Versione originale poi accorciata in fase di stampa

E’ utile seguire continuamente l’evoluzione epidemiologica della Sars allo scopo di inquadrarne il pericolo – aggiornandone periodicamente il profilo di rischio - per quello che realmente è. L’utilità è data dal fatto che un allarmismo esagerato oppure una sottovalutazione del problema possono causare, ambedue, danni gravissimi. Con l’attenzione principale, qui, rivolta a quelli economici vista la specializzazione di chi scrive.

Prego i lettori di avere due minuti di pazienza per assorbire alcuni elementi essenziali di teoria comunicativa delle emergenze di massa. Per inciso, molti economisti stanno studiandoli proprio perché temono problemi più dalla comunicazione relativa alla Sars che – per il momento - dal suo sviluppo epidemico reale. Per semplificare, tale materia è resa problematica da due tipici atteggiamenti -comportamenti estremi, di natura opposta. Da un lato – in base agli studi della psicologia sociale e della sociologia applicate ai fenomeni estremi – le persone tendono a negare un pericolo la cui visibilità non è reiterata con evidenza. Dall’altro, la comunicazione di un pericolo spesso comporta reazioni esagerate di allarmismo, soprattutto quando questo ha fonte non ben conosciuta ed i metodi per contenerlo sono incerti. La buona politica comunicativa, quindi, deve navigare tra queste due Scilla e Cariddi. Come? La miglior soluzione finora trovata è quella – non ridete per l’ovvietà – di riuscire a comunicare la verità. Con l’accortezza di unire sempre alla comunicazione di un rischio le procedure per minimizzarlo. Perché se ciò non accadesse la gente in ansia cercherebbe comunque modi per rassicurarsi o usando pratiche irrazionali (come nel caso del post-Cernobyl, 1986) o con tutele eccessive oppure negando, appunto, il pericolo ed aumentando il proprio rischio per difetto di cautela. Vi dicevo sopra di non ridere per l’ovvietà in quanto non c’è, nel mondo e negli ultimi 30 anni studiati, neanche un esempio di buona politica comunicativa in materia di emergenze di massa (dove l’agente di rischio non è immediatamente visibile). Chi vuole può approfondire il tema cercando su Internet gli studi del Disaster Research Center (Usa) o rivolgendosi al prof. Marco Lombardi, Università cattolica di Milano, tra i pochissimi specializzati in Europa nella materia. Comunque la difficoltà delle istituzioni di ben gestire la comunicazione di un rischio inquieta l’economista perché anche nel caso migliore di un contenimento tecnico della Sars, che è al momento più probabile, vi potrebbe essere un disastro solo comunicativo – cioè in assenza di causa concreta - tale da produrre un gravissimo impatto sull’economia globale. E, francamente, questa è proprio l’ultima cosa che ci vorrebbe nel secondo semestre del 2003: la crescita americana, pur buona, sarà lenta ed incerta nell’ambito di una stagnazione europea dove solo l’Italia va benino, ma non al punto da sperare di crescere sopra l’1%. Se capita un’altra botta alla fiducia dovremo rimandare le speranze di un migliore 2004 con il problema che più di tre anni di economia bassa hanno ormai sfiancato molte attività.

In particolare, temo due cose. Prima: che eventuali pochi nuovi casi di Sars fuori dall’Asia vengano ingigantiti sul piano simbolico e causino un’ondata irrealistica di panico capace di bloccare i traffici economici e quindi causare una recessione. Seconda: che la mancanza di nuovi casi dia alla gente una sensazione prematura di pericolo cessato – anche stimolata dal fenomeno della "negazione del pericolo" detto sopra - e che ciò riduca le cautele aprendo la possibilità di nuovi contagi, cosa che ci riporterebbe al primo scenario. Tale seconda ipotesi è complicata dal fatto che un sistema economico normale non può reggere a lungo le azioni di cautela: ispezioni in porti ed aeroporti, quarantene, presidio medico attento e tempestivo, ecc. Dopo un po’ l’attenzione rallenta se non rinnovata da nuove evidenze. Il problema della Sars, come lo ho capito io e mi scuso in caso non lo avessi fatto bene, è che il rischio di contagio durerà a lungo anche se sarà ben contenuto. Ovviamente la scoperta di un vaccino risolverebbe alla radice la questione. Ma gli esperti prevedono uno o due anni di lavoro prima di riuscirci. I test di individuazione del virus, invece, verranno molto prima e aiuteranno la gestione del problema. Ma non al punto di azzerare il rischio degli scenari detti sopra. Con un appuntamento preciso: nel prossimo autunno esisterà il problema di separare i sintomi iniziali di un influenza o raffreddore normali da quelli della Sars. Certamente le nostre autorità sanitarie stanno preparandosi per gestire questa gestione e confido nella loro capacità già ben dimostrata nelle settimane scorse. Ma non necessariamente potranno dominare gli effetti dovuti alla comunicazione. In attesa che lo scenario si chiarisca in materia, già ora mi permetto di suggerire ai lettori (e ai media) che i loro comportamenti ed atteggiamenti saranno il punto chiave: se razionali, non vi sarà disastro comunicativo, comunque. Se irrazionali, il rischio sarà altissimo anche in presenza di un minimo pericolo reale epidemiologico. Pensateci.

Il terso scenario, quello dell’impatto globale del rallentamento economico in Asia dovuto alla Sars, al momento, non desta eccessive preoccupazioni. Ma i dati saranno precisabili solo tra un paio di mesi.

" /> Versione originale poi accorciata in fase di stampa

E’ utile seguire continuamente l’evoluzione epidemiologica della Sars allo scopo di inquadrarne il pericolo – aggiornandone periodicamente il profilo di rischio - per quello che realmente è. L’utilità è data dal fatto che un allarmismo esagerato oppure una sottovalutazione del problema possono causare, ambedue, danni gravissimi. Con l’attenzione principale, qui, rivolta a quelli economici vista la specializzazione di chi scrive.

Prego i lettori di avere due minuti di pazienza per assorbire alcuni elementi essenziali di teoria comunicativa delle emergenze di massa. Per inciso, molti economisti stanno studiandoli proprio perché temono problemi più dalla comunicazione relativa alla Sars che – per il momento - dal suo sviluppo epidemico reale. Per semplificare, tale materia è resa problematica da due tipici atteggiamenti -comportamenti estremi, di natura opposta. Da un lato – in base agli studi della psicologia sociale e della sociologia applicate ai fenomeni estremi – le persone tendono a negare un pericolo la cui visibilità non è reiterata con evidenza. Dall’altro, la comunicazione di un pericolo spesso comporta reazioni esagerate di allarmismo, soprattutto quando questo ha fonte non ben conosciuta ed i metodi per contenerlo sono incerti. La buona politica comunicativa, quindi, deve navigare tra queste due Scilla e Cariddi. Come? La miglior soluzione finora trovata è quella – non ridete per l’ovvietà – di riuscire a comunicare la verità. Con l’accortezza di unire sempre alla comunicazione di un rischio le procedure per minimizzarlo. Perché se ciò non accadesse la gente in ansia cercherebbe comunque modi per rassicurarsi o usando pratiche irrazionali (come nel caso del post-Cernobyl, 1986) o con tutele eccessive oppure negando, appunto, il pericolo ed aumentando il proprio rischio per difetto di cautela. Vi dicevo sopra di non ridere per l’ovvietà in quanto non c’è, nel mondo e negli ultimi 30 anni studiati, neanche un esempio di buona politica comunicativa in materia di emergenze di massa (dove l’agente di rischio non è immediatamente visibile). Chi vuole può approfondire il tema cercando su Internet gli studi del Disaster Research Center (Usa) o rivolgendosi al prof. Marco Lombardi, Università cattolica di Milano, tra i pochissimi specializzati in Europa nella materia. Comunque la difficoltà delle istituzioni di ben gestire la comunicazione di un rischio inquieta l’economista perché anche nel caso migliore di un contenimento tecnico della Sars, che è al momento più probabile, vi potrebbe essere un disastro solo comunicativo – cioè in assenza di causa concreta - tale da produrre un gravissimo impatto sull’economia globale. E, francamente, questa è proprio l’ultima cosa che ci vorrebbe nel secondo semestre del 2003: la crescita americana, pur buona, sarà lenta ed incerta nell’ambito di una stagnazione europea dove solo l’Italia va benino, ma non al punto da sperare di crescere sopra l’1%. Se capita un’altra botta alla fiducia dovremo rimandare le speranze di un migliore 2004 con il problema che più di tre anni di economia bassa hanno ormai sfiancato molte attività.

In particolare, temo due cose. Prima: che eventuali pochi nuovi casi di Sars fuori dall’Asia vengano ingigantiti sul piano simbolico e causino un’ondata irrealistica di panico capace di bloccare i traffici economici e quindi causare una recessione. Seconda: che la mancanza di nuovi casi dia alla gente una sensazione prematura di pericolo cessato – anche stimolata dal fenomeno della "negazione del pericolo" detto sopra - e che ciò riduca le cautele aprendo la possibilità di nuovi contagi, cosa che ci riporterebbe al primo scenario. Tale seconda ipotesi è complicata dal fatto che un sistema economico normale non può reggere a lungo le azioni di cautela: ispezioni in porti ed aeroporti, quarantene, presidio medico attento e tempestivo, ecc. Dopo un po’ l’attenzione rallenta se non rinnovata da nuove evidenze. Il problema della Sars, come lo ho capito io e mi scuso in caso non lo avessi fatto bene, è che il rischio di contagio durerà a lungo anche se sarà ben contenuto. Ovviamente la scoperta di un vaccino risolverebbe alla radice la questione. Ma gli esperti prevedono uno o due anni di lavoro prima di riuscirci. I test di individuazione del virus, invece, verranno molto prima e aiuteranno la gestione del problema. Ma non al punto di azzerare il rischio degli scenari detti sopra. Con un appuntamento preciso: nel prossimo autunno esisterà il problema di separare i sintomi iniziali di un influenza o raffreddore normali da quelli della Sars. Certamente le nostre autorità sanitarie stanno preparandosi per gestire questa gestione e confido nella loro capacità già ben dimostrata nelle settimane scorse. Ma non necessariamente potranno dominare gli effetti dovuti alla comunicazione. In attesa che lo scenario si chiarisca in materia, già ora mi permetto di suggerire ai lettori (e ai media) che i loro comportamenti ed atteggiamenti saranno il punto chiave: se razionali, non vi sarà disastro comunicativo, comunque. Se irrazionali, il rischio sarà altissimo anche in presenza di un minimo pericolo reale epidemiologico. Pensateci.

Il terso scenario, quello dell’impatto globale del rallentamento economico in Asia dovuto alla Sars, al momento, non desta eccessive preoccupazioni. Ma i dati saranno precisabili solo tra un paio di mesi.

"/> Versione originale poi accorciata in fase di stampa

E’ utile seguire continuamente l’evoluzione epidemiologica della Sars allo scopo di inquadrarne il pericolo – aggiornandone periodicamente il profilo di rischio - per quello che realmente è. L’utilità è data dal fatto che un allarmismo esagerato oppure una sottovalutazione del problema possono causare, ambedue, danni gravissimi. Con l’attenzione principale, qui, rivolta a quelli economici vista la specializzazione di chi scrive.

Prego i lettori di avere due minuti di pazienza per assorbire alcuni elementi essenziali di teoria comunicativa delle emergenze di massa. Per inciso, molti economisti stanno studiandoli proprio perché temono problemi più dalla comunicazione relativa alla Sars che – per il momento - dal suo sviluppo epidemico reale. Per semplificare, tale materia è resa problematica da due tipici atteggiamenti -comportamenti estremi, di natura opposta. Da un lato – in base agli studi della psicologia sociale e della sociologia applicate ai fenomeni estremi – le persone tendono a negare un pericolo la cui visibilità non è reiterata con evidenza. Dall’altro, la comunicazione di un pericolo spesso comporta reazioni esagerate di allarmismo, soprattutto quando questo ha fonte non ben conosciuta ed i metodi per contenerlo sono incerti. La buona politica comunicativa, quindi, deve navigare tra queste due Scilla e Cariddi. Come? La miglior soluzione finora trovata è quella – non ridete per l’ovvietà – di riuscire a comunicare la verità. Con l’accortezza di unire sempre alla comunicazione di un rischio le procedure per minimizzarlo. Perché se ciò non accadesse la gente in ansia cercherebbe comunque modi per rassicurarsi o usando pratiche irrazionali (come nel caso del post-Cernobyl, 1986) o con tutele eccessive oppure negando, appunto, il pericolo ed aumentando il proprio rischio per difetto di cautela. Vi dicevo sopra di non ridere per l’ovvietà in quanto non c’è, nel mondo e negli ultimi 30 anni studiati, neanche un esempio di buona politica comunicativa in materia di emergenze di massa (dove l’agente di rischio non è immediatamente visibile). Chi vuole può approfondire il tema cercando su Internet gli studi del Disaster Research Center (Usa) o rivolgendosi al prof. Marco Lombardi, Università cattolica di Milano, tra i pochissimi specializzati in Europa nella materia. Comunque la difficoltà delle istituzioni di ben gestire la comunicazione di un rischio inquieta l’economista perché anche nel caso migliore di un contenimento tecnico della Sars, che è al momento più probabile, vi potrebbe essere un disastro solo comunicativo – cioè in assenza di causa concreta - tale da produrre un gravissimo impatto sull’economia globale. E, francamente, questa è proprio l’ultima cosa che ci vorrebbe nel secondo semestre del 2003: la crescita americana, pur buona, sarà lenta ed incerta nell’ambito di una stagnazione europea dove solo l’Italia va benino, ma non al punto da sperare di crescere sopra l’1%. Se capita un’altra botta alla fiducia dovremo rimandare le speranze di un migliore 2004 con il problema che più di tre anni di economia bassa hanno ormai sfiancato molte attività.

In particolare, temo due cose. Prima: che eventuali pochi nuovi casi di Sars fuori dall’Asia vengano ingigantiti sul piano simbolico e causino un’ondata irrealistica di panico capace di bloccare i traffici economici e quindi causare una recessione. Seconda: che la mancanza di nuovi casi dia alla gente una sensazione prematura di pericolo cessato – anche stimolata dal fenomeno della "negazione del pericolo" detto sopra - e che ciò riduca le cautele aprendo la possibilità di nuovi contagi, cosa che ci riporterebbe al primo scenario. Tale seconda ipotesi è complicata dal fatto che un sistema economico normale non può reggere a lungo le azioni di cautela: ispezioni in porti ed aeroporti, quarantene, presidio medico attento e tempestivo, ecc. Dopo un po’ l’attenzione rallenta se non rinnovata da nuove evidenze. Il problema della Sars, come lo ho capito io e mi scuso in caso non lo avessi fatto bene, è che il rischio di contagio durerà a lungo anche se sarà ben contenuto. Ovviamente la scoperta di un vaccino risolverebbe alla radice la questione. Ma gli esperti prevedono uno o due anni di lavoro prima di riuscirci. I test di individuazione del virus, invece, verranno molto prima e aiuteranno la gestione del problema. Ma non al punto di azzerare il rischio degli scenari detti sopra. Con un appuntamento preciso: nel prossimo autunno esisterà il problema di separare i sintomi iniziali di un influenza o raffreddore normali da quelli della Sars. Certamente le nostre autorità sanitarie stanno preparandosi per gestire questa gestione e confido nella loro capacità già ben dimostrata nelle settimane scorse. Ma non necessariamente potranno dominare gli effetti dovuti alla comunicazione. In attesa che lo scenario si chiarisca in materia, già ora mi permetto di suggerire ai lettori (e ai media) che i loro comportamenti ed atteggiamenti saranno il punto chiave: se razionali, non vi sarà disastro comunicativo, comunque. Se irrazionali, il rischio sarà altissimo anche in presenza di un minimo pericolo reale epidemiologico. Pensateci.

Il terso scenario, quello dell’impatto globale del rallentamento economico in Asia dovuto alla Sars, al momento, non desta eccessive preoccupazioni. Ma i dati saranno precisabili solo tra un paio di mesi.

" />



 ENGLISH VERSION


 VITA
  Biografia    Gallery     Interviste    Premi     CPTV

 PUBBLICAZIONI

  Libri    Saggi    Ricerche
  Articoli dal 1998

 LETTERE

  Scrivi a CP
  Leggi le lettere    Archivio

 CERCA


Carlo A. Pelanda
menu
fb Tw g+ print

L' Arena

2003-5-12

12/5/2003

La gestione della Sars richiede molta razionalità

Versione originale poi accorciata in fase di stampa

E’ utile seguire continuamente l’evoluzione epidemiologica della Sars allo scopo di inquadrarne il pericolo – aggiornandone periodicamente il profilo di rischio - per quello che realmente è. L’utilità è data dal fatto che un allarmismo esagerato oppure una sottovalutazione del problema possono causare, ambedue, danni gravissimi. Con l’attenzione principale, qui, rivolta a quelli economici vista la specializzazione di chi scrive.

Prego i lettori di avere due minuti di pazienza per assorbire alcuni elementi essenziali di teoria comunicativa delle emergenze di massa. Per inciso, molti economisti stanno studiandoli proprio perché temono problemi più dalla comunicazione relativa alla Sars che – per il momento - dal suo sviluppo epidemico reale. Per semplificare, tale materia è resa problematica da due tipici atteggiamenti -comportamenti estremi, di natura opposta. Da un lato – in base agli studi della psicologia sociale e della sociologia applicate ai fenomeni estremi – le persone tendono a negare un pericolo la cui visibilità non è reiterata con evidenza. Dall’altro, la comunicazione di un pericolo spesso comporta reazioni esagerate di allarmismo, soprattutto quando questo ha fonte non ben conosciuta ed i metodi per contenerlo sono incerti. La buona politica comunicativa, quindi, deve navigare tra queste due Scilla e Cariddi. Come? La miglior soluzione finora trovata è quella – non ridete per l’ovvietà – di riuscire a comunicare la verità. Con l’accortezza di unire sempre alla comunicazione di un rischio le procedure per minimizzarlo. Perché se ciò non accadesse la gente in ansia cercherebbe comunque modi per rassicurarsi o usando pratiche irrazionali (come nel caso del post-Cernobyl, 1986) o con tutele eccessive oppure negando, appunto, il pericolo ed aumentando il proprio rischio per difetto di cautela. Vi dicevo sopra di non ridere per l’ovvietà in quanto non c’è, nel mondo e negli ultimi 30 anni studiati, neanche un esempio di buona politica comunicativa in materia di emergenze di massa (dove l’agente di rischio non è immediatamente visibile). Chi vuole può approfondire il tema cercando su Internet gli studi del Disaster Research Center (Usa) o rivolgendosi al prof. Marco Lombardi, Università cattolica di Milano, tra i pochissimi specializzati in Europa nella materia. Comunque la difficoltà delle istituzioni di ben gestire la comunicazione di un rischio inquieta l’economista perché anche nel caso migliore di un contenimento tecnico della Sars, che è al momento più probabile, vi potrebbe essere un disastro solo comunicativo – cioè in assenza di causa concreta - tale da produrre un gravissimo impatto sull’economia globale. E, francamente, questa è proprio l’ultima cosa che ci vorrebbe nel secondo semestre del 2003: la crescita americana, pur buona, sarà lenta ed incerta nell’ambito di una stagnazione europea dove solo l’Italia va benino, ma non al punto da sperare di crescere sopra l’1%. Se capita un’altra botta alla fiducia dovremo rimandare le speranze di un migliore 2004 con il problema che più di tre anni di economia bassa hanno ormai sfiancato molte attività.

In particolare, temo due cose. Prima: che eventuali pochi nuovi casi di Sars fuori dall’Asia vengano ingigantiti sul piano simbolico e causino un’ondata irrealistica di panico capace di bloccare i traffici economici e quindi causare una recessione. Seconda: che la mancanza di nuovi casi dia alla gente una sensazione prematura di pericolo cessato – anche stimolata dal fenomeno della "negazione del pericolo" detto sopra - e che ciò riduca le cautele aprendo la possibilità di nuovi contagi, cosa che ci riporterebbe al primo scenario. Tale seconda ipotesi è complicata dal fatto che un sistema economico normale non può reggere a lungo le azioni di cautela: ispezioni in porti ed aeroporti, quarantene, presidio medico attento e tempestivo, ecc. Dopo un po’ l’attenzione rallenta se non rinnovata da nuove evidenze. Il problema della Sars, come lo ho capito io e mi scuso in caso non lo avessi fatto bene, è che il rischio di contagio durerà a lungo anche se sarà ben contenuto. Ovviamente la scoperta di un vaccino risolverebbe alla radice la questione. Ma gli esperti prevedono uno o due anni di lavoro prima di riuscirci. I test di individuazione del virus, invece, verranno molto prima e aiuteranno la gestione del problema. Ma non al punto di azzerare il rischio degli scenari detti sopra. Con un appuntamento preciso: nel prossimo autunno esisterà il problema di separare i sintomi iniziali di un influenza o raffreddore normali da quelli della Sars. Certamente le nostre autorità sanitarie stanno preparandosi per gestire questa gestione e confido nella loro capacità già ben dimostrata nelle settimane scorse. Ma non necessariamente potranno dominare gli effetti dovuti alla comunicazione. In attesa che lo scenario si chiarisca in materia, già ora mi permetto di suggerire ai lettori (e ai media) che i loro comportamenti ed atteggiamenti saranno il punto chiave: se razionali, non vi sarà disastro comunicativo, comunque. Se irrazionali, il rischio sarà altissimo anche in presenza di un minimo pericolo reale epidemiologico. Pensateci.

Il terso scenario, quello dell’impatto globale del rallentamento economico in Asia dovuto alla Sars, al momento, non desta eccessive preoccupazioni. Ma i dati saranno precisabili solo tra un paio di mesi.

(c) 2003 Carlo Pelanda
FB TW G+

(c) 1999 Carlo Pelanda
Contacts: public@carlopelanda.com
website by: Filippo Brunelli