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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2002-8-5

5/8/2002

La crisi è più psicologica che reale

Molti analisti temono che il mercato sia alle soglie di un esaurimento nervoso. Sono più di due anni che l’attesa di una ripresa dell’economia reale e delle Borse viene delusa. Ad ogni timido segnale di rimbalzo segue una doccia fredda. L’ultima e più pesante ha riguardato lo stop della crescita del Pil negli Usa, con un corredo di dati che compromette l’ottimismo per gli andamenti del 2002. Complicata dai venti di guerra e dalla crisi delle economie emergenti. Il lettore apre un quotidiano e gli viene un “colpo”: Germania - per scala motore economico dell’eurozona – in ginocchio; Argentina sempre nel baratro; entro cui sta scivolando l’enorme economia brasiliana, la settima per grandezza del pianeta; preceduta dai già contagiati Uruguay e Paraguay; il Messico in allarme; il Giappone sempre fermo dal 1992. La Turchia nella peggiore crisi economica dal 1945 in poi.  E la Cina? Cresce a ritmi del 6-7% annuo (pur statistiche di cui si sospetta), ma forse non basterà per dare lavoro a centinaia di milioni di lavoratori espulsi dai vecchi cicli produttivi del sistema statalista-comunista. E potrebbero ribellarsi destabilizzando quell’enorme Paese, per altro frammentato in mille province a vocazione separatista e cento dialetti incomprensibili l’uno all’altro, pur con la stessa base scritta (il Mandarino). Il lettore volta pagina e percepisce una svolta che fa venire i brividi: la dottrina della guerra preventiva globale contro le fonti del terrorismo. Su quella dopo legge le cronache politiche nostrane e trova minacce di conflitti sociali. Nella pagina dopo trova i rischi di desertificazione e tropicalizzazione. In generale una fatica della politica a governare problemi sempre più complessi. Letta così, uno compra oro, una casa con l’orto ed il rifugio atomico, e si prepara a sopravvivere al disastro. Ma, credetemi, sarebbe una fesseria.

Nel mio istituto di ricerca dedicato agli scenari globali mantengo nell’archivio computerizzato i dati relativi agli andamenti dell’economia globale degli ultimi quindici anni. Servono ai ricercatori per capire meglio l’emergere dei nuovi fenomeni. Primo risultato: non è assolutamente vero che il mondo del 2002 sia più turbolento di altri, anzi. Forse i dati sono influenzati dal clima bucolico e dalle architetture palladiane del campus, nella Georgia settecentesca vicino ad Atlanta. Ma dovreste vedere cos’era il mondo nel 1997-98: letteralmente alle soglie di una crisi di liquidità, precursore di una depressione totale. Tuttavia la psicologia del mercato “tenne”.  Secondo, si nota un crescente peso dei processi comunicativi e psicologici nell’orientare i mercati. Fino al punto – simulazione estrema preparata per la tesi di dottorato da un mio studente – che un clima psicologico negativo potrebbe invertire un solidissimo trend economico reale positivo. Il fenomeno è noto da tempo, ma è nuova la velocità e la virtualità con cui può avvenire grazie alla globalizzazione dell’informazione istantanea (si teme che i terroristi islamici usino questa teoria). Se mettiamo insieme le due considerazioni in relazione alla situazione attuale vediamo che una realtà piuttosto normale  dell’economia mondiale  trova una psicologia negativa. Perché? La sensazione è che il mercato si sia abituato troppo bene nel decennio precedente e che tenda ad operare su attese psicologiche troppo “alte”. Per esempio, non si accetta che un ciclo reale negativo sviluppi i suoi tempi tecnici prima di trasformarsi in ripresa. Questa illusione porta il mercato a sperare in rimbalzi troppo anticipati. Che ovviamente non possono avvenire e ciò comporta delusione. Che poi si amplifica in direzione dell’irrealismo contrario: andrà tutto male. Ecco, qui il punto: la realtà non sta andando particolarmente male e bisogna fare attenzione agli eccessi psicologici affinché non creino una “catastrofe comunicativa” che poi potrebbe indurre una reale.

A chi va indirizzato il messaggio di tenere i nervi saldi? Prima di tutto a quei governi che per tenere vivo l’ottimismo hanno alimentato il mito di una ripresa più rapida di quanto fosse possibile. Più o meno tutti quelli occidentali, con un richiamo pressante a quello americano, per altro scusabile per la necessità di compensare con un plus di fiducia la botta dell’11 settembre. Cosa bisognerebbe comunicare? Più o meno quanto si è detto più volte su queste pagine: il 2002 è di convalescenza e non ci si può attendere di più, il 2003 dovrebbe essere quello della vera ripresa. Chi strappa questi tempi induce un’illusione che poi provoca delusioni. Pericolose in un mercato, appunto, sempre più sensibile alle profezie autorealizzantesi.

 E i “disastri” nel mondo? Appunto, l’instabilità è una nuova costante della globalizzazione. Sembra che ce ne sia di più perché l’informazione è più completa, ma come detto è un’illusione ottica. Il punto è un altro. E’ il sistema di governo globale capace di isolare i focolai di infezione e di curarli? Finora lo è stato, fondamentalmente come funzione stabilizzatrice mondiale degli Usa sia diretta sia attraverso il loro dominio  del Fondo monetario internazionale. Qui, in effetti, si nota un indebolimento della capacità ordinatrice. Ma è tale da far prevedere crisi che vadano fuori controllo? Assolutamente no, anche se il sistema dovrà evolvere di fronte a compiti più complessi. E i venti di guerra? Spiacevoli, pesanti sul piano morale,  ma il punto è che si tratterà di operazioni di polizia internazionale in situazione di totale superiorità strategica. Non esageriamo, quindi, il problema e i catastrofisti si prendano un calmante.

(c) 2002 Carlo Pelanda
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