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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2002-6-10

10/6/2002

Le Borse devono scendere prima di poter risalire

La scorsa settimana borsistica è stata deprimente per tutti coloro che sperano nel rimbalzo dei titoli azionari a seguito della ripresa in corso, in America, ed in vista, in Europa, dell’economia reale. I buoni dati di quest’ultima non riescono a rilanciare le Borse. La cosa va evidentemente spiegata e rapportata allo scenario del prossimo futuro in materia.

Qual è il problema principale? Prima di tutto va analizzato sul versante americano in quanto le sue Borse, per scala, pilotano gli andamenti di tutte le altre nel mondo. La maggior parte dei commentatori individua tre fattori: (a) anche nella tendenza di ripresa comunque i profitti attesi dalle aziende quotate non sono tali da reggere le quotazioni attuali che vengono percepite, quindi, troppo alte; (b) il caso Enron ha aperto un vaso di Pandora sui tanti casi di poca trasparenza sia nei bilanci aziendali sia nelle azioni dei soggetti finanziari che ha scosso la fiducia degli investitori; (c) molta parte della crescita borsistica del 1996-2000, e rimbalzi successivi, è dipesa da un flusso elevato e continuo di capitali globali sul dollaro che ora si sta riducendo sia perché non si pensa possa andare più su delle quote stellari raggiunte sia perché (gatto che si morde la coda) le Borse americane non promettono, appunto, grandi crescite. Altri fattori di incertezza sono legati al timore di eventi bellici collegati al rischio di shock petroliferi. Quest’ultimo punto influenza di meno al momento. Quali tra i tre citati sopra è il prevalente? Il capirlo apre la via per individuare le tendenze future. Ritengo il punto (c) meno rilevante in quanto è conseguenza dei primi due. I commentatori danno molto peso al fattore (b). Pur considerandolo non irrilevante, vi propongo invece una lettura che concentra tutto il problema, e la soluzione, su  quello (a).

Molti operatori del mercato hanno fatto il seguente ragionamento ai primi del 2000. Ci sarà una contrazione economica, ma poi un veloce rimbalzo. Perché far scendere allora l’indice Dow Jones (Nyse), vendendo le azioni, se poi vi saranno i motivi per mantenerlo alto e farlo crescere ancora? Per tale motivo, qui ovviamente schematizzato, i valori della Borsa americana più “grossa” non hanno seguito gli andamenti discendenti del Pil americano (e globale) nel periodo estate 2000 – dicembre 2001. Anzi, ricordate, sul Nyse il mercato tentava continuamente di chiamare i rialzi desiderando scontare con anticipo l’atteso rimbalzo. In sintesi, l’indice Dow Jones che viaggiava a quota 11mila punti nel momento di picco della bolla 1996 (quando superò i 6mila)-2000 è rimasto sopra i 10mila fino a pochi giorni fa, nonostante la combinazione di meno crescita sottostante e, soprattutto, cambiamento di clima in relazione all’eccesso di fiducia espansiva che caratterizzò la fase di bolla stessa.  Per inciso, l’indice del Nasdaq è precipitato dal massimo storico sui 5mila puinti ai 1500 circa attuale. Questa Borsa ha dovuto seguire gli andamenti reali perché troppo densa di titoli Internet e new economy rivelatisi senza basi solide.  In sintesi, ci troviamo in una fase dove il Dow Jones, l’indice guida,  è notevolmente sopravvalutato perché è rimasto ancora in bolla. Tali brevi ed incomplete considerazioni ci danno un’indicazione per lo scenario futuro? Certamente: è ovvio che per risalire le Borse dovranno prima scendere.

Quindi io interpreto la fase corrente di ribassi come un momento di pulizia per trovare uno spazio di crescita azionaria futura adeguato alla realtà dei profitti possibili nei prossimi mesi. In tale lettura quale sarà il pavimento da cui poter ripartire con i rialzi? Il mercato, probabilmente, vorrebbe non portare il Dow Jones sotto i 9500 punti. Ma è un calcolo molto complicato perché bisogna combinare il residuo di sopravalutazione con i profitti futuri reali attesi dalle imprese, nell’ambito di un clima dove nessuno se la sente di dare più fiducia a grandi promesse (come quella Internet, per esempio). Cosa deciderà tale equazione? Proprio il terzo elemento, la fiducia. Ma con una precisazione. In realtà il mercato (la parte fatta da operatori professionali che gestisce più del 50% del risparmio mondiale) non è interessato alla trasparenza finanziaria in generale, come lo è il piccolo risparmiatore, perché sa che è un’utopia. Gli interessa capire solo se vi saranno altri casi Enron che comportano uno shock di fiducia. Poiché vi è una certa pulizia in corso è probabile che tra qualche mese sarà improbabile che succedano. Tolto questo elemento, riportato il Dow Jones a quote più terrene (il Nasdaq lo è già da mesi), confermata – e probabilmente lo sarà – la forte ripresa dell’economia reale, allora si apre nuovamente uno spazio di crescita teorico per le Borse. Rinforzato dai bassissimi tassi americani (1,75) e dalla crescita robustissima della produttività che contiene l’inflazione e promette aumento dei profitti delle aziende quotate (cosa che purtroppo non succede in Europa). In conclusione, la discesa borsistica in corso è il preludio di una forte risalita nel prossimo futuro, entro l’anno. Con la speranza che questa volta non si tenti l’ennesima bolla che poi inevitabilmente dovrà sgonfiarsi.

(c) 2002 Carlo Pelanda
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