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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2009-9-21

21/9/2009

Allarme protezionismo

In questo settembre l’opinione pubblica in materia di economia sta indulgendo un po’ troppo sul fatto che sia stata evitata una crisi catastrofica globale a fine 2008 e non punta bene i riflettori sui nodi che restano per consolidare ed accelerare la ripresa. Da un lato, sono stati individuati i rischi principali per il biennio 2010-11 di: (a) riassorbimento troppo lento della disoccupazione in America ed Europa; (b) non riuscire ad evitare una bolla distruttiva di inflazione per errori di tempistica nel rialzare il costo del denaro allo scopo di contenerla; (c) ricaduta in una recessione grave alla fine delle stimolazioni in atto per loro insufficienza o per i motivi detti sopra. Dall’altro, non è stata messa in priorità l’attenzione sul rischio più grave  nel presente: il protezionismo economico. Se aumenta sarà crisi globale certa.  

Gli osservatori economici, mesi fa, si sono sentiti tranquillizzati dalla forte presa di posizione antiprotezionista da parte dei governi del G20. Ma una ricerca ha da poco rilevato che questi hanno compiuto, in media, un atto protezionistico ogni tre giorni dall’inizio del 2009. Quello più pericoloso, per le implicazioni politiche, è stato compiuto dall’Amministrazione Obama. Qualche giorno fa ha messo una tariffa doganale del 35% sui pneumatici a basso costo importati dalla Cina. Il settimanale The Economist ha messo in copertina un’Obama che buca un pneumatico, inteso come simbolo del mercato globale, commentando con una parola di insolita violenza: vandalismo. E si è chiesto, correttamente, come potrà l’America, ospite del prossimo summit G20 di ottobre, difendere il libero mercato internazionale essendosi mossa in tal modo? Tutti rideranno e accuseranno se lo farà. In realtà Obama ha dovuto accettare un ricatto dai sindacati, e dall’estrema sinistra della maggioranza parlamentare, perché aveva bisogno del loro consenso per far passare la nuova legge sulla sanità, massima priorità per una presidenza che sta perdendo consensi con una velocità mai vista negli Usa. Poca roba, si potrebbe dire in Italia perché abituati al pragmatismo cinico della politica. Infatti da noi la notizia è passata in semisilenzio. Invece è rilevante perché fa sospettare che chi governa il centro del mercato mondiale sia pronto a comprometterne la stabilità dando priorità ad un atto politico interno. Per tale motivo l’Economist, bibbia mondiale del liberismo e dell’economia tecnica, pur talvolta non convincente in merito alla seconda, ha tolto il sostegno ad Obama: non ha la statura per difendere il mondo libero. Ma quali sono veramente i rischi? Il protezionismo riduce il volume del commercio internazionale, quindi della domanda globale. E’ una promessa di crisi gravissima per le nazioni esportatrici, ricordando che l’Italia è una di queste e che la Germania, locomotiva dell’eurozona, dipende massimamente dall’export. Da un lato, ogni governo deve avere un certo margine di protezionismo nazionale - la gente in ansia chiede protezioni subito e se ne infischia del resto - per gestire crisi di settore affinché non si amplifichino. Ed è normale che in una recessione aumenti il ricorso di azioni nazionali di stimolazione e sostegno. Ciò non è un grave pericolo se le misure restano temporanee. Ma se emerge un protezionismo esplicito, cioè tariffe alle importazioni per ridurle, si rischia un’escalation di ritorsioni, la rinazionalizzazione del mercato globale, la sua fine e la depressione per tutti. Nessun governo lo vuole a parole, ma molti stanno cedendo nei fatti. L’allarme è giustificato.

(c) 2009 Carlo Pelanda
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