Concentriamoci sull’economia dall’eurozona. Tutti i dati che al momento ne descrivono gli andamenti mostrano la necessità di un’azione precisa e urgente: qualcuno deve girare con molta forza la manovella di accensione del motore. Se no, non riparte. Senza stimolazioni forti, anzi fortissime, la tendenza più probabile per il 2003 è quella di una stagnazione con leggero segno positivo. Ma che significa deindustrializazione strisciante, pur lenta, poca o nulla creazione di posti di lavoro, minimo tasso di innovazione industriale e quindi sociale. In sintesi, l’immagine degli ultimi dieci anni dell’economia continentale. Ma con la complicazione che non potremo andare avanti così per altri dieci in quanto una stagnazione endemica, appunto, è di fatto una regressione economica che prima o poi porta ad impoverimenti sostanziali non facilmente reversibili. Anche la tipica salvezza che deriva dal traino americano è, in questo periodo, meno efficace perché l’economia Usa è frenata e non attira tutte le esportazioni europee che servirebbero per bilanciare l’assenza di crescita interna. Quindi è il momento giusto per pensare seriamente a come dare un colpo di manovella.

Lo scenario non lascia spazio a grande ottimismo per motivi notissimi. La duratura stagnazione europea è causata, sostanzialmente, da un modello politico – simile in Francia, Germania ed Italia che insieme fanno circa il 70% del Pil dell’eurozona – che non favorisce consumi ed investimenti. Il modello pesante di Stato sociale è la causa del male. Qualsiasi economista o analista che non sia sfegatato populista condivide tale diagnosi. Ma anche se individuata la malattia, nessuno riesce a proporre o ad attuare la cura. La medicina della liberalizzazione – che aumenta gli spazi per l’impresa e le opportunità, quindi per nuovi investimenti – è duramente contrastata nei tre Paesi detti da forze sindacali rigidissime e paleolitiche nel conservare garanzie che burocratizzano l’economia. Per esempio, il famoso "articolo 18" in Italia difende giuridicamente un posto di lavoro. Ma se questo sparisce per selezione di mercato cosa lo può difendere? Nulla, evidentemente. E se un’azienda, per salvarsi da un momento basso di mercato, non può licenziare una parte della forza lavoro superflua, allora chiude mettendo sulla strada anche i lavoratori che potrebbero essere salvati. Perché una così inefficace garanzia viene difesa in piazza e con tanta tenacia? Sostanzialmente perché i sindacati non vogliono aprire una breccia a favore delle riforme di efficienza in quanto ciò toglierebbe loro potere. Sulla carta le forze riformatrici, sia di centrosinistra sia di centrodestra, avrebbero i numeri per far passare forme meno arcaiche di garanzie. Ma ciò ancora non succede. Così come la sinistra al governo in Germania, consapevole di essere di fronte ad una catastrofe economica già confermatasi nel numero di più di 4 milioni di disoccupati permanenti, fa una fatica infernale a riformare le pensioni – che comunque andando avanti così non potrà pagare - perché la sua parte sindacale non vuole cambiare neanche un virgola dell’eccessiva generosità assistenziale. In Francia lo statalismo – per altro più efficiente che negli altri Paesi che lo adottano - non viene nemmeno sottoposto a revisione dal centrodestra perché questo di tradizione colbertiana (dirigismo pubblico). In sintesi, è illusorio sperare che vi saranno sostanziose riforme di efficienza a breve per ridare crescita al continente, siano di destra o sinistra i governi.

Pertanto, in uno scenario di stimoli solo minimi, c’è da cercare altrove qualcosa che muova in alto l’economia. E resta solo la politica monetaria, cioè ridurre il costo del denaro. Da una parte la Bce potrebbe aver ragione nel dire che un’economia burocratizzata e con poca concorrenza (perché pervasa da protezionismi, cartelli, accordi consociativi simili ai monopoli) risente poco della stimolazione monetaria e tende a produrre inflazione. Quindi i tassi devono restare un po’ più alti del dovuto per difendere il valore della moneta. D’altra parte non si capisce perché la Bce non tenti di ottenere anche un piccolo effetto grazie all’unica leva che si può far girare al momento. Una riduzione del costo del denaro è possibile perché l’inflazione importata sarebbe poca, visto che il prezzo del petrolio non è alle stelle. Inoltre farebbe scendere l’euro sul dollaro favorendo almeno le esportazioni. Su queste pagine ho spesso difeso, in posizione di minoranza tra i commentatori, la prudenza della Bce. Ma in questo frangente trovo immotivato il suo immobilismo: se non riduce i tassi in momenti di fatto recessivi, allora cosa ci sta a fare? Infatti sta montando una forte e generalizzata irritazione nei suoi confronti. A cui mi associo, ma dando anche il numero della riduzione del costo del denaro necessaria per muovere almeno un po’ il motore: almeno l’1% in meno e pronti a tagliare ancora se le cose peggiorassero. A voi cosa importa? Paghereste di meno gli interessi sui mutui e finanziamenti al consumo così come il credito per investimenti. Non sarà forse leva per un boom, ma non si capisce perché non si possa tentare almeno tale stimolazione in un momento in cui altre non appaiono fattibili.

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Lo scenario non lascia spazio a grande ottimismo per motivi notissimi. La duratura stagnazione europea è causata, sostanzialmente, da un modello politico – simile in Francia, Germania ed Italia che insieme fanno circa il 70% del Pil dell’eurozona – che non favorisce consumi ed investimenti. Il modello pesante di Stato sociale è la causa del male. Qualsiasi economista o analista che non sia sfegatato populista condivide tale diagnosi. Ma anche se individuata la malattia, nessuno riesce a proporre o ad attuare la cura. La medicina della liberalizzazione – che aumenta gli spazi per l’impresa e le opportunità, quindi per nuovi investimenti – è duramente contrastata nei tre Paesi detti da forze sindacali rigidissime e paleolitiche nel conservare garanzie che burocratizzano l’economia. Per esempio, il famoso "articolo 18" in Italia difende giuridicamente un posto di lavoro. Ma se questo sparisce per selezione di mercato cosa lo può difendere? Nulla, evidentemente. E se un’azienda, per salvarsi da un momento basso di mercato, non può licenziare una parte della forza lavoro superflua, allora chiude mettendo sulla strada anche i lavoratori che potrebbero essere salvati. Perché una così inefficace garanzia viene difesa in piazza e con tanta tenacia? Sostanzialmente perché i sindacati non vogliono aprire una breccia a favore delle riforme di efficienza in quanto ciò toglierebbe loro potere. Sulla carta le forze riformatrici, sia di centrosinistra sia di centrodestra, avrebbero i numeri per far passare forme meno arcaiche di garanzie. Ma ciò ancora non succede. Così come la sinistra al governo in Germania, consapevole di essere di fronte ad una catastrofe economica già confermatasi nel numero di più di 4 milioni di disoccupati permanenti, fa una fatica infernale a riformare le pensioni – che comunque andando avanti così non potrà pagare - perché la sua parte sindacale non vuole cambiare neanche un virgola dell’eccessiva generosità assistenziale. In Francia lo statalismo – per altro più efficiente che negli altri Paesi che lo adottano - non viene nemmeno sottoposto a revisione dal centrodestra perché questo di tradizione colbertiana (dirigismo pubblico). In sintesi, è illusorio sperare che vi saranno sostanziose riforme di efficienza a breve per ridare crescita al continente, siano di destra o sinistra i governi.

Pertanto, in uno scenario di stimoli solo minimi, c’è da cercare altrove qualcosa che muova in alto l’economia. E resta solo la politica monetaria, cioè ridurre il costo del denaro. Da una parte la Bce potrebbe aver ragione nel dire che un’economia burocratizzata e con poca concorrenza (perché pervasa da protezionismi, cartelli, accordi consociativi simili ai monopoli) risente poco della stimolazione monetaria e tende a produrre inflazione. Quindi i tassi devono restare un po’ più alti del dovuto per difendere il valore della moneta. D’altra parte non si capisce perché la Bce non tenti di ottenere anche un piccolo effetto grazie all’unica leva che si può far girare al momento. Una riduzione del costo del denaro è possibile perché l’inflazione importata sarebbe poca, visto che il prezzo del petrolio non è alle stelle. Inoltre farebbe scendere l’euro sul dollaro favorendo almeno le esportazioni. Su queste pagine ho spesso difeso, in posizione di minoranza tra i commentatori, la prudenza della Bce. Ma in questo frangente trovo immotivato il suo immobilismo: se non riduce i tassi in momenti di fatto recessivi, allora cosa ci sta a fare? Infatti sta montando una forte e generalizzata irritazione nei suoi confronti. A cui mi associo, ma dando anche il numero della riduzione del costo del denaro necessaria per muovere almeno un po’ il motore: almeno l’1% in meno e pronti a tagliare ancora se le cose peggiorassero. A voi cosa importa? Paghereste di meno gli interessi sui mutui e finanziamenti al consumo così come il credito per investimenti. Non sarà forse leva per un boom, ma non si capisce perché non si possa tentare almeno tale stimolazione in un momento in cui altre non appaiono fattibili.

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2003-4-28

28/4/2003

Per la Bce è ora di darsi una mossa

Concentriamoci sull’economia dall’eurozona. Tutti i dati che al momento ne descrivono gli andamenti mostrano la necessità di un’azione precisa e urgente: qualcuno deve girare con molta forza la manovella di accensione del motore. Se no, non riparte. Senza stimolazioni forti, anzi fortissime, la tendenza più probabile per il 2003 è quella di una stagnazione con leggero segno positivo. Ma che significa deindustrializazione strisciante, pur lenta, poca o nulla creazione di posti di lavoro, minimo tasso di innovazione industriale e quindi sociale. In sintesi, l’immagine degli ultimi dieci anni dell’economia continentale. Ma con la complicazione che non potremo andare avanti così per altri dieci in quanto una stagnazione endemica, appunto, è di fatto una regressione economica che prima o poi porta ad impoverimenti sostanziali non facilmente reversibili. Anche la tipica salvezza che deriva dal traino americano è, in questo periodo, meno efficace perché l’economia Usa è frenata e non attira tutte le esportazioni europee che servirebbero per bilanciare l’assenza di crescita interna. Quindi è il momento giusto per pensare seriamente a come dare un colpo di manovella.

Lo scenario non lascia spazio a grande ottimismo per motivi notissimi. La duratura stagnazione europea è causata, sostanzialmente, da un modello politico – simile in Francia, Germania ed Italia che insieme fanno circa il 70% del Pil dell’eurozona – che non favorisce consumi ed investimenti. Il modello pesante di Stato sociale è la causa del male. Qualsiasi economista o analista che non sia sfegatato populista condivide tale diagnosi. Ma anche se individuata la malattia, nessuno riesce a proporre o ad attuare la cura. La medicina della liberalizzazione – che aumenta gli spazi per l’impresa e le opportunità, quindi per nuovi investimenti – è duramente contrastata nei tre Paesi detti da forze sindacali rigidissime e paleolitiche nel conservare garanzie che burocratizzano l’economia. Per esempio, il famoso "articolo 18" in Italia difende giuridicamente un posto di lavoro. Ma se questo sparisce per selezione di mercato cosa lo può difendere? Nulla, evidentemente. E se un’azienda, per salvarsi da un momento basso di mercato, non può licenziare una parte della forza lavoro superflua, allora chiude mettendo sulla strada anche i lavoratori che potrebbero essere salvati. Perché una così inefficace garanzia viene difesa in piazza e con tanta tenacia? Sostanzialmente perché i sindacati non vogliono aprire una breccia a favore delle riforme di efficienza in quanto ciò toglierebbe loro potere. Sulla carta le forze riformatrici, sia di centrosinistra sia di centrodestra, avrebbero i numeri per far passare forme meno arcaiche di garanzie. Ma ciò ancora non succede. Così come la sinistra al governo in Germania, consapevole di essere di fronte ad una catastrofe economica già confermatasi nel numero di più di 4 milioni di disoccupati permanenti, fa una fatica infernale a riformare le pensioni – che comunque andando avanti così non potrà pagare - perché la sua parte sindacale non vuole cambiare neanche un virgola dell’eccessiva generosità assistenziale. In Francia lo statalismo – per altro più efficiente che negli altri Paesi che lo adottano - non viene nemmeno sottoposto a revisione dal centrodestra perché questo di tradizione colbertiana (dirigismo pubblico). In sintesi, è illusorio sperare che vi saranno sostanziose riforme di efficienza a breve per ridare crescita al continente, siano di destra o sinistra i governi.

Pertanto, in uno scenario di stimoli solo minimi, c’è da cercare altrove qualcosa che muova in alto l’economia. E resta solo la politica monetaria, cioè ridurre il costo del denaro. Da una parte la Bce potrebbe aver ragione nel dire che un’economia burocratizzata e con poca concorrenza (perché pervasa da protezionismi, cartelli, accordi consociativi simili ai monopoli) risente poco della stimolazione monetaria e tende a produrre inflazione. Quindi i tassi devono restare un po’ più alti del dovuto per difendere il valore della moneta. D’altra parte non si capisce perché la Bce non tenti di ottenere anche un piccolo effetto grazie all’unica leva che si può far girare al momento. Una riduzione del costo del denaro è possibile perché l’inflazione importata sarebbe poca, visto che il prezzo del petrolio non è alle stelle. Inoltre farebbe scendere l’euro sul dollaro favorendo almeno le esportazioni. Su queste pagine ho spesso difeso, in posizione di minoranza tra i commentatori, la prudenza della Bce. Ma in questo frangente trovo immotivato il suo immobilismo: se non riduce i tassi in momenti di fatto recessivi, allora cosa ci sta a fare? Infatti sta montando una forte e generalizzata irritazione nei suoi confronti. A cui mi associo, ma dando anche il numero della riduzione del costo del denaro necessaria per muovere almeno un po’ il motore: almeno l’1% in meno e pronti a tagliare ancora se le cose peggiorassero. A voi cosa importa? Paghereste di meno gli interessi sui mutui e finanziamenti al consumo così come il credito per investimenti. Non sarà forse leva per un boom, ma non si capisce perché non si possa tentare almeno tale stimolazione in un momento in cui altre non appaiono fattibili.

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