Il mercato è certamente preoccupato per i venti di guerra e sconta tale sensazione in forma di pessimismo finanziario e maggiore prudenza negli investimenti. Cosa che blocca la ripresa. Ma teme ancor di più la frattura dell’Occidente, cioè la divergenza crescente tra Framania (l’asse franco-tedesco da poco rinnovato) e Stati Uniti nonché la divisione tra franco-tedeschi ed il resto degli europei. A cui si aggiunge una crescente ambiguità della Russia. E ne ha paura per un ragionamento semplice a dirsi: un Occidente coeso può trattare i problemi di sicurezza ed ordinamento mondiale con una potenza militare, politica ed economica tale da ridurre i rischi ed assicurare un buon presidio delle aree turbolente avendo sia bastone sia carote di scala adeguate. Mentre in un Occidente frammentato ci sarebbero meno risorse per fare tale lavoro ed il disordine potrebbe crescere. Tale problema di struttura è percepito come molto più grave dello specifico caso iracheno sul piano della valutazione dei rischi prospettici globali. E proprio per tale motivo la settimana si apre con la priorità di ricucire, per quanto possibile, gli strappi avvenuti nei giorni scorsi. Vediamone la probabilità.

Gli Stati Uniti, nello spirito detto, hanno rimandato di un poco l’avvio delle operazioni in Irak proprio per tentare di ottenere il consenso, o per lo meno evitare l’opposizione muro contro muro, di Francia e Germania. Nonché per trovare una formula che rassicuri gli interessi della Russia. Anche nell’ambiente europeo si sta cercando di minimizzare la frattura tra franco-tedeschi e gli altri. La questione che vede in opposizione Italia, Regno Unito, Spagna, europei orientali, da un lato (euroatlantico), e la Framania dall’altro (euroasiatico), non riguarda solo il rapporto con gli Stati Uniti, ma tocca l’essenza metodologica del processo di costruzione europea. Francia e Germania hanno deciso di avere tra loro, nuovamente, una relazione speciale, comunicando così agli altri partner che sarà una diarchia franco-tedesca a guidare l’Europa. Blair, Berlusconi, Aznar ed altri hanno saggiamente evitato di reagire emotivamente a questo strappo di Chirac e Schroeder per dare tempo alle diplomazie di calmare le cose. In sintesi, i nervosismi dei giorni scorsi sono stati messi sotto controllo ed è probabile che tutti siano d’accordo di ragionare a mente fredda. Segno che almeno la consapevolezza sul rischio di una frattura dell’Occidente c’è in forma di svantaggi percepiti per tutti. Ed è una buona notizia.

Ma questa gestione dei problemi rimandandone le soluzioni rischia di creare future cattive notizie. Saddam Hussein ha più tempo per preparare qualche colpo a sorpresa. La posizione antiamericana di Francia e Germania, pur non certo filoirakena, favorisce di fatto le strategie di Bagdad. La difficoltà americana di trovare il consenso internazionale da l’occasione a Cina e Russia per alzare il prezzo del benestare in sede Onu. La prima vuole dagli Usa il diritto di gestire il caso nordcoreano come passo verso il riconoscimento di potenza che sostituisce gli Usa nella conduzione degli affari asiatici, che è proprio l’obiettivo di lungo termine di Pechino. La seconda vuole continuare a fornire reattori nucleari civili all’Iran e cose del genere ai Paesi emergenti in quanto molto remunerative. Inoltre vuole mani libere per fare una propria politica di nuova potenza, per esempio l’alleanza nucleare con l’India (cosa che crea problemi con il Pakistan, caposaldo più delicato per l’azione americana contro Al Quaida). In sintesi, l’America è pressata da due criteri opposti: più tempo per negoziare un consenso più ampio, ma più costi e cedimenti più il tempo passa. Pertanto ad un certo punto chiuderà la finestra negoziale ed agirà con quello che avrà ottenuto, anche a costo di farlo unilateralmente. Ma ciò aumenterà il rischio di una spaccatura tra europei filoatlantici e antiamericani e quindi dell’Unione Europea. Accrescerà la probabilità di incidenti. Che se avverranno daranno il segnale che il potere regolatore centrato sull’America è più debole. Ciò scatenerà le ambizioni di Russia, Cina ed India. Farà alzare la testa all’antagonismo islamico. In generale, aumenterà il disordine. Proprio a causa della frattura dell’Occidente.

Pur detto frettolosamente, mi sembra chiaro che non ci sia molto tempo per trovare una nuova convergenza sulle materie di sostanza tra noi occidentali. Ci riusciremo? Temo di no. Sarebbe razionale spiegare alla Francia che non abbiamo costruito l’Europa per rivestire di più forza geopolitica il suo interesse nazionale a bilanciare l’America. Ma Parigi non ci sente da questo orecchio. Sarebbe razionale spiegare a Washington che la dottrina della guerra preventiva è tecnicamente giusta per aumentare la sicurezza, ma che se non produce consenso non è applicabile. Neanche gli americani ascolteranno perché il requisito tecnico prevale (e do loro ragione pur a malincuore). Quindi la soluzione del problema non seguirà linee razionali, ma quelle della forza. L’America ad un certo punto agirà e dirà agli alleati: o di qua o di là. Preparatevi a rispondere secondo coscienza, ma sappiate che è in gioco l’Occidente e la sua capacità di gestire il pianeta secondo le regole della nostra civiltà. Ed è in gioco la speranza di ricchezza che senza un Occidente fortissimo e coeso sarebbe compromessa.

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Gli Stati Uniti, nello spirito detto, hanno rimandato di un poco l’avvio delle operazioni in Irak proprio per tentare di ottenere il consenso, o per lo meno evitare l’opposizione muro contro muro, di Francia e Germania. Nonché per trovare una formula che rassicuri gli interessi della Russia. Anche nell’ambiente europeo si sta cercando di minimizzare la frattura tra franco-tedeschi e gli altri. La questione che vede in opposizione Italia, Regno Unito, Spagna, europei orientali, da un lato (euroatlantico), e la Framania dall’altro (euroasiatico), non riguarda solo il rapporto con gli Stati Uniti, ma tocca l’essenza metodologica del processo di costruzione europea. Francia e Germania hanno deciso di avere tra loro, nuovamente, una relazione speciale, comunicando così agli altri partner che sarà una diarchia franco-tedesca a guidare l’Europa. Blair, Berlusconi, Aznar ed altri hanno saggiamente evitato di reagire emotivamente a questo strappo di Chirac e Schroeder per dare tempo alle diplomazie di calmare le cose. In sintesi, i nervosismi dei giorni scorsi sono stati messi sotto controllo ed è probabile che tutti siano d’accordo di ragionare a mente fredda. Segno che almeno la consapevolezza sul rischio di una frattura dell’Occidente c’è in forma di svantaggi percepiti per tutti. Ed è una buona notizia.

Ma questa gestione dei problemi rimandandone le soluzioni rischia di creare future cattive notizie. Saddam Hussein ha più tempo per preparare qualche colpo a sorpresa. La posizione antiamericana di Francia e Germania, pur non certo filoirakena, favorisce di fatto le strategie di Bagdad. La difficoltà americana di trovare il consenso internazionale da l’occasione a Cina e Russia per alzare il prezzo del benestare in sede Onu. La prima vuole dagli Usa il diritto di gestire il caso nordcoreano come passo verso il riconoscimento di potenza che sostituisce gli Usa nella conduzione degli affari asiatici, che è proprio l’obiettivo di lungo termine di Pechino. La seconda vuole continuare a fornire reattori nucleari civili all’Iran e cose del genere ai Paesi emergenti in quanto molto remunerative. Inoltre vuole mani libere per fare una propria politica di nuova potenza, per esempio l’alleanza nucleare con l’India (cosa che crea problemi con il Pakistan, caposaldo più delicato per l’azione americana contro Al Quaida). In sintesi, l’America è pressata da due criteri opposti: più tempo per negoziare un consenso più ampio, ma più costi e cedimenti più il tempo passa. Pertanto ad un certo punto chiuderà la finestra negoziale ed agirà con quello che avrà ottenuto, anche a costo di farlo unilateralmente. Ma ciò aumenterà il rischio di una spaccatura tra europei filoatlantici e antiamericani e quindi dell’Unione Europea. Accrescerà la probabilità di incidenti. Che se avverranno daranno il segnale che il potere regolatore centrato sull’America è più debole. Ciò scatenerà le ambizioni di Russia, Cina ed India. Farà alzare la testa all’antagonismo islamico. In generale, aumenterà il disordine. Proprio a causa della frattura dell’Occidente.

Pur detto frettolosamente, mi sembra chiaro che non ci sia molto tempo per trovare una nuova convergenza sulle materie di sostanza tra noi occidentali. Ci riusciremo? Temo di no. Sarebbe razionale spiegare alla Francia che non abbiamo costruito l’Europa per rivestire di più forza geopolitica il suo interesse nazionale a bilanciare l’America. Ma Parigi non ci sente da questo orecchio. Sarebbe razionale spiegare a Washington che la dottrina della guerra preventiva è tecnicamente giusta per aumentare la sicurezza, ma che se non produce consenso non è applicabile. Neanche gli americani ascolteranno perché il requisito tecnico prevale (e do loro ragione pur a malincuore). Quindi la soluzione del problema non seguirà linee razionali, ma quelle della forza. L’America ad un certo punto agirà e dirà agli alleati: o di qua o di là. Preparatevi a rispondere secondo coscienza, ma sappiate che è in gioco l’Occidente e la sua capacità di gestire il pianeta secondo le regole della nostra civiltà. Ed è in gioco la speranza di ricchezza che senza un Occidente fortissimo e coeso sarebbe compromessa.

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Gli Stati Uniti, nello spirito detto, hanno rimandato di un poco l’avvio delle operazioni in Irak proprio per tentare di ottenere il consenso, o per lo meno evitare l’opposizione muro contro muro, di Francia e Germania. Nonché per trovare una formula che rassicuri gli interessi della Russia. Anche nell’ambiente europeo si sta cercando di minimizzare la frattura tra franco-tedeschi e gli altri. La questione che vede in opposizione Italia, Regno Unito, Spagna, europei orientali, da un lato (euroatlantico), e la Framania dall’altro (euroasiatico), non riguarda solo il rapporto con gli Stati Uniti, ma tocca l’essenza metodologica del processo di costruzione europea. Francia e Germania hanno deciso di avere tra loro, nuovamente, una relazione speciale, comunicando così agli altri partner che sarà una diarchia franco-tedesca a guidare l’Europa. Blair, Berlusconi, Aznar ed altri hanno saggiamente evitato di reagire emotivamente a questo strappo di Chirac e Schroeder per dare tempo alle diplomazie di calmare le cose. In sintesi, i nervosismi dei giorni scorsi sono stati messi sotto controllo ed è probabile che tutti siano d’accordo di ragionare a mente fredda. Segno che almeno la consapevolezza sul rischio di una frattura dell’Occidente c’è in forma di svantaggi percepiti per tutti. Ed è una buona notizia.

Ma questa gestione dei problemi rimandandone le soluzioni rischia di creare future cattive notizie. Saddam Hussein ha più tempo per preparare qualche colpo a sorpresa. La posizione antiamericana di Francia e Germania, pur non certo filoirakena, favorisce di fatto le strategie di Bagdad. La difficoltà americana di trovare il consenso internazionale da l’occasione a Cina e Russia per alzare il prezzo del benestare in sede Onu. La prima vuole dagli Usa il diritto di gestire il caso nordcoreano come passo verso il riconoscimento di potenza che sostituisce gli Usa nella conduzione degli affari asiatici, che è proprio l’obiettivo di lungo termine di Pechino. La seconda vuole continuare a fornire reattori nucleari civili all’Iran e cose del genere ai Paesi emergenti in quanto molto remunerative. Inoltre vuole mani libere per fare una propria politica di nuova potenza, per esempio l’alleanza nucleare con l’India (cosa che crea problemi con il Pakistan, caposaldo più delicato per l’azione americana contro Al Quaida). In sintesi, l’America è pressata da due criteri opposti: più tempo per negoziare un consenso più ampio, ma più costi e cedimenti più il tempo passa. Pertanto ad un certo punto chiuderà la finestra negoziale ed agirà con quello che avrà ottenuto, anche a costo di farlo unilateralmente. Ma ciò aumenterà il rischio di una spaccatura tra europei filoatlantici e antiamericani e quindi dell’Unione Europea. Accrescerà la probabilità di incidenti. Che se avverranno daranno il segnale che il potere regolatore centrato sull’America è più debole. Ciò scatenerà le ambizioni di Russia, Cina ed India. Farà alzare la testa all’antagonismo islamico. In generale, aumenterà il disordine. Proprio a causa della frattura dell’Occidente.

Pur detto frettolosamente, mi sembra chiaro che non ci sia molto tempo per trovare una nuova convergenza sulle materie di sostanza tra noi occidentali. Ci riusciremo? Temo di no. Sarebbe razionale spiegare alla Francia che non abbiamo costruito l’Europa per rivestire di più forza geopolitica il suo interesse nazionale a bilanciare l’America. Ma Parigi non ci sente da questo orecchio. Sarebbe razionale spiegare a Washington che la dottrina della guerra preventiva è tecnicamente giusta per aumentare la sicurezza, ma che se non produce consenso non è applicabile. Neanche gli americani ascolteranno perché il requisito tecnico prevale (e do loro ragione pur a malincuore). Quindi la soluzione del problema non seguirà linee razionali, ma quelle della forza. L’America ad un certo punto agirà e dirà agli alleati: o di qua o di là. Preparatevi a rispondere secondo coscienza, ma sappiate che è in gioco l’Occidente e la sua capacità di gestire il pianeta secondo le regole della nostra civiltà. Ed è in gioco la speranza di ricchezza che senza un Occidente fortissimo e coeso sarebbe compromessa.

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2003-1-27

27/1/2003

La priorità di evitare la frattura dell’Occidente

Il mercato è certamente preoccupato per i venti di guerra e sconta tale sensazione in forma di pessimismo finanziario e maggiore prudenza negli investimenti. Cosa che blocca la ripresa. Ma teme ancor di più la frattura dell’Occidente, cioè la divergenza crescente tra Framania (l’asse franco-tedesco da poco rinnovato) e Stati Uniti nonché la divisione tra franco-tedeschi ed il resto degli europei. A cui si aggiunge una crescente ambiguità della Russia. E ne ha paura per un ragionamento semplice a dirsi: un Occidente coeso può trattare i problemi di sicurezza ed ordinamento mondiale con una potenza militare, politica ed economica tale da ridurre i rischi ed assicurare un buon presidio delle aree turbolente avendo sia bastone sia carote di scala adeguate. Mentre in un Occidente frammentato ci sarebbero meno risorse per fare tale lavoro ed il disordine potrebbe crescere. Tale problema di struttura è percepito come molto più grave dello specifico caso iracheno sul piano della valutazione dei rischi prospettici globali. E proprio per tale motivo la settimana si apre con la priorità di ricucire, per quanto possibile, gli strappi avvenuti nei giorni scorsi. Vediamone la probabilità.

Gli Stati Uniti, nello spirito detto, hanno rimandato di un poco l’avvio delle operazioni in Irak proprio per tentare di ottenere il consenso, o per lo meno evitare l’opposizione muro contro muro, di Francia e Germania. Nonché per trovare una formula che rassicuri gli interessi della Russia. Anche nell’ambiente europeo si sta cercando di minimizzare la frattura tra franco-tedeschi e gli altri. La questione che vede in opposizione Italia, Regno Unito, Spagna, europei orientali, da un lato (euroatlantico), e la Framania dall’altro (euroasiatico), non riguarda solo il rapporto con gli Stati Uniti, ma tocca l’essenza metodologica del processo di costruzione europea. Francia e Germania hanno deciso di avere tra loro, nuovamente, una relazione speciale, comunicando così agli altri partner che sarà una diarchia franco-tedesca a guidare l’Europa. Blair, Berlusconi, Aznar ed altri hanno saggiamente evitato di reagire emotivamente a questo strappo di Chirac e Schroeder per dare tempo alle diplomazie di calmare le cose. In sintesi, i nervosismi dei giorni scorsi sono stati messi sotto controllo ed è probabile che tutti siano d’accordo di ragionare a mente fredda. Segno che almeno la consapevolezza sul rischio di una frattura dell’Occidente c’è in forma di svantaggi percepiti per tutti. Ed è una buona notizia.

Ma questa gestione dei problemi rimandandone le soluzioni rischia di creare future cattive notizie. Saddam Hussein ha più tempo per preparare qualche colpo a sorpresa. La posizione antiamericana di Francia e Germania, pur non certo filoirakena, favorisce di fatto le strategie di Bagdad. La difficoltà americana di trovare il consenso internazionale da l’occasione a Cina e Russia per alzare il prezzo del benestare in sede Onu. La prima vuole dagli Usa il diritto di gestire il caso nordcoreano come passo verso il riconoscimento di potenza che sostituisce gli Usa nella conduzione degli affari asiatici, che è proprio l’obiettivo di lungo termine di Pechino. La seconda vuole continuare a fornire reattori nucleari civili all’Iran e cose del genere ai Paesi emergenti in quanto molto remunerative. Inoltre vuole mani libere per fare una propria politica di nuova potenza, per esempio l’alleanza nucleare con l’India (cosa che crea problemi con il Pakistan, caposaldo più delicato per l’azione americana contro Al Quaida). In sintesi, l’America è pressata da due criteri opposti: più tempo per negoziare un consenso più ampio, ma più costi e cedimenti più il tempo passa. Pertanto ad un certo punto chiuderà la finestra negoziale ed agirà con quello che avrà ottenuto, anche a costo di farlo unilateralmente. Ma ciò aumenterà il rischio di una spaccatura tra europei filoatlantici e antiamericani e quindi dell’Unione Europea. Accrescerà la probabilità di incidenti. Che se avverranno daranno il segnale che il potere regolatore centrato sull’America è più debole. Ciò scatenerà le ambizioni di Russia, Cina ed India. Farà alzare la testa all’antagonismo islamico. In generale, aumenterà il disordine. Proprio a causa della frattura dell’Occidente.

Pur detto frettolosamente, mi sembra chiaro che non ci sia molto tempo per trovare una nuova convergenza sulle materie di sostanza tra noi occidentali. Ci riusciremo? Temo di no. Sarebbe razionale spiegare alla Francia che non abbiamo costruito l’Europa per rivestire di più forza geopolitica il suo interesse nazionale a bilanciare l’America. Ma Parigi non ci sente da questo orecchio. Sarebbe razionale spiegare a Washington che la dottrina della guerra preventiva è tecnicamente giusta per aumentare la sicurezza, ma che se non produce consenso non è applicabile. Neanche gli americani ascolteranno perché il requisito tecnico prevale (e do loro ragione pur a malincuore). Quindi la soluzione del problema non seguirà linee razionali, ma quelle della forza. L’America ad un certo punto agirà e dirà agli alleati: o di qua o di là. Preparatevi a rispondere secondo coscienza, ma sappiate che è in gioco l’Occidente e la sua capacità di gestire il pianeta secondo le regole della nostra civiltà. Ed è in gioco la speranza di ricchezza che senza un Occidente fortissimo e coeso sarebbe compromessa.

(c) 2003 Carlo Pelanda
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