Che sia la volta buona? Pare di sì. Dopo quasi un triennio di secca stanno ripartendo gli investimenti in America. Questa era la condizione mancante per il rimbalzo dell’economia dopo quasi tre anni di stagnazione. La politica ha fatto tutto quello che poteva fare: costo del denaro quasi a zero; detassazione robusta (che ha permesso di mantenere elevata la capacità di spesa delle famiglie americane nonostante la contrazione); spesa pubblica (principalmente militare e connessa) con spirito d’emergenza; in generale, inondazione di liquidità da parte dell’autorità monetaria, in mille modi. Ma gli investimenti aziendali e quelli finanziari dei risparmiatori non ripartivano facendo temere che un assetto del sistema economico del tutto espansivo non bastasse. Ci sono stati dei momenti di vero panico, in particolare quando si è visto che la riduzione dei tassi monetari non sortiva alcun effetto come invece ci si aspettava. Perché? Tra il 2001 ed il 2002 il mercato ha preso un brutta botta psicologica: sgonfiamento della bolla finanziaria 1996-2000; distruzione di un intero settore industriale quale quello centrato su Internet e crisi dell’intero comparto delle tecnologie; scandali finanziari che mostravano quanto disordine ci fosse nel sistema del capitalismo di massa, con l’aggravante che a rimetterci sono stati i piccoli risparmiatori; scoperta della vulnerabilità del sistema economico globale ai nuovi problemi di sicurezza; incertezza dovuta alla sequenza di guerre. Se poi inseriamo l’Europa, oltre a questi shock dobbiamo aggiungere quelli della scoperta di una mostruosa crisi di efficienza e competitività nei Paesi dell’eurozona che ha messo in ginocchio Francia e Germania e penalizzato l’Italia. In sintesi, il disincanto. Significa che per far tornare l’ottimismo necessario per nuovi investimenti deve passare un certo tempo senza disastri in modo tale che le ferite si cicatrizzino. La buona notizia è che tale tempo è passato, per lo meno in America: le aziende stanno abbandonando le previsioni pessimistiche e basano le loro strategie su scommesse nuovamente espansive. Ciò vuol dire "investimenti": la chiave che accende un motore economico.

Le analisi istituzionali registrano questa inversione al rialzo del ciclo americano e l’effetto benefico che l’effetto traino della locomotiva Usa potrà avere sull’Europa. L’Ocse stima che nel 2004 l’eurozona potrà crescere del 2% dopo i deludenti 0.8 del 2002 e 0,6 atteso per il 2003. Per l’Europa a mercato rigido e lento a riformarsi sarebbe un buon risultato. Ma ciò implica una locomotiva americana che cresca almeno attorno al 4%. E’ realistico? Il ministro del tesoro Snow lo giura, ma è chiaro il suo interesse ad ottenere un effetto ottimismo utile nell’anno delle elezioni presidenziali. In realtà nessuno ancora riesce a cogliere l’entità della ripresa americana. Al momento viaggia ad un ritmo annualizzato, per il 2003, del 2,4%. Non male, ma bisogna depurarlo dalle stimolazioni anomale. Inoltre le aziende, durante ilo triennio di crisi, hanno imparato a migliorare enormemente la loro efficienza. Ciò vuol dire che le loro previsioni espansive non comporteranno necessariamente veloci riassorbimenti della disoccupazione (ora al 6,2%) in quanto sanno produrre sempre di più con meno personale. In sintesi, ci sono tante ombre in uno scenario che sta illuminandosi di nuova luce. Ma va detto che queste dipendono anche dalla cautela con cui gli analisti interpretano i dati correnti perché scottati da tanti falsi annunci in passato. In realtà, volendola cercare con un umore il più equilibrato possibile, le prospettive sono molto buone. Non sarà forse una crescita a fuochi d’artificio, ma sarà robusta e solida. Appunto, l’Europa, pur senza forza motrice propria fino a che non si faranno le riforme, ne godrà. E così l’Italia. Ma tale buon scenario apre un nuovo dubbio: se le cose andranno bene nel ciclo economico generale le nostre aziende saranno in grado di trarne vantaggio? La crisi competitiva è tale da far temere che perdano quote di mercato nei confronti di altre basate in sistemi più efficienti. La risposta a tale dubbio può venire solo dalla politica. Se coglie in anticipo la ripresa globale, o comunque un miglioramento del ciclo, e osa di più sul piano delle riforme che riducono i costi e i vincoli per le aziende allora queste avranno più motivi per resistere e rilanciarsi. Argomento che ci porta alla valutazione della volontà e capacità riformatrice della maggioranza al governo. I precedenti non sono buoni. Il governo dell’Ulivo (1996-2001) non usò il miglior momento in assoluto dell’economia mondiale per riformare il sistema. Dopo il 2001 un governo a vocazione riformatrice trovò un ciclo economico esterno che la rese impossibile. Bisogna vedere se avrà la forza e la freschezza di riprenderla nel momento del rimbalzo. Su questo punto le sensazioni sono contrastanti. Il governo pare marciare sulla linea di riforma promessa nel 2001, ma la coesione politica della maggioranza è molto ridotta. E per attuare riforme fiscali impegnative nonché investimenti stimolativi ci vorrà una grande compattezza che, appunto, ora è in forse. Ma forse si può sperare proprio che le migliori prospettive economiche riducano il tasso di nervosismo e litigiosità anche causato dalla frustrazione di un’economia che per tre anni non ha voluto ripartire. Ora ripartirà.

"/> Che sia la volta buona? Pare di sì. Dopo quasi un triennio di secca stanno ripartendo gli investimenti in America. Questa era la condizione mancante per il rimbalzo dell’economia dopo quasi tre anni di stagnazione. La politica ha fatto tutto quello che poteva fare: costo del denaro quasi a zero; detassazione robusta (che ha permesso di mantenere elevata la capacità di spesa delle famiglie americane nonostante la contrazione); spesa pubblica (principalmente militare e connessa) con spirito d’emergenza; in generale, inondazione di liquidità da parte dell’autorità monetaria, in mille modi. Ma gli investimenti aziendali e quelli finanziari dei risparmiatori non ripartivano facendo temere che un assetto del sistema economico del tutto espansivo non bastasse. Ci sono stati dei momenti di vero panico, in particolare quando si è visto che la riduzione dei tassi monetari non sortiva alcun effetto come invece ci si aspettava. Perché? Tra il 2001 ed il 2002 il mercato ha preso un brutta botta psicologica: sgonfiamento della bolla finanziaria 1996-2000; distruzione di un intero settore industriale quale quello centrato su Internet e crisi dell’intero comparto delle tecnologie; scandali finanziari che mostravano quanto disordine ci fosse nel sistema del capitalismo di massa, con l’aggravante che a rimetterci sono stati i piccoli risparmiatori; scoperta della vulnerabilità del sistema economico globale ai nuovi problemi di sicurezza; incertezza dovuta alla sequenza di guerre. Se poi inseriamo l’Europa, oltre a questi shock dobbiamo aggiungere quelli della scoperta di una mostruosa crisi di efficienza e competitività nei Paesi dell’eurozona che ha messo in ginocchio Francia e Germania e penalizzato l’Italia. In sintesi, il disincanto. Significa che per far tornare l’ottimismo necessario per nuovi investimenti deve passare un certo tempo senza disastri in modo tale che le ferite si cicatrizzino. La buona notizia è che tale tempo è passato, per lo meno in America: le aziende stanno abbandonando le previsioni pessimistiche e basano le loro strategie su scommesse nuovamente espansive. Ciò vuol dire "investimenti": la chiave che accende un motore economico.

Le analisi istituzionali registrano questa inversione al rialzo del ciclo americano e l’effetto benefico che l’effetto traino della locomotiva Usa potrà avere sull’Europa. L’Ocse stima che nel 2004 l’eurozona potrà crescere del 2% dopo i deludenti 0.8 del 2002 e 0,6 atteso per il 2003. Per l’Europa a mercato rigido e lento a riformarsi sarebbe un buon risultato. Ma ciò implica una locomotiva americana che cresca almeno attorno al 4%. E’ realistico? Il ministro del tesoro Snow lo giura, ma è chiaro il suo interesse ad ottenere un effetto ottimismo utile nell’anno delle elezioni presidenziali. In realtà nessuno ancora riesce a cogliere l’entità della ripresa americana. Al momento viaggia ad un ritmo annualizzato, per il 2003, del 2,4%. Non male, ma bisogna depurarlo dalle stimolazioni anomale. Inoltre le aziende, durante ilo triennio di crisi, hanno imparato a migliorare enormemente la loro efficienza. Ciò vuol dire che le loro previsioni espansive non comporteranno necessariamente veloci riassorbimenti della disoccupazione (ora al 6,2%) in quanto sanno produrre sempre di più con meno personale. In sintesi, ci sono tante ombre in uno scenario che sta illuminandosi di nuova luce. Ma va detto che queste dipendono anche dalla cautela con cui gli analisti interpretano i dati correnti perché scottati da tanti falsi annunci in passato. In realtà, volendola cercare con un umore il più equilibrato possibile, le prospettive sono molto buone. Non sarà forse una crescita a fuochi d’artificio, ma sarà robusta e solida. Appunto, l’Europa, pur senza forza motrice propria fino a che non si faranno le riforme, ne godrà. E così l’Italia. Ma tale buon scenario apre un nuovo dubbio: se le cose andranno bene nel ciclo economico generale le nostre aziende saranno in grado di trarne vantaggio? La crisi competitiva è tale da far temere che perdano quote di mercato nei confronti di altre basate in sistemi più efficienti. La risposta a tale dubbio può venire solo dalla politica. Se coglie in anticipo la ripresa globale, o comunque un miglioramento del ciclo, e osa di più sul piano delle riforme che riducono i costi e i vincoli per le aziende allora queste avranno più motivi per resistere e rilanciarsi. Argomento che ci porta alla valutazione della volontà e capacità riformatrice della maggioranza al governo. I precedenti non sono buoni. Il governo dell’Ulivo (1996-2001) non usò il miglior momento in assoluto dell’economia mondiale per riformare il sistema. Dopo il 2001 un governo a vocazione riformatrice trovò un ciclo economico esterno che la rese impossibile. Bisogna vedere se avrà la forza e la freschezza di riprenderla nel momento del rimbalzo. Su questo punto le sensazioni sono contrastanti. Il governo pare marciare sulla linea di riforma promessa nel 2001, ma la coesione politica della maggioranza è molto ridotta. E per attuare riforme fiscali impegnative nonché investimenti stimolativi ci vorrà una grande compattezza che, appunto, ora è in forse. Ma forse si può sperare proprio che le migliori prospettive economiche riducano il tasso di nervosismo e litigiosità anche causato dalla frustrazione di un’economia che per tre anni non ha voluto ripartire. Ora ripartirà.

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L' Arena

2003-8-4

4/8/2003

L’economia riparte

Che sia la volta buona? Pare di sì. Dopo quasi un triennio di secca stanno ripartendo gli investimenti in America. Questa era la condizione mancante per il rimbalzo dell’economia dopo quasi tre anni di stagnazione. La politica ha fatto tutto quello che poteva fare: costo del denaro quasi a zero; detassazione robusta (che ha permesso di mantenere elevata la capacità di spesa delle famiglie americane nonostante la contrazione); spesa pubblica (principalmente militare e connessa) con spirito d’emergenza; in generale, inondazione di liquidità da parte dell’autorità monetaria, in mille modi. Ma gli investimenti aziendali e quelli finanziari dei risparmiatori non ripartivano facendo temere che un assetto del sistema economico del tutto espansivo non bastasse. Ci sono stati dei momenti di vero panico, in particolare quando si è visto che la riduzione dei tassi monetari non sortiva alcun effetto come invece ci si aspettava. Perché? Tra il 2001 ed il 2002 il mercato ha preso un brutta botta psicologica: sgonfiamento della bolla finanziaria 1996-2000; distruzione di un intero settore industriale quale quello centrato su Internet e crisi dell’intero comparto delle tecnologie; scandali finanziari che mostravano quanto disordine ci fosse nel sistema del capitalismo di massa, con l’aggravante che a rimetterci sono stati i piccoli risparmiatori; scoperta della vulnerabilità del sistema economico globale ai nuovi problemi di sicurezza; incertezza dovuta alla sequenza di guerre. Se poi inseriamo l’Europa, oltre a questi shock dobbiamo aggiungere quelli della scoperta di una mostruosa crisi di efficienza e competitività nei Paesi dell’eurozona che ha messo in ginocchio Francia e Germania e penalizzato l’Italia. In sintesi, il disincanto. Significa che per far tornare l’ottimismo necessario per nuovi investimenti deve passare un certo tempo senza disastri in modo tale che le ferite si cicatrizzino. La buona notizia è che tale tempo è passato, per lo meno in America: le aziende stanno abbandonando le previsioni pessimistiche e basano le loro strategie su scommesse nuovamente espansive. Ciò vuol dire "investimenti": la chiave che accende un motore economico.

Le analisi istituzionali registrano questa inversione al rialzo del ciclo americano e l’effetto benefico che l’effetto traino della locomotiva Usa potrà avere sull’Europa. L’Ocse stima che nel 2004 l’eurozona potrà crescere del 2% dopo i deludenti 0.8 del 2002 e 0,6 atteso per il 2003. Per l’Europa a mercato rigido e lento a riformarsi sarebbe un buon risultato. Ma ciò implica una locomotiva americana che cresca almeno attorno al 4%. E’ realistico? Il ministro del tesoro Snow lo giura, ma è chiaro il suo interesse ad ottenere un effetto ottimismo utile nell’anno delle elezioni presidenziali. In realtà nessuno ancora riesce a cogliere l’entità della ripresa americana. Al momento viaggia ad un ritmo annualizzato, per il 2003, del 2,4%. Non male, ma bisogna depurarlo dalle stimolazioni anomale. Inoltre le aziende, durante ilo triennio di crisi, hanno imparato a migliorare enormemente la loro efficienza. Ciò vuol dire che le loro previsioni espansive non comporteranno necessariamente veloci riassorbimenti della disoccupazione (ora al 6,2%) in quanto sanno produrre sempre di più con meno personale. In sintesi, ci sono tante ombre in uno scenario che sta illuminandosi di nuova luce. Ma va detto che queste dipendono anche dalla cautela con cui gli analisti interpretano i dati correnti perché scottati da tanti falsi annunci in passato. In realtà, volendola cercare con un umore il più equilibrato possibile, le prospettive sono molto buone. Non sarà forse una crescita a fuochi d’artificio, ma sarà robusta e solida. Appunto, l’Europa, pur senza forza motrice propria fino a che non si faranno le riforme, ne godrà. E così l’Italia. Ma tale buon scenario apre un nuovo dubbio: se le cose andranno bene nel ciclo economico generale le nostre aziende saranno in grado di trarne vantaggio? La crisi competitiva è tale da far temere che perdano quote di mercato nei confronti di altre basate in sistemi più efficienti. La risposta a tale dubbio può venire solo dalla politica. Se coglie in anticipo la ripresa globale, o comunque un miglioramento del ciclo, e osa di più sul piano delle riforme che riducono i costi e i vincoli per le aziende allora queste avranno più motivi per resistere e rilanciarsi. Argomento che ci porta alla valutazione della volontà e capacità riformatrice della maggioranza al governo. I precedenti non sono buoni. Il governo dell’Ulivo (1996-2001) non usò il miglior momento in assoluto dell’economia mondiale per riformare il sistema. Dopo il 2001 un governo a vocazione riformatrice trovò un ciclo economico esterno che la rese impossibile. Bisogna vedere se avrà la forza e la freschezza di riprenderla nel momento del rimbalzo. Su questo punto le sensazioni sono contrastanti. Il governo pare marciare sulla linea di riforma promessa nel 2001, ma la coesione politica della maggioranza è molto ridotta. E per attuare riforme fiscali impegnative nonché investimenti stimolativi ci vorrà una grande compattezza che, appunto, ora è in forse. Ma forse si può sperare proprio che le migliori prospettive economiche riducano il tasso di nervosismo e litigiosità anche causato dalla frustrazione di un’economia che per tre anni non ha voluto ripartire. Ora ripartirà.

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