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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2005-8-15

15/8/2005

I motivi per un cauto ottimismo

La “Teoria del campo”, in psicologia, dice che l’umore delle persone è influenzato più da come percepiscono il futuro che non dalla realtà nel presente. In economia si dibatte da decenni se il mercato sia più orientato da valutazioni razionali (calcoli di utilità) o umorali (aspettative) e le ricerche più recenti tendono a vedere l’effetto di ambedue, ma con forte prevalenza delle seconde. Cosa che, appunto, sta rendendo più importanti i fattori di psicologia di massa, ed i simboli, nelle analisi economiche. Il punto: dai sondaggi di opinione si ricava che oggi, Ferragosto, la maggior parte degli italiani non si sta godendo in pieno la vacanza perché sul loro umore pesa una previsione negativa al riguardo del futuro, pur le cose reali andando piuttosto bene. Cerchiamo di capirne i motivi.

 L’Italia non va benissimo, ma si può osservare anche che tante imprese resistono, conquistano nuovi mercati, e che ne nascono di nuove ad alta tecnologia nonostante un ambiente sfavorevole all’economia della conoscenza. In sintesi, più che di crisi competitiva si può parlare di un’Italia appesantita che cambia più lentamente di quanto sarebbe necessario. Ma cambia ed è vitale. Ciò vuol dire che il nostro sistema ha un grado di resistenza alle sfide competitive e ai guai molto superiore a quanto ora percepito. Forse perché la polemica politica ha portato una parte dei partiti e dei media ad esagerare il catastrofismo. Ma la percezione pessimistica è dovuta anche a due insiemi di motivi reali: (a) interno, il modello di Stato sociale porta via, e distrugge in forma di spesa improduttiva o spreco, troppo capitale ai processi che creano la ricchezza, e quindi la crescita sarà bassa; (b) esterno, tuonano all’orizzonte molti fulmini di tempesta globale, per esempio l’aumento del prezzo del petrolio, l’Iran che si sta facendo la bomba nucleare senza dare garanzie di non aggressività, l’offensiva di Al Qaeda per la creazione del grande califfato panislamico. Quanto pesano questi scenari nell’indurre pessimismo? Nella parte tecnica del mercato parecchio, ma nella gente meno. Da sempre vi sono crisi periodiche reali o annunciate e la gente si adatta attraverso un fenomeno che la psicologia sociale di scuola francese, negli anni ’50, chiamò di “rimozione del pericolo”: la minaccia percepita, ma che non si realizza in impatto immediato, tende ad essere dimenticata o comunque assorbita. Un’altra osservazione, invece, permette di capire meglio: l’eccesso di pessimismo colpisce molto di più gli europei che gli americani. E ciò corrisponde al disastro economico degli Stati sociali continentali: crescita zero, inflazione nascosta con distruzione del potere d’acquisto delle famiglie, disoccupazione alle stelle, in Francia e Germania, l’economia italiana danneggiata dalla crisi dell’eurozona, ecc. La gente percepisce che il modello politico sia nazionale sia europeo non farà migliorare le cose perché è da anni che non ci riesce e ciò fa pensare che non ce la farà nel futuro. E ciò – effetto “del campo di visione” – fa vedere il presente più nero di quello che è. Se così, si tratta di un “malessere europeo” che richiede una terapia che ricostruisca la fiducia nel sistema. Cosa fattibile, ma non con questi politici, sia a destra sia a sinistra in tutta Europa, formatisi in un’epoca che non c’è più e per questo, pur molti capaci, senza gli strumenti concettuali per adeguare i modelli al nuovo mondo. E, soprattutto, non strumentati per rappresentare simboli “fiducianti”. Quindi il punto cruciale, nei singoli Paesi europei, è l’emergere di nuovi politici che facciano sperare e rinascere quel ottimismo sul futuro che poi facilita i cambiamenti nel presente.

(c) 2005 Carlo Pelanda
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