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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2008-1-21

21/1/2008

La crisi americana sarà breve

Quanto l’eventuale crisi economica negli Stati Uniti potrà avere un effetto depressivo sull’economia europea ed italiana? Ma ci sarà la crisi? Le due domande appaiono sui giornali da molti mesi. Ora devono trovare risposta perché in America le tendenza recessiva è evidente. Prova ne è l’annuncio di stimoli economici d’emergenza. 

Da un lato, l’economia statunitense non è più così centrale in quella mondiale come lo è stata negli ultimi decenni. Nel mondo, infatti, ci sono nuove locomotive, giganti demografici quali la Cina e l’India, che lasciano prevedere una futura economia globale a più traini e non più a uno solo. D’altro lato, per molti anni ancora l’economia statunitense manterrà il ruolo di locomotiva centrale. La Cina e altri Paesi asiatici fanno più del 30% del loro Pil attraverso esportazioni negli Usa. L’economia europea ha avuto un piccolo boom, dal 2005 al 2007, grazie alla domanda di macchinari e grandi sistemi nell’Asia in rapida industrializzazione, nonché beni di lusso da parte dei nuovi ricchi. Tale tipo di domanda è stata ed è poco sensibile al cambio decompetitivo dell’euro e ciò ha favorito l’industria tedesca. La crescita in Germania poi ha vitalizzato quella europea in generale. Le industrie italiane hanno goduto del picco di domanda asiatica indipendente dal cambio (lusso, macchinari speciali, componenti per l’industria tedesca) ed hanno aumentato le quote di mercato non dipendenti dagli andamenti americani. Ma se l’America importa meno beni dall’Asia questa a sua volta importerà meno sistemi e beni di lusso da noi. In sintesi, l’economia europea ed italiana possono soffrire molto per una recessione in America anche se questo mercato non è più così centrale come nel passato. Pertanto i destini Usa ci interessano, eccome. Inoltre nel 2009 la Cinarallenterà la propria crescita interna comunque per il venire meno dei megainvestimenti infrastrutturali legati alle Olimpiadi 2008.

Cosa succederà? L’America è andata in tilt sul piano dei consumi. Nel boom 2002 – 2006 la gente ha preso impegni di spesa superiori alle capacità. Nel frattempo il costo del debito privato (tassi) è aumentato. Molte famiglie hanno smesso di pagare i mutui e/o fanno fatica a reggere le rate della carta di credito, frenando i consumi e provando pessimismo. Le imprese vedono recessione all’orizzonte e frenano gli investimenti. Le Borse vedono tale fenomeno e fanno calare i titoli. Così si è messa in moto una “catena” di eventi recessivi. Dobbiamo temere il peggio? No. Il modello americano offre garanzie economiche in modo opposto a quello europeo. Invece che dare soldi pubblici e protezioni garantisce la crescita del mercato, cioè delle opportunità di lavoro e reddito. Per questo tutto il sistema politico statunitense è sempre molto veloce nel reagire ai primi sintomi di recessione. E lo fa, appunto, non aumentando la spesa pubblica, o non tanto, ma tornando più soldi ai cittadini in difficoltà, cioè detassando, per stimolare ottimismo e consumi. Nella crisi del 2001 Bush tornò dai 300 ai 600 dollari alle famiglie e la Fed ridusse il costo del denaro quasi a zero. Nel 2008  ne lascerà dai 600 ai 1.200 e la Fed taglierà sostanzialmente i tassi. Nel 2008 lo stimolo fiscale sarà più forte perché la crisi è concentrata nel debito privato delle famiglie. Funzionerà? Molto probabilmente sì, con solo il dubbio del prezzo del petrolio che se non cala può aggravare la crisi. Ma non è interesse dei produttori creare una recessione globale. In conclusione, la prima parte del 2008 sarà grigia, ma nella seconda il treno americano ripartirà.  

(c) 2008 Carlo Pelanda
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