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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2002-12-16

16/12/2002

Se il mercato fosse più libero la Fiat si riprenderebbe meglio

Gli andamenti della Fiat possono pesare tra lo 0,2 e lo 0,4% del Pil italiano. In meno o in più a seconda di come vada. Con lo zero davanti la cifra sembra poca, ma in realtà è enorme in relazione al destino di un solo gruppo industriale ed al suo indotto. Quindi è interesse di tutti che la Fiat possa risollevarsi dalla crisi di vendite, mantenere sia gli impianti sia le lavorazioni indotte sul territorio italiano e rilanciarsi come soggetto forte nella competizione globale. Ritengo interessante analizzare a quali condizioni tale buon scenario possa realizzarsi.

Quasi tutte le grandi aziende mondiali hanno avuto, chi prima chi poi, un momento di crisi. Famosa è quella della Chrysler, tanti anni fa, salvata da Lee Jacocca mentre era già scivolata oltre l’orlo del fallimento. Cosa fece? Semplice, tagliò i costi per portarli a pareggio con le entrate e varò un programma di rilancio competitivo sul piano di nuovi modelli e strategie di mercato. Dopo qualche anno l’azienda fu di nuovo florida. Se la Fiat potesse, subito, tagliare i costi in analogo modo, molto probabilmente nel 2005-6, il tempo per preparare nuovi modelli, ne vedremmo la rifioritura competitiva in quanto possiede ancora le capacità interne e sufficienti quote di mercato internazionale per farlo. Il punto è lasciar fare ad un azienda quello che deve per ristrutturarsi, dove la cosa più importante è il tagliare i costi velocemente, in particolare licenziare la manodopera in eccesso e chiudere gli stabilimenti che non servono più. Se l’azienda avesse tale flessibilità, metà del problema sarebbe risolto. Qualcuno si scandalizzerà nel leggere con quanta facilità si è usato il termine “licenziare”. Io direi, piuttosto, che è scandaloso, perché tecnicamente inconsistente, il pensare che un’azienda possa superare i momenti brutti senza tale flessibilità. E pericoloso: per tutelare il lavoro di qualche migliaio di persone si rischia di far fuori l’azienda intera e decine di migliaia di altri lavoratori. Mentre, lasciandola libera di adeguarsi alle circostanze, si aumenta la probabilità che si salvi e che, nel futuro, possa assumere nuovo personale o far girare di più l’indotto.

In questo senso la questione Fiat diviene una lezione di carattere generale. La cultura politica nazionale deve decidere se rispettare i confini di un’azienda oppure no. Al momento non li rispetta. Un’azienda viene caricata di vincoli solidaristici e questa reagisce chiedendo in cambio aiuti pubblici. Non funziona, si creano pasticci che poi si pagano con crisi di indebolimento strutturale.  Sarebbe meglio che fosse chiaro il confine: le imprese devono solo pensare al profitto e farlo, con l’unica raccomandazione di perseguirlo in modo intelligente e visionario, cioè investendo non solo nella modernità entro i cancelli, ma anche aiutando a modernizzare il territorio per loro beneficio connesso con quello della comunità. Tutto il resto è responsabilità di altri. Se un’azienda, per esempio, deve licenziare mille addetti, il problema è della politica. Che lo può risolvere in due modi: offrendo ai disoccupati assistenza con denari fiscali o dando una forma vitale al mercato. La seconda opzione è la migliore perché riempie di opportunità un territorio: non c’è lavoro in un’azienda, ma ce ne sono tante di nuove ed effervescenti che lo cercano. Chi esce da una ne trova un’altra. Dove il mercato è liberalizzato la cosa funziona piuttosto bene, pur negli alti e bassi dei megacicli economici. Comunque, quale opzione sia la migliore lo decide un elettorato. Se va a sinistra si userà il metodo assistenziale alzando le tasse e rischiando i relativi problemi sistemici (crisi competitiva, pochi consumi, riduzione delle opportunità, ecc). Se va verso la destra liberale si userà l’altro rischiando un po’ più sul lato delle garanzie, ma molto meno su quello della ricchezza diffusa. L’importante è che in ogni caso sia chiaro che un’azienda deve essere lasciata libera di adattarsi alle condizioni di mercato. In Italia non è così e la vicenda Fiat rischia di avvitarsi perché solo l’idea di licenziare qualcuno crea sollevazioni. Se continua così la probabilità di rilancio sarà dimezzata. Se l’azienda, invece, sarà libera di ristrutturarsi, la probabilità di successo raddoppierà.

Un altro fattore riguarda la libertà di mercato su un diverso piano. Nessuna accusa, ma è evidente che la proprietà ha commesso degli errori non investendo abbastanza nell’azienda negli anni scorsi. In questo caso un mercato efficiente permette ad un nuovo imprenditore di prendere il posto di quello che non sa far fruttare l’azienda. Se avessi soldi, personalmente, io la Fiat me la comprerei in Borsa con una Opa (offerta pubblica di acquisto) totalitaria al prezzo attuale che è bassissimo in relazione al valore che si potrebbe costruire nel futuro, anche considerando l’enorme indebitamento. Ma se volessi farlo troverei strani ostacoli e giochi di potere che mi impedirebbero comunque di farlo. Quindi la configurazione non libera né efficiente del mercato non permette un ricambio e l’arrivo di nuovi capitali freschi che sarebbero necessari. Anche in questo caso la lezione è di carattere sistemico: la politica non deve mescolarsi direttamente con le aziende, ma creare una forma del mercato che permetta la veloce sostituzione delle proprietà incapaci o sfortunate. Così non è e ciò sta pesando sui destini dell’azienda. In sintesi, se volete una Fiat che si riprenda la miglior via è quella di lasciar lavorare il mercato, in libertà. Appunto, non solo la Fiat ha bisogno di nuovi modelli.

(c) 2002 Carlo Pelanda
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