Lo stile di pubblicare dati vecchi di mesi e di commentarli come se riguardassero la tendenza corrente è criticabile, soprattutto, nei momenti di inversione di un ciclo economico. La scorsa settimana molti media hanno enfatizzato le difficoltà dell’economia italiana in base agli andamenti dei primi mesi dell’anno, quando l’impatto dell’incertezza legata al conflitto in Iraq fu massimo. E le hanno proiettate in termini di scenario molto negativo nel futuro. La realtà è un po’ diversa per chi la analizza con strumenti metodologici "in tempo reale". Non è che le cose vadano benissimo, cioè non vi è lo sperato boom postbellico, ma si notano sia una tenuta abbastanza buona dell’economia italiana sia una lenta ripresa che potrebbe dare buone sorprese verso fine anno. Al momento la crescita del Pil nazionale è stimata attorno all’1% per il 2003. E già questo è un dato, che pur grigio, ci stacca in meglio dalle tendenze recessive della Germania e quelle stagnanti della Francia. Soprattutto, è un dato di tendenza che ci permette di sperare che la disoccupazione non aumenterà nel nostro Paese. E che il bilancio dello Stato rispetti i limiti di deficit posti dal Patto europeo di stabilità, cosa che è piuttosto improbabile sia per la Germania sia per la Francia. Anche osservando il numero di fallimenti di imprese rilevanti si trova che in Germania è un disastro, mentre da noi – al momento – non ce ne sono. L’analisi della tenuta del sistema bancario mostra dati molto preoccupanti per quello tedesco, pressato – appunto - dai tanti crediti che non potrà riscuotere per la crisi delle industrie, mentre il nostro sembra tenere pur essendoci tensioni. Per inciso, tale aspetto è quello più critico: un sistema bancario sotto stress tende a ridurre il credito alle piccole imprese perché tutte le risorse servono a coprire i grandi crediti che potrebbero non rientrare. In Giappone, dal 1992, tale fenomeno è stato una delle cause principali di una stagnazione-recessione che non è ancora finita da allora. In Italia si osserva tale materia con estrema attenzione perché abbiamo una altissima densità di piccole imprese che potrebbero essere messe in ginocchio da una restrizione del credito. Ma, al momento, pur essendoci casi di minore liquidità disponibile per le aziende in quanto le banche devono fronteggiare le montagne debitorie dei grandi gruppi (per esempio Fiat) si è ben lontani dall’emergenza che si nota altrove. E comunque il governo sta negoziando duramente sul piano internazionale l’adattamento dei nuovi standard bancari (Basilea 2) affinché questi non risultino punitivi per le nostre piccole imprese. In sintesi, l’economia italiana sembra messa meglio delle altre europee ed il governo appare vigilare con estrema attenzione che non si creino condizioni sfavorevoli per il nostro modello. Questa, detta in pillole, sembra essere la realtà in atto.

Al punto che alcuni analisti si stanno chiedendo quanto l’azione di questo governo possa ottenere la liberazione dell’Italia dai mostruosi vincoli di inefficienza dell’ambiente economico europeo e poter andare in controtendenza, per esempio come il Regno Unito (liberalizzato) la cui crescita tendenziale del Pil per il 2003 è prevista attorno al 2,5%, non male in relazione alla crescita zero temuta per Francia e Germania e a quella minima italiana. La risposta a tale domanda l’anno scorso fu deludente: troppa parte della nostra economia (turismo, esportazioni di componenti industriali, ecc.) dipende da come va la Germania, che è il sistema industriale più grosso dell’eurozona. Questa è andata malissimo nel 2002, sta andando peggio anche perché governata da una sinistra ostile a qualsiasi riforma di efficienza, e quindi noi ne abbiamo sofferto, solo con un minimo effetto di controtendenza generato dalle misure stimolative di un governo più liberalizzante. Tuttavia, tale "minimo effetto" si sta amplificando. In parte come reazione del mercato che cerca altri sbocchi alla tradizionale dipendenza da quello tedesco. In parte perché da noi l’economia, in effetti, gira un po’ di più. Non tanto da avere una forza propria di piccola locomotiva – infatti tutti noi europei dipendiamo da quella grande americana, ora lenta – ma abbastanza per riaprire uno scenario in cui l’Italia potrebbe avere andamenti futuri di tipo, almeno, "inglese". E tale sensazione viene rafforzata dal fatto che tra qualche mese partiranno, finalmente, i grandi programmi di lavori pubblici (strade, ferrovie, ponti, porti, ecc.). Il governo ha finito, con un anno circa di ritardo, la messa a punto degli strumenti e da qui in poi ci dovrebbero essere le prime realizzazioni. Se ci saranno veramente (quasi 15 miliardi di euro sono già stati stanziati in sede di Cipe) dobbiamo aspettarci un notevole effetto volano nella nostra economia interna. Se poi questa intercetterà la ripresa americana che a sua volta tirerà le esportazioni tedesche e nostre, allora noi dovremmo crescere più degli altri europei, anche con loro beneficio e non solo per nostra gioia.

In conclusione, non è vero che l’economia italiano vada così male come dipinto recentemente su molti giornali, pur soffrendo come gli altri europei del ciclo internazionale basso e di rigidità interne ancora irrisolte. Ma l’orientamento riformatore e stimolativo del nostro governo sta generando conseguenze positive, segnalate, appunto, dal fatto che andiamo un po’ meglio di Francia e Germania totalmente bloccate dallo statalismo. Niente entusiasmi, ma un po’ di ottimismo per l’Italia sarebbe giustificato dai numeri.

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Al punto che alcuni analisti si stanno chiedendo quanto l’azione di questo governo possa ottenere la liberazione dell’Italia dai mostruosi vincoli di inefficienza dell’ambiente economico europeo e poter andare in controtendenza, per esempio come il Regno Unito (liberalizzato) la cui crescita tendenziale del Pil per il 2003 è prevista attorno al 2,5%, non male in relazione alla crescita zero temuta per Francia e Germania e a quella minima italiana. La risposta a tale domanda l’anno scorso fu deludente: troppa parte della nostra economia (turismo, esportazioni di componenti industriali, ecc.) dipende da come va la Germania, che è il sistema industriale più grosso dell’eurozona. Questa è andata malissimo nel 2002, sta andando peggio anche perché governata da una sinistra ostile a qualsiasi riforma di efficienza, e quindi noi ne abbiamo sofferto, solo con un minimo effetto di controtendenza generato dalle misure stimolative di un governo più liberalizzante. Tuttavia, tale "minimo effetto" si sta amplificando. In parte come reazione del mercato che cerca altri sbocchi alla tradizionale dipendenza da quello tedesco. In parte perché da noi l’economia, in effetti, gira un po’ di più. Non tanto da avere una forza propria di piccola locomotiva – infatti tutti noi europei dipendiamo da quella grande americana, ora lenta – ma abbastanza per riaprire uno scenario in cui l’Italia potrebbe avere andamenti futuri di tipo, almeno, "inglese". E tale sensazione viene rafforzata dal fatto che tra qualche mese partiranno, finalmente, i grandi programmi di lavori pubblici (strade, ferrovie, ponti, porti, ecc.). Il governo ha finito, con un anno circa di ritardo, la messa a punto degli strumenti e da qui in poi ci dovrebbero essere le prime realizzazioni. Se ci saranno veramente (quasi 15 miliardi di euro sono già stati stanziati in sede di Cipe) dobbiamo aspettarci un notevole effetto volano nella nostra economia interna. Se poi questa intercetterà la ripresa americana che a sua volta tirerà le esportazioni tedesche e nostre, allora noi dovremmo crescere più degli altri europei, anche con loro beneficio e non solo per nostra gioia.

In conclusione, non è vero che l’economia italiano vada così male come dipinto recentemente su molti giornali, pur soffrendo come gli altri europei del ciclo internazionale basso e di rigidità interne ancora irrisolte. Ma l’orientamento riformatore e stimolativo del nostro governo sta generando conseguenze positive, segnalate, appunto, dal fatto che andiamo un po’ meglio di Francia e Germania totalmente bloccate dallo statalismo. Niente entusiasmi, ma un po’ di ottimismo per l’Italia sarebbe giustificato dai numeri.

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Al punto che alcuni analisti si stanno chiedendo quanto l’azione di questo governo possa ottenere la liberazione dell’Italia dai mostruosi vincoli di inefficienza dell’ambiente economico europeo e poter andare in controtendenza, per esempio come il Regno Unito (liberalizzato) la cui crescita tendenziale del Pil per il 2003 è prevista attorno al 2,5%, non male in relazione alla crescita zero temuta per Francia e Germania e a quella minima italiana. La risposta a tale domanda l’anno scorso fu deludente: troppa parte della nostra economia (turismo, esportazioni di componenti industriali, ecc.) dipende da come va la Germania, che è il sistema industriale più grosso dell’eurozona. Questa è andata malissimo nel 2002, sta andando peggio anche perché governata da una sinistra ostile a qualsiasi riforma di efficienza, e quindi noi ne abbiamo sofferto, solo con un minimo effetto di controtendenza generato dalle misure stimolative di un governo più liberalizzante. Tuttavia, tale "minimo effetto" si sta amplificando. In parte come reazione del mercato che cerca altri sbocchi alla tradizionale dipendenza da quello tedesco. In parte perché da noi l’economia, in effetti, gira un po’ di più. Non tanto da avere una forza propria di piccola locomotiva – infatti tutti noi europei dipendiamo da quella grande americana, ora lenta – ma abbastanza per riaprire uno scenario in cui l’Italia potrebbe avere andamenti futuri di tipo, almeno, "inglese". E tale sensazione viene rafforzata dal fatto che tra qualche mese partiranno, finalmente, i grandi programmi di lavori pubblici (strade, ferrovie, ponti, porti, ecc.). Il governo ha finito, con un anno circa di ritardo, la messa a punto degli strumenti e da qui in poi ci dovrebbero essere le prime realizzazioni. Se ci saranno veramente (quasi 15 miliardi di euro sono già stati stanziati in sede di Cipe) dobbiamo aspettarci un notevole effetto volano nella nostra economia interna. Se poi questa intercetterà la ripresa americana che a sua volta tirerà le esportazioni tedesche e nostre, allora noi dovremmo crescere più degli altri europei, anche con loro beneficio e non solo per nostra gioia.

In conclusione, non è vero che l’economia italiano vada così male come dipinto recentemente su molti giornali, pur soffrendo come gli altri europei del ciclo internazionale basso e di rigidità interne ancora irrisolte. Ma l’orientamento riformatore e stimolativo del nostro governo sta generando conseguenze positive, segnalate, appunto, dal fatto che andiamo un po’ meglio di Francia e Germania totalmente bloccate dallo statalismo. Niente entusiasmi, ma un po’ di ottimismo per l’Italia sarebbe giustificato dai numeri.

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2003-5-19

19/5/2003

Italia meglio di Francia e Germania

Lo stile di pubblicare dati vecchi di mesi e di commentarli come se riguardassero la tendenza corrente è criticabile, soprattutto, nei momenti di inversione di un ciclo economico. La scorsa settimana molti media hanno enfatizzato le difficoltà dell’economia italiana in base agli andamenti dei primi mesi dell’anno, quando l’impatto dell’incertezza legata al conflitto in Iraq fu massimo. E le hanno proiettate in termini di scenario molto negativo nel futuro. La realtà è un po’ diversa per chi la analizza con strumenti metodologici "in tempo reale". Non è che le cose vadano benissimo, cioè non vi è lo sperato boom postbellico, ma si notano sia una tenuta abbastanza buona dell’economia italiana sia una lenta ripresa che potrebbe dare buone sorprese verso fine anno. Al momento la crescita del Pil nazionale è stimata attorno all’1% per il 2003. E già questo è un dato, che pur grigio, ci stacca in meglio dalle tendenze recessive della Germania e quelle stagnanti della Francia. Soprattutto, è un dato di tendenza che ci permette di sperare che la disoccupazione non aumenterà nel nostro Paese. E che il bilancio dello Stato rispetti i limiti di deficit posti dal Patto europeo di stabilità, cosa che è piuttosto improbabile sia per la Germania sia per la Francia. Anche osservando il numero di fallimenti di imprese rilevanti si trova che in Germania è un disastro, mentre da noi – al momento – non ce ne sono. L’analisi della tenuta del sistema bancario mostra dati molto preoccupanti per quello tedesco, pressato – appunto - dai tanti crediti che non potrà riscuotere per la crisi delle industrie, mentre il nostro sembra tenere pur essendoci tensioni. Per inciso, tale aspetto è quello più critico: un sistema bancario sotto stress tende a ridurre il credito alle piccole imprese perché tutte le risorse servono a coprire i grandi crediti che potrebbero non rientrare. In Giappone, dal 1992, tale fenomeno è stato una delle cause principali di una stagnazione-recessione che non è ancora finita da allora. In Italia si osserva tale materia con estrema attenzione perché abbiamo una altissima densità di piccole imprese che potrebbero essere messe in ginocchio da una restrizione del credito. Ma, al momento, pur essendoci casi di minore liquidità disponibile per le aziende in quanto le banche devono fronteggiare le montagne debitorie dei grandi gruppi (per esempio Fiat) si è ben lontani dall’emergenza che si nota altrove. E comunque il governo sta negoziando duramente sul piano internazionale l’adattamento dei nuovi standard bancari (Basilea 2) affinché questi non risultino punitivi per le nostre piccole imprese. In sintesi, l’economia italiana sembra messa meglio delle altre europee ed il governo appare vigilare con estrema attenzione che non si creino condizioni sfavorevoli per il nostro modello. Questa, detta in pillole, sembra essere la realtà in atto.

Al punto che alcuni analisti si stanno chiedendo quanto l’azione di questo governo possa ottenere la liberazione dell’Italia dai mostruosi vincoli di inefficienza dell’ambiente economico europeo e poter andare in controtendenza, per esempio come il Regno Unito (liberalizzato) la cui crescita tendenziale del Pil per il 2003 è prevista attorno al 2,5%, non male in relazione alla crescita zero temuta per Francia e Germania e a quella minima italiana. La risposta a tale domanda l’anno scorso fu deludente: troppa parte della nostra economia (turismo, esportazioni di componenti industriali, ecc.) dipende da come va la Germania, che è il sistema industriale più grosso dell’eurozona. Questa è andata malissimo nel 2002, sta andando peggio anche perché governata da una sinistra ostile a qualsiasi riforma di efficienza, e quindi noi ne abbiamo sofferto, solo con un minimo effetto di controtendenza generato dalle misure stimolative di un governo più liberalizzante. Tuttavia, tale "minimo effetto" si sta amplificando. In parte come reazione del mercato che cerca altri sbocchi alla tradizionale dipendenza da quello tedesco. In parte perché da noi l’economia, in effetti, gira un po’ di più. Non tanto da avere una forza propria di piccola locomotiva – infatti tutti noi europei dipendiamo da quella grande americana, ora lenta – ma abbastanza per riaprire uno scenario in cui l’Italia potrebbe avere andamenti futuri di tipo, almeno, "inglese". E tale sensazione viene rafforzata dal fatto che tra qualche mese partiranno, finalmente, i grandi programmi di lavori pubblici (strade, ferrovie, ponti, porti, ecc.). Il governo ha finito, con un anno circa di ritardo, la messa a punto degli strumenti e da qui in poi ci dovrebbero essere le prime realizzazioni. Se ci saranno veramente (quasi 15 miliardi di euro sono già stati stanziati in sede di Cipe) dobbiamo aspettarci un notevole effetto volano nella nostra economia interna. Se poi questa intercetterà la ripresa americana che a sua volta tirerà le esportazioni tedesche e nostre, allora noi dovremmo crescere più degli altri europei, anche con loro beneficio e non solo per nostra gioia.

In conclusione, non è vero che l’economia italiano vada così male come dipinto recentemente su molti giornali, pur soffrendo come gli altri europei del ciclo internazionale basso e di rigidità interne ancora irrisolte. Ma l’orientamento riformatore e stimolativo del nostro governo sta generando conseguenze positive, segnalate, appunto, dal fatto che andiamo un po’ meglio di Francia e Germania totalmente bloccate dallo statalismo. Niente entusiasmi, ma un po’ di ottimismo per l’Italia sarebbe giustificato dai numeri.

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