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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2007-12-10

10/12/2007

La crisi non è nella società ma nella politica

Ogni anno il rapporto del Censis tenta di trovare un’espressione forte che rappresenti il momento della società italiana. Il 41°, presentato la scorsa settimana, usa quella di “poltiglia/mucillagine”. Tale immagine pessimistica merita un approfondimento critico.

I dati del Censi mostrano che la gran massa degli italiani resta capace di adattarsi alle avversità, per esempio modificando intelligentemente gli acquisti in relazione alla decrescente capacità di spesa delle famiglie a causa dell’aumento del costo della vita, ma persegue sempre meno strategie attive di miglioramento. In sintesi, il Censis osserva una crescente passività sociale mentre l’attivismo diffuso che è da sempre il tratto principale della nostra società sta riducendosi. Solo una minoranza di attivi  (per lo più al Nord) traina la sviluppo, ma questa non basterà per renderlo solido e duraturo. Inoltre il Censis osserva che la maggioranza degli individui non crede più in nuovi progetti di “sistema” e si rifugia nella difesa di quello che ha, frammentandosi in tante azioni individuali di sopravvivenza. Da qui l’immagine di “mucillagine” ovvero di una società che non ha più struttura né direzione storica (valori, progetti comuni). Una società in crisi morale che sta diventando passiva e quindi a rischio di stagnazione e debolezza economica endemiche.

Chi scrive, facendo per mestiere ricerca in materia di economia globale, nota da anni un aumento del pessimismo sociale in Europa (continentale) e dello stress da “turbocapitalismo” negli Stati Uniti. Da noi il modello politico offre poche opportunità economiche e molto protezionismo sociale. In America le protezioni sono minime, le opportunità di nuovi lavori restano elevate, ma al costo di una maggiore fatica e di minori guadagni. Il modello europeo (Francia, Italia, Germania) di Stato sociale mostra i problemi tipici dell’assistenzialismo. Troppe regole riducono le opportunità di nuove avventure economiche, le tasse alte deprimono gli investimenti e la creazione di opportunità stesse, la gente trova lavori protetti, ma a basso salario netto. Lo spazio per l’attivismo economico è ridotto e gli individui si adattano al sistema non perseguendo strategie imprenditoriali di miglioramento personale, ma cercando di sfruttare al massimo quello che c’è senza sperare di cambiarlo. Sia in America sia in Europa, cioè nelle aree ex.ricche del pianeta, si osserva che la società del capitalismo di massa non funziona. In America le opportunità non sono bilanciate dalle tutele (il 60% degli americani chiede una riduzione della concorrenza globale) ed in Europa le tutele riducono le opportunità. In ambedue i sistemi sociali i ricchi diventano più ricchi ed i poveri più poveri, fenomeno precursore di una riduzione netta dei ricchi, cioè di impoverimento della classe media, infatti in crescente sottocapitalizzazione. Ciò causa il pessimismo crescente. Pertanto il fenomeno rilevato dal Censis riguarda la crisi generale dei due modelli di capitalismo di massa, liberale e statalista, non un qualcosa che succede solo in Italia. Soluzioni? Due, combinate: (a) trovare un modello che bilanci meglio opportunità e tutele; (b) bilanciare il mercato globale affinché non produca impatti competitivi ingestibili. Tali soluzioni non sono difficili da concepire, ma la politica, dappertutto, non riesce a pensarle ed a realizzarle. Questo, e non il disfacimento ineluttabile della nostra società, è il problema. Ma sarà temporaneo perché tale situazione chiama nuova politica che prima o poi verrà. Ottimismo.  

(c) 2007 Carlo Pelanda
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