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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2004-4-26

26/4/2004

Sviluppo prima della stabilità

I ministri economici del G7, riuniti a Washington, hanno rilevato una situazione economica complessiva così sintetizzabile: nel mondo è primavera dopo l’inverno recessivo 2001-2003, l’Europa può puntare al disgelo. Significa che la crescita globale è sufficientemente forte da poter ricorrere di più all’ottimismo economico: se il mercato del lavoro diventa più flessibile vi saranno più opportunità di occupazione, se si tagliano le tasse il conseguente effetto crescita dei consumi e degli investimenti sarà amplificato e non pregiudicato dalle condizioni di sistema. Il ministro italiano, Tremonti, ha rappresentato questo clima con la battuta: lo sviluppo prima della stabilità. Vuol dire, appunto che è il momento di osare. E tale enfasi del nostro rappresentante fa riferimento al fatto che Roma si accinge a varare un piano sostanziale di detassazione che sarebbe favorito da analoga decisione, o almeno collaborazione, da parte degli altri governi dell’eurozona.

 Il punto, per il lettore che non si occupa professionalmente di politica economica e dintorni: in un sistema europeo vincolato dalla priorità della stabilità sullo sviluppo,  la nazione che vuole dare più efficienza al proprio sistema economico ha bisogno di una congiuntura particolarmente favorevole e della “complicità” degli altri governi. La seconda, in particolare, serve ad aiutarsi vicendevolmente per flessibilizzare i parametri di stabilità. L’Italia si oppose, nel 2003, alla condanna di Francia e Germania perché li violavano. Ora ci si attende che i due ricambino il favore. Tra l’altro, l’Italia potrebbe rischiare di superare i limiti ammessi di deficit annuo (3% del Pil) nel 2005 non per finanziare costi statali senza riforme, come fatto dai francesi e tedeschi, ma per attuare una riforma stimolativa strutturale. Cioè per investire su un futuro di maggiore crescita e non solo per finanziare il presente. Ma c’è un limite tecnico a tale complicità: l’Italia ha un debito pubblico storico che è quasi il doppio degli altri due. E l’eventuale sfondamento dei parametri di stabilità avrebbe come conseguenza una percezione di peggioramento della nostra stabilità finanziaria nazionale entro il sistema dell’euro. Quindi Roma è costretta, pur contando su un effetto complicità, a comunque detassare ed allo stesso tempo restare entro i parametri o non scostarsene troppo. E tale possibilità dipende non solo dai tagli alla spesa pubblica, limitati dal dissenso che provocano, per bilanciare la riduzione delle tasse, ma, soprattutto, dalla velocità con cui a un plus di crescita del Pil segue la stimolazione fiscale. Se il ciclo globale è buono, allora si può solidamente prevedere che il gettito prodotto da più crescita pur a tasse minori alla fine ricrei l’equlibrio di bilancio in uno o due anni. Se è cattivo ce ne vogliono di più, tre o quattro. Quindi la decisione di detassazione, nel particolare contesto europeo, dipende anche dalla scelta del momento giusto di ciclo in cui iniziare l’azione stimolativa e riformatrice. Il momento migliore sarebbe stato oggi, cioè la partenza della defiscalizzazione il 1° gennaio 2004, perché ci si attende un buona crescita per l’anno in corso del sistema globale fino a quasi tutto il 2005. Ma sarà anche buono il farlo dal 1° gennaio del prossimo anno pur con un rischio maggiore, anche se solo di media probabilità, di rallentamento globale all’inizio del 2006. Come compensare anche questo rischio per rendere più sicura l’azione di defiscalizzazione senza che scassi l’equilibrio dei conti pubblici? Semplice, basterà riportare l’euro ad un rapporto di cambio con il dollaro più favorevole alle esportazioni italiane. E ciò fa capire ancora meglio il messaggio: lo sviluppo prima della stabilità.     

(c) 2004 Carlo Pelanda
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