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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2002-11-4

4/11/2002

Imparare a gestire il costo nascosto della prevenzione

Di solito i media trattano gli eventi catastrofici in termini molto emotivi. Non tanto per la spettacolarità della circostanza straordinaria, ma perché percepiscono il bisogno del pubblico di esorcizzare l’eventualità attraverso una partecipazione simbolica ad essa. Si tratta di un rito collettivo di rassicurazione che l’antropologia ci fa sospettare sia molto antico: incorporare entro di se il problema per salvarsi da esso. Per questo è inutile criticare il modo eccessivamente retorico con cui tipicamente si commentano le calamità. Tuttavia, c’è il rischio che l’enfasi sulle emozioni ombreggi le analisi razionali e loro diffusione al pubblico. Per questo penso utile rammentare che esiste una scienza che studia i rischi e le soluzioni per minimizzarli. Vediamone alcuni elementi più problematici ed anti-intuitivi da connettere, alla fine, alla nostra sicurezza personale.

Dopo ogni catastrofe è tipico che qualcuno invochi il principio classico di prevenzione: spendere dieci prima per risparmiare cento dopo, evitando, soprattutto,  sofferenze e vittime. Sembra tanto logico che molti si indignano per il fatto che non sia applicato. Da tempo la ricerca economica e di scienze sociali sta cercando, in tutto il mondo, di capire come mai ciò succeda nonostante l’impressionante evoluzione delle scienze e tecnologie utili per la previsione dei rischi, per lo meno quelli di origine naturale. I risultati mostrano che c’è un “costo nascosto” in ogni azione di prevenzione che compromette, e blocca, la razionalità costi/benefici detta sopra. Per esempio, si è rilevato che la comunicazione precisata di un possibile rischio futuro distorce un’economia locale a tal punto (perdita del turismo, modifica dei valori dei terreni e degli immobili, ecc.) da rendere paradossalmente più dannosa  - economicamente – la prevenzione che non il disastro stesso. E ciò accade in particolare quanto l’eventualità catastrofica è remota e non immanente ed evidente. La reazione più probabile della popolazione è quella di “negazione del pericolo” e non di aggiustamento razionale ad esso (fenomeno studiato dalla psicologia sociale fin dagli anni ’50) oltre che di dissenso nei confronti dei costi e vincoli dovuti alla prevenzione. La politica locale lo percepisce ed ostacola le contromisure per non perdere consenso.

Un altro ostacolo riguarda la scala delle risorse. Per esempio, una popolazione che vive a ridosso di un vulcano attivo è sicuramente ad altissimo rischio e l’unico modo per ridurlo è quello di spostarla. Ma se si tratta di milioni di persone (due casi in Italia) e di miliardi di euro tale compito supera le possibilità di gestione. Questo è un caso tipico che ne esemplifica decine di altri: so che spendendo dieci evito poi cento, ma i dieci non li ho. Ciò fa capire, pur non immediatamente intuitivo, che l’assenza di prevenzione non è necessariamente dovuta al disordine, ma al fatto che il costo nascosto del prevenire è più alto del beneficio nel farlo. E’ un dannatissimo problema tecnico, politico e comunicativo. Se non lo si capisce, e si continua a recitare la formuletta astratta della prevenzione come se l’applicarla fosse solo questione di volontà, non lo risolveremo mai.

Cosa si può fare? I livelli di prevenzione sono tre. Primo, si riduce il rischio alla fonte (esempio, case antisismiche, riallocazione di popolazioni, grandi reingegnerizzazioni territoriali). Dove i rischi sono evidenti e ricorrenti il dissenso per grandi opere e spese è minore e l’analisi tecnica costi benefici più chiaramente favorevole all’investimento preventivo. Ma per grandi rischi rari, i più distruttivi, scatta il “costo nascosto” detto sopra e non si riesce ridurre la vulnerabilità “primaria” del sistema. Per questo è cruciale un secondo livello preventivo: la capacità di gestire emergenze di massa con funzioni di soccorso tempestive. Dove la prevenzione primaria è insufficiente bisogna investire moltissimo su questo (protezione civile) perché almeno salva le vite e predispone il sistema colpito ad un veloce ripristino della normalità. Il terzo livello è quello dove si prepara in anticipo tutto quello che serve per accelerare le ricostruzioni ed i ripristini, per esempio la normativa d’emergenza per finanziare in poche ore e non mesi un’economia locale disastrata e le famiglie.

Questo schema, che prego di tenere a mente, è la base per gestire meglio nel secondo e terzo livello la prevenzione che non si riesce a realizzare nel primo. Se migliorassimo questi due faremmo passi da gigante in materia di sicurezza civile entro un quadro economico sostenibile. Ma il problema principale resta quello di ampliare le capacità di prevenzione primaria imparando a ridurne il fenomeno del “costo nascosto”. Una buona strada, per i rischi territoriali (sismi ed alluvioni) è quella della modernizzazione generale e continua del sistema. Per esempio, la buona manutenzione e rinnovamento di edifici antichi e vecchi – in base a standard più evoluti -  è già di per se un rafforzamento antisismico che entra in un bilancio ordinario. In conclusione, la prevenzione è una funzione molto più complessa di quanto si pensi, ma l’analisi razionale può trovare modi per migliorarla progressivamente. Più il pubblico verrà istruito dai media sulla realtà in materia, più il consenso aiuterà l’incremento di sicurezza del territorio.

(c) 2002 Carlo Pelanda
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