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Carlo A. Pelanda
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LaVerità

2017-8-8

8/8/2017

Il Pil sale ma l’impoverimento accelera

La ripresa economica c’è, pur debole, ma l’analisi dei redditi reali e quella sistemica della ricchezza nazionale, depurata da calcoli che distorcono la corrispondenza del Pil con la realtà, mostra una situazione spaventosa: impoverimento generalizzato della popolazione, in peggioramento. Altri dati rilevano un incremento dell’ansia sociale. La mobilità ascendente, cioè quanti figli migliorano la posizione dei genitori, è in regressione. In sintesi, la società italiana sta passando da una configurazione, rilevata negli anni ’90, di 2/3 di ricchi, definiti tali dall’avere una certa capacità di risparmio, e di un 1/3 che non l’ha a una in cui solo il 60% della popolazione rimane abbiente mentre il 40% è caduto in povertà, in aumento quella assoluta. In quel 60%, poi, cresce il timore di perdere il lavoro o di guadagnare di meno. Da un lato, la società esibisce ancora una prevalenza di ceti sufficientemente capitalizzati per non cedere al pessimismo economico e mantenere un atteggiamento razionale nel processo democratico. Dall’altro, l’aumento della paura in questa parte della popolazione, l’instaurarsi del pessimismo nella voluminosa minoranza di meno abbienti, combinati con una politica economica immobilista, cioè senza stimoli fiscali forti e investimenti rilevanti, che rende probabile una stagnazione nei prossimi anni, fa temere un’accelerazione dell’impoverimento e la conseguente destabilizzazione del sistema sociale con impatto sul processo democratico.

Lo scivolamento verso lo scenario peggiore è lento e ciò induce la politica a reagire con misure insufficienti perché quelle necessarie per l’inversione rapida del declino avrebbero un impatto su una massa di interessi tale da abbattere il governo  che li colpisse. Il punto: l’impoverimento dipende da un drenaggio fiscale eccessivo che toglie soldi al mercato, da una spesa pubblica improduttiva (1 euro lasciato al mercato ne produce 2 o 3, mentre se dato allo Stato, con un modello di spesa non di investimento, ne genera bene che vada 1, ma nel calcolo combinato ne fa perdere 1 o 2 potenziali al sistema economico) e dall’insufficiente spesa allocata per i più bisognosi. Il blocco: la quantità di persone che vivono direttamente e indirettamente di spesa pubblica è abnorme, cioè 3,2 milioni circa di dipendenti pubblici diretti più 2 milioni circa che pescano reddito da mercati protetti, il tutto calcolabile, inserendo una parte dei famigliari, tra i 7 e gli 8 milioni di voti, e ciò, distorcendo la democrazia, pone alla politica il problema di non sfidare gli interessi di questo blocco per non perdere troppo consenso e ai partiti, in particolare di sinistra, l’opportunità di tutelarli con un macrovoto di scambio e una strategia illiberale: mungere il ceto medio imprenditoriale con tasse crescenti. Solo che da qualche anno, e ora sempre più, professionisti, artigiani, piccoli imprenditori e commercianti non hanno più soldi per la combinazione di economia stagnante e drenaggio fiscale crescente. Il comunismo si è realizzato in Italia in forma di “apparatocrazia ” che impone al ceto produttivo di nutrirlo con tasse abnormi, ma come ogni forma di socialismo deprimendo la creazione della ricchezza. Tali apparati, poi, grazie al loro potere politico di fatto, impongono ai governi di allocare il grosso della spesa pubblica per il loro mantenimento, senza tagli e perfino con aumenti salariali, a scapito degli investimenti in modernizzazione e degli interventi di sostegno ai ceti deboli, quali pensionati, poveri assoluti e loro figli. Quando Padoan dichiara che c’è poco spazio nel bilancio per investimenti in realtà dice questo. Il contratto fiscale nazionale è saltato perché finanzia il presente a danno del futuro. Per esempio, l’ansia crescente di parte della popolazione per la disintermediazione tecnologica si può invertire attraverso una migliore formazione, di base e continua, che renda capaci i lavoratori di conquistare una competenza nella nuova economia tecnologica. Ma ciò toglierebbe soldi all’apparatocrazia e per questo non se ne parla, così come non sono considerate detassazioni e ri-allocazioni di spesa per investimenti modernizzanti. Per tale motivo il declino sta accelerando.

Non voglio suscitare una guerra civile tra pubblico e privato né incitare una rivolta fiscale, pur essendocene i motivi, ma deve essere chiara la causa dell’impoverimento per trovare soluzioni. Ne sto elaborando una nel libro Strategia Italia 2028. Progetto nazionale e liberale per invertire il declino (Angeli, ottobre 2017). Cominciando nel 2018 la costruzione di un nuovo “welfare di investimento”, in una decina d’anni potremmo riuscire a riportare l’Italia alla condizione di capitalismo di massa, rigenerando l’ottimismo ben prima, se tale profezia diventasse credibile grazie ad un ceto produttivo, in Italia ancora maggioritario, capace di organizzarsi per spingere la politica sia a rappresentarne gli interessi sia a non calpestarli.  

(c) 2017 Carlo Pelanda
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