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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2002-9-7

7/9/2002

Un anno dopo
La priorità è capire la strategia dei terroristi

La settimana sarà caratterizzata dalle memorie relative all’attentato terroristico dell’11 settembre 2001. Non voglio mettere da parte le emozioni della ricorrenza, ma  nel mio modo di pensare queste trovano sintesi in un dato realistico: ci sono forze che nell’attaccare l’America intesa come pilastro del sistema economico globale hanno anche di fatto messo a rischio la nostra sicurezza e ricchezza. I morti li abbiamo pianti, la priorità ora è di evitarli in futuro. Lo scenario delle soluzioni non si presenta né chiaro né semplice. Anche perché non è ancora diffusa a sufficienza l’informazione su chi sia il nemico e quale la sua probabile strategia. Penso che il motivo di questa strana mancanza di informazione sia dovuto all’enorme difficoltà nel sintetizzarla. Ma senza tale dato il dibattito sulla guerra al terrore diventa troppo astratto. Quindi tenterò di analizzare cosa e chi abbiamo di fronte pur essendo impossibile dare in così poco spazio un’analisi completa.

 Ci sono due tipi di nemici. Il primo, quello che ha abbattuto le torri, è fatto da èlite emergenti che vogliono sostituire quelle già al potere in molti Paesi islamici. Questi ultimi non hanno istituzioni democratiche che favoriscano il ricambio politico pacifico. Che quindi avviene tipicamente attraverso violenza.  Tali èlite emergenti, di cui Osama bin Laden è, anzi probabilmente “era”, un esempio, stanno pompando il fondamentalismo che cresce spontaneamente nei proletariati per renderlo  strumento di rivoluzioni interne. E per accenderlo in forma politicamente utile, cioè destabilizzante, di Guerra santa è necessario farla sul serio contro i nemici che la gente odia di più: Israele, piccolo Satana, e l’America quello grande. Un’azione del genere la tentò con successo Gheddafi quando rovesciò il regno di Libia. Fece scuola. L’uso strumentale di tale nemicizzazione ed esasperazione religiosa è, per altro, favorita dal fatto che i regimi moderati islamici la usano da tempo  per sviare verso l’esterno, Israele in particolare, le attenzioni popolari dalle ingiustizie del loro malgoverno. O comunque dal fatto che anche dove combattono l’estremismo (Egitto, Algeria, Marocco, Emirati) non riescono a tenerlo calmo se non concedendogli molto, anche pagando sottobanco i gruppi affinché non facciano attentati contro i politici ed i ricchi connessi al regime moderato. Così per un motivo e per l’altro i movimenti  si sono diffusi al punto da far vedere ai nuovi che vogliono il potere la possibilità di usarli per i loro scopi. Tale impasto rende fattibile una Guerra santa aperta che inneschi le rivoluzioni interne, quella in Arabia, luogo della Mecca, la principale, l’Egitto una conquista irrinunciabile.  Una di queste reti di provocatori è Al Quaida – uno dei suoi scopi la sostituzione della famiglia saudita, wahabiti, nel potere -  è stata in parte già smembrata, ma altri gruppi stanno affiorando e ne stanno rilevando il testimone. In sintesi, una parte dell’Islam popolare vuole la guerra santa contro l’Occidente. Alcune èlite emergenti la stanno pompando, attaccando l’America, per ottenere una reazione bellica che faccia esplodere definitivamente il tutto e permettere loro di sostituire i regimi attuali, ciascuno in qualche modo compromesso con gli Usa, in nome della salvezza dell’Islam. Per tale motivo i leader islamici ed arabi moderati sono assolutamente contrari alla bonifica militare annunciata dagli americani contro l’Iraq in quanto farebbe un favore a tali forze rivoluzionarie. Ed è per questo – qui il punto - che gli emergenti preparano nuovi atti di guerra contro l’America. Messa così, sembrerebbe razionale andarci molto cauti. Non per le stranezze che dicono i pacifisti nostrani, ma perché stiamo rischiando che tutto l’Islam diventi un calderone e poi ci bruci.

Tuttavia, il secondo gruppo di nemici non permette troppa cautela. Saddam Hussein ha colto questa situazione di ebollizione dell’Islam e vede la possibilità di diventarne il leader assoluto. Per esempio, ha trasformato la sua politica originariamente laica e nazionalsocialista (baathista) in un regime islamico proprio per accreditarsi verso i fondamentalisti. Cosa che anche gli permette un miglior rapporto con L’Iran. Per esempio, teorico, mettere lì le armi nucleari fuori dagli occhi delle ispezioni Onu. In un Iran che alla fine sarà probabilmente il più difficile nemico in tutto questo teatro e che potrebbe usare l’ambizione di Saddam come strumento di destabilizzazione. Comunque ora è Saddam in prima linea. La sua strategia è di comprare tempo per poter conquistare armamenti nucleari e biologici e grazie a questi dissuadere gli americani, anche con la minaccia di fornirli ai terroristi del primo tipo, costringerli al compromesso e così ottenere una leadership panislamica. Che era la stessa cosa a cui puntava nel 1990, ma gli mancavano le bombe atomiche. Ora ha imparato che senza quelle non si fa nulla. Il timore degli americani è che possa averle presto, attivare una politica terroristica del ricatto nucleare e riuscire nell’intento. Per questo hanno messo in priorità il rovesciarlo e il toglierli tempo.

Ma tale criterio favorirebbe il primo tipo di nemici. D’altra parte il non intervenire subito renderebbe più potente e pericoloso il secondo. Non sarà facile prendere una decisione, il dibattito monta.   Per intanto spero che una migliore conoscenza del nemico e dei suoi interessi possa aiutare la formazione delle vostre opinioni, in senso realistico.

 

(c) 2002 Carlo Pelanda
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