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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2002-7-8

8/7/2002

La necessità delle riforme

Cosa c’è dietro o sotto gli eventi di cronaca che riguardano la politica economica? Una pressione della realtà che è piuttosto difficile sintetizzare nei tipici spazi dedicati ai commenti. Ma lasciatemi provare qui a farlo. Il punto è che tutti gli Stati sociali dell’Europa continentale devono ribilanciare garanzie ed efficienza economica più a favore della seconda. Francia, Germania ed Italia, che insieme fanno quasi il 70% del Pil dell’eurozona, si sono trovate intrappolate in un modello che soffoca la crescita mentre i costi delle protezioni fornite dalla Stato aumentano. I tanti scenari che cercano di determinare la sostenibilità di tali modelli differiscono sui tempi in cui avverrà il loro collasso finanziario e sulle ricette per evitarlo, ma sono tutti concordi sul fatto che senza modifiche il crollo prima o poi ci sarà. Questo è il punto.

Due avvertenze preliminari. Non vi è alcun motivo di ansia per i pensionati o per i cittadini che dipendono dall’assistenza perché si è ancora in tempo per riformare i modelli affinché mantengano solide garanzie ed allo stesso tempo favoriscano più crescita e, quindi, il gettito fiscale che poi finanzia le garanzie stesse. Seconda, la questione detta non è né di destra né di sinistra. Esistono dei requisiti tecnici per ottenere la configurazione di ricchezza di massa e questi vanno rispettati per il semplice fatto che se non lo si fa si diventa poveri. Infatti i centristi di sinistra stanno riconoscendo sempre di più le ragioni dell’efficienza che crea ricchezza e l’esistenza di eccessi garantisti controproducenti mentre i liberisti e liberalizzanti –impropriamente – detti di centrodestra capiscono sempre meglio che la socialità dello Stato non può essere ridotta in quanto pilastro della stabilità di un sistema sociale. Prova ne è che in Italia il recente accordo tra governo liberalizzante e sindacati sulle regole del mercato del lavoro si è ispirato ad uno schema disegnato da un tecnico di centrosinistra, il giuslavorista Marco Biagi. Ucciso dal “Partito comunista combattente – Brigate rosse” proprio per evitare, con il ricatto terroristico, che la sinistra facesse questa svolta pragmatica. Ma c’è sia a sinistra (pur ancora molto contrastata) sia a “destra”. Tuttavia, detto questo, il punto che desidero sottolineare è che tali movimenti avvengono per “necessità”. Questa è il chiodo a cui è appeso tutto il quadro sottostante. E va capito con il ricorso ad un po’ di storia.

Negli anni ’60 sia i centristi sia le sinistre europee pensarono che vi fosse più “ciccia” di quanto ne esistesse in realtà da ridistribuire. Fecero un errore, basato su un’illusione. Le economie del dopoguerra ebbero una grande crescita perché è tipico che ciò avvenga dopo i conflitti che non distruggono la struttura di una società. Ciò diede l’impressione che il sistema capitalistico potesse funzionare con alti livelli di tassazione e rigidità garantiste perché comunque la ricchezza fluiva lo stesso. Già negli anni ’70 si vide  che la creazione della ricchezza, finito il boom post-bellico, era compromessa dagli eccessi garantisti. Infatti, è poco noto, già da allora iniziò nella sinistra più tecnica una riflessione sulla sostenibilità dello Stato sociale. Ma il massimalismo prevalente oscurò questi primi tentativi di ribilanciamento realistico del Welfare State. Anche perché l’illusione continuò per un altro motivo. C’era la priorità di fornire un consenso di massa all’atlantismo contro la penetrazione delle sinistra estrema che favoriva l’Unione sovietica. Gli Stati Uniti decisero di finanziarlo dando agli alleati un privilegio arricchente: permisero loro (e a Giappone, Corea del Sud, Taiwan, ecc.) l’asimmetria commerciale. Cioè esportare tutto quello che volevano nell’enorme mercato interno americano senza richiedere analoga reciprocità. Ciò generò un’anomalia: noi europei potemmo esportare di più senza dover diventare veramente efficienti, cioè mantenendo le protezioni dei nostri mercati interni e dei lavoratori. Il modello funzionò, ma dette a molti - che non ne avevano capito la natura di “assistenzialismo strategico” pagato, tra l’altro, a caro prezzo dai lavoratori Usa – la sensazione sbagliata che fosse sostenibile un così alto livello di protezionismo sociale. Per inciso, configurò anche le economie europea e nipponica: molto esportative, con zero crescita interna e con la tendenza a svalutare la moneta per compensare con più export la decrescente competitività. Ora tutto ciò e finito e gli europei si trovano improvvisamente in una situazione in cui nessuno sostiene più le anomalie dette. Questa è la “pressione della realtà” che va capita. Gli eccessi di garanzie non possono essere più finanziati e la competitività economica (meno tasse e più flessibilità del mercato del lavoro) va riconquistata, in fretta.

 La buona notizia e che appare tecnicamente banale disegnare un nuovo Stato sociale che fornisca a chi ne ha bisogno le dovute risorse, e a tutti una rete di protezione in caso di guai personali, nell’ambito di un assetto capace di fare più crescita economica. Ma ce ne è anche una brutta. Le riforme di efficienza bilanciata con le garanzie vanno finanziate. Ed il Patto di stabilità europeo non contempla flessibilità utili per tale manovra. Per esempio, se voglio ridurre le tasse sostanzialmente ho bisogno di almeno un biennio in cui ho il permesso di fare un deficit di bilancio, per dire, del   3% del Pil, pur senza doverci necessariamente ricorrere (dipende dal ciclo economico internazionale). Ma le regole attuali non lo lasciano fare per tema di indebolire l’euro. Quindi il problema è che nel momento in cui le nazioni si svegliano e capiscono la nuova esigenza di riformare il modello trovano un vincolo esterno che le ostacola. Non sarà facile risolverlo, ma il parlarne realisticamente tutti insieme, aiuterà.

(c) 2002 Carlo Pelanda
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