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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2002-10-21

21/10/2002

La priorità di ri-industrializzare

Sembra strano, ma non sembra che in Italia sia sufficientemente chiaro dove siamo, perché, e cosa dovremmo fare con priorità. Siamo alla fine di un lungo processo di deindustrializzazione cominciato a metà degli anni ’60, inizio dei governi di centrosinistra poi continuati fino al 2001. In che senso “alla fine”? Non è rimasto più nulla in termini di grande industria. Le due unità residue sono la Fiat e la Finmeccanica. La prima potrà sopravvivere solo come componente di un altro gruppo mondializzato. La seconda – dove è concentrata tutta la tecnologia avanzata che ci resta – può solo sperare di negoziare una fusione alla pari con qualche altro (che sarebbe un ottimo risultato).

Cosa avevamo alla fine degli anni ’50, dopo un decennio di encomiabile stile di governo molto pragmatico, con certe dosi di liberalismo? Molto di più, quasi tutto, in ascesa. La grande industria chimica era lanciata verso il primato mondiale. Ora è sparita. Facevamo aerei interi e ora costruiamo solo componenti integrate altrove. Costruivamo dighe e strade in tutto il pianeta, ora resta solo qualche cantiere qua e la. La lista è lunga, ma inutile citarla perché sarebbe un annuncio mortuario.

Era un Paese vivo, ambizioso. Ora è intristito, litigioso, con polemiche sempre le stesse attorno alle macerie di una potenza industriale che fu. In sintesi, tutto ciò che implicava grandi progetti, altissime tecnologie ed ingegneria, in Italia, è sparito.

Di per se questa fine della grande industria e del suo traino modernizzante non sarebbe un problema se alla morte di un gruppo o di un settore vi fosse la nascita di altri e nuovi. Per esempio, in America molta grande industria è morta nella competizione con i Paesi emergenti a basso costo del lavoro, ma è stata sostituita da quella nuova ipertecnologica. Il Regno Unito ha perso tutti i costruttori inglesi (Rover a parte), ma produce oggi più automobili di quanto lo facesse ai tempi d’oro. Perché lì ha funzionato il libero mercato: chi non sa gestire un’azienda viene sostituito da nuove proprietà che lo sanno (nel caso, giapponesi e tedeschi). In particolare, la politica (Tatcher) ha reagito alla deindustrializzazione inglese – peggiore della nostra perché partiva da una scala superiore – creando le condizioni di ri-industrializzazione e di attrazione del capitale estero sul territorio nazionale: sindacati domati, tasse ridotte, incentivi di mercato e non assistenziali, pragmatismo politico di tutti i partiti (la sinistra di Blair ne è un esempio ammirevole), in generale priorità alle cose vere: un accordo nazionale di ri-industrializzazione gestito con determinazione da gente, a destra e a sinistra, con le idee chiare. Avvenne.

Da noi non è ancora avvenuta. Perché le cause della deindustrializzazione non sono ancora state rimosse: fisco pesante, mercato del lavoro rigido, sindacalismo politicizzato (che spaventa gli investitori), sistema politico che sia a destra sia a sinistra non riesce ad abbandonare lo statalismo nato come codice politico durante il fascismo. In sintesi, l’Italia è un modello di “capitalismo consociativo” (simile a quello francese, tedesco e nipponico) dove l’impresa è intrecciata alla politica e quindi non viene esposta al processo selettivo ed educativo dato dalla concorrenza nel libero mercato. Il boom della piccola impresa nell’area adriatica, dagli anni ’70 in poi, ha attutito questo fenomeno di deindustrializzazione per colpa di un modello sbagliato. Ma la tanta e vivace piccola impresa non sostituisce la perdita di quella grande. La prima non ha scala per creare nuove tecnologie e si colloca a livelli di mercato secondario dove il valore aggiunto è minore. Meno tecnologia, meno scala, meno capitale che si diffonde sul territorio. L’immagine di oggi è quella di una decadenza industriale lenta proprio grazie al sistema delle piccole aziende. Ma, appunto, l’impoverimento progressivo per il motivo detto sta avvenendo. In sintesi: il disagio economico che sentite non nasce da qualche fenomeno recente, ma da uno avviato da decenni. Dimenticavo, l’evento peggiorativo recente per l’Italia è stato l’euro. La deindustrializzazione progressiva è stata causa delle svalutazioni dagli anni ‘70 in poi. Queste, pur malamente, compensavano la crisi di competitività e la rendevano meno pesante per i redditi in moneta nazionale. Ora abbiamo una “valuta” da sistema forte essendo un sistema industriale drammaticamente debole ed è ovvio che la paga vista in euro deprime. E’ il sintomo nelle vostre tasche della deindustrializzione sistemica.

E’ tutto negativo? Paradossalmente no. La Germania, per esempio, sta entrando solo ora nella deindustrializzazione. Noi siamo già alla fine e quindi più leggeri e con meno vincoli per ri-industrializzarci. Cosa regge questa affermazione apparentemente strana? Il fatto che le nuove tecnologie possono circolare nel mondo con più velocità. Per esempio, il bravo ingegnere italiano va in California due anni, capisce una nuova tecnica, torna in Italia e costruisce un’impresa che può diventare grande. Questa parte della ri-industrializzazione è già possibile. Non lo è un’altra: costi del lavoro, vincoli sindacali, costi burocratici, rapporto difficile università – impresa, una cultura valoriale astratta che non collega la ricchezza al modo per crearla. Basta rimuovere il secondo insieme di ostacoli per avere nuovamente mille avventure industriali futurizzanti. Nei dati è chiaro, spero lo diventi anche nella cultura diffusa della comunità.    

(c) 2002 Carlo Pelanda
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