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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2002-5-13

13/5/2002

Il declino industriale

L’analisi economica standard trova nel fisco oppressivo e nella rigidità del mercato del lavoro le cause principali del progressivo declino industriale dell’Italia, rilevabile con crescente e preoccupante intensità nell’ultimo decennio (come verrà rilevato dal censimento appena effettuato). Così è nei dati. Ma c’è un’altra causa meno nota.  L’Italia ha perso capacità industriali anche per errori della grande impresa privata, oltre che per le follie dissipative delle vecchie partecipazioni statali (Iri),  e di un sistema di regole che ha impedito ed ancora impedisce il vero “libero mercato” (concorrenza ed apertura internazionale) a favore dei monopoli di pochi potenti “nostrani”. Quindi l’immagine completa è: ci stiamo deindustrializzando per un eccesso si statalismo combinato con un – grande - capitalismo malato ed opaco. Pertanto, allo scopo di industrializzare nuovamente il Paese, bisognerà cambiare non solo il primo, ma anche il secondo.

Semplifichiamo. Il modello italiano è fatto da centinaia di migliaia di piccole imprese, e da qualche centinaio di “medie”, che sono troppo piccole per poter restare competitive nel mercato globale e da grandi imprese che stanno tutte andando in crisi. Il problema delle prime si risolve cambiando le regole politiche che finora ne hanno impedito la crescita di scala. Ma il cuore di un sistema economico è dato dalla grande industria che fa da avanguardia e volano nei settori più tecnologicamente avanzati. Pensare che si possa mantenere la ricchezza diffusa senza una notevole varietà di grandi gruppi residenti in Italia con la capacità di competere a livello mondiale è un’illusione. La piccola industria è importantissima, ma senza il traino della grande e grandissima non basterà. Anche perché la piccola lavora in gran parte per la grande e se la seconda cede la piccola si riduce. Certamente la formazione di un mercato europeo risolverà in parte questo problema agganciando i nostri “piccoli” a grandi non-italiani. Ma la ricchezza di una nazione – quella che resta sul territorio e lo semina - si basa sulla completezza del sistema industriale residente. Se diventassimo solo fornitori di componenti integrate in altri Paesi ne perderemmo una parte.

Nel recente passato abbiamo perso capacità in interi settori strategici. La chimica – in cui l’Italia era tra i leader mondiali negli anni ’60 – non la facciamo più. I computer (Olivetti) nemmeno. Una volta costruivamo aerei e ora ci resta una residua capacità, con poche prospettive, di farne componenti secondarie e pezzi di motore (Finmeccanica, ecc.). Altri dieci settori di alta tecnologia sono industrialmente spariti o sostanzialmente ridotti, uno – nucleare (Ansaldo) – perfino con referendum popolare. Ora stiamo per perdere la capacità di fare automobili in quanto la Fiat è in una crisi che probabilmente troverà soluzioni, ma difficilmente potrà restare un costruttore principale di livello mondiale. Fermiamoci un momento su questo caso. La Fiat è in crisi per eccesso di sindacalismo e regole generali che ne impediscono la competitività? Sicuramente questo ha pesato e pesa. Ma la Renault francese, pur soffrendo di condizioni perfino peggiori su questo piano è stata risanata e rivitalizzata. Il sasso dei vincoli socialisteggianti non deve nascondere il macigno di un gruppo organizzato come un conglomerato asiatico dai mille interessi che non ha investito nell’auto quello che avrebbe dovuto. E’ in crisi, semplicemente, per cattiva gestione. Più in generale, il capitalismo italiano di “comando” è un oligopolio di pochi soggetti che, sempre gli stessi, si intrecciano in mille scatole cinesi e con pochi soldi controllano tutto. E che mostrano una logica mercantile – fare affari finanziari – più che industriale. Esito: i grandi gruppi non investono nel futuro, non si globalizzano, ma si ritirano alla ricerca di comodi monopoli nazionali, con pressioni sulla politica affinché tenga chiuso il nostro mercato agli “stranieri”. Tale quadro è complicato da privatizzazioni fatte male (a metà o trasferimenti di un monopolio pubblico ad uno privato). L’analisi dovrebbe essere più raffinata e mi scuso se la schematizzo così. Ma vi do un dato: i debiti finanziari di Eni, Enel, Olivetti (Telecom) e Fiat sono di 115 miliardi di euro (circa duecentoventimila miliardi di vecchie lire). Se aggiungiamo il resto esce una quantità debitoria che mette a rischio l’intero sistema bancario italiano. Un altro: i grandi gruppi privati (Telecom, Hdp, ecc.) sono posseduti attraverso scatole cinesi (holding, subholding, sub-sub-holding) grazie alle quali con una piccola cifra “in alto” ci si assicura il controllo delle megaimprese e, devastante sul piano della trasparenza, una gran parte del capitale quotato nella Borsa italiana. Qualcuno ha calcolato che con un euro (loro) ne controllano 60 (per lo più vostri). Il punto è che tale architettura finanziaria indica un “grande” capitalismo che non investe, ma che specula su montagne di debiti, alla fine pagati vendendo o smontando quel po’ di grande industria “vera” che ancora resta. In conclusione, la modernizzazione del Paese non riguarda solo il ribilanciamento dei costi e vincoli sociali, ma anche e simmetricamente la fine di una forma malata ed oligopolista di capitalismo. E’ ora di incidere questo bubbone con regole di “buon capitalismo”: diritto societario che stimoli la valorizzazione dell’impresa, regole di Borsa che proibiscano scatole cinesi, apertura internazionale del mercato, vera concorrenza, vere privatizzazioni.

(c) 2002 Carlo Pelanda
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