
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