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Carlo A. Pelanda
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LaVerità

2017-9-5

5/9/2017

La partita nordcoreana è tra America e Cina

Come andrà a finire? Kim Jong-un sta seguendo una strategia razionale, e non umorale, in riferimento al proprio obiettivo: preservare il regime chiuso e dinastico. Il padre, Kim Jong-il, morto nel 2011, adottò per lo stesso scopo una strategia basata su una minima dissuasione nucleare, pur mantenendo massima la deterrenza convenzionale contro la Corea del Sud, ma mostrando disponibilità ad aperture diplomatiche ed economiche in cambio del riconoscimento internazionale e dell’alleggerimento delle sanzioni. Il figlio, Kim Jong-un, ha cambiato strategia perché teme che l’apertura destabilizzi il regime chiuso, creando le premesse per una futura annessione da parte della Corea del Sud. Ha, inoltre, motivi concreti per temere una sostituzione violenta. Per questo, dopo aver consolidato il suo potere e rimesso in sesto l’economia autarchica - soprattutto l’agricoltura, riducendo la dipendenza da aiuti alimentari esterni – ha accelerato dal 2013 la costruzione della massima potenza nucleare e dei mezzi per proiettarla. Il suo scopo è raggiungere una capacità di dissuasione globale, anche verso la Cina, per: (a) mantenere la coesione interna e il consenso nazionalista con dimostrazioni di superpotenza; (b) alzare il costo di tentativi destabilizzanti esterni; (c) e ottenere vantaggi dalla disponibilità a calibrare la minaccia che, per questo, deve essere credibile. Non credo punti a un riconoscimento internazionale perché questo è improbabile, ma penso cerchi di instaurare una prassi segreta di consultazioni con le potenze rilevanti. I comportamenti, infatti, non indicano intenzioni belliche ma dissuasive pur non escluso un attacco contro Seul rinforzato dalla deterrenza nucleare. L’ipotesi è che lo scenario si muova verso un “equilibrio del terrore” dove il pericolo non è tanto l’intenzione bellica, ma un errore che porti a deflagrazioni. C’è, però, un pericolo perfino peggiore: la vendita di armamenti nucleari a formazioni terroristiche o a Stati autoritari. Ambedue i rischi dipendono dalla capacità condizionante di Cina, America e, pur minore, Russia. 

 La Cina ha la priorità di evitare una Corea unita sotto influenza statunitense ai propri confini. Per questo sostiene il regime nordcoreano. Non è mai riuscita a controllare completamente Pyongyang, oltre che per il nazionalismo coreano anche per “manine” russe, pur riuscendo a condizionarla attraverso la dipendenza economica. Se Pechino esagerasse nel condizionamento, correrebbe il rischio di ricevere un missile nucleare che ci metterebbe pochissimi minuti a devastarla. Per questo ha fatto filtrare la seguente posizione: se Pyongyang attaccasse per prima l’America e suoi alleati, allora la Cina non interverrebbe a difesa di Pyongyang in caso di contrattacco, ma se l’America attaccasse per prima, interverrebbe. Ciò indica che Xi Jinping pensa di poter evitare atti estremi da parte di Pyongyang perché Kim Jong-un lo ha rassicurato che non vuole “attaccare”, ma solo “dimostrare”. Tuttavia, la Cina non potrà lasciare che si sviluppi un potere nucleare nordcoreano. Teme, infatti, che la minaccia porti la Corea del Sud a ospitare armamenti strategici statunitensi usabili contro la Cina, il Giappone a fare lo stesso o a dotarsi di un proprio arsenale nucleare. Infatti, Pechino è sincera quando esprime la sua priorità di denuclearizzare questa parte del Pacifico, ovviamente non se stessa. In questa situazione è probabile che nel breve termine cerchi un raffreddamento dello scenario, rassicuri Pyongyang facendo solo finta di erogarle sanzioni, ma che poi nel medio tenti un cambiamento del vertice nel regime, lasciandolo autoritario e separato dal sud, ma totalmente satellizzato. Tale azione sarà “lenta” perché non è un caso facile. Inoltre, un errore potrebbe favorire chi si oppone in Cina alla concentrazione di potere che Xi Jinping sta perseguendo. C’è, infatti – e c’è già stata nel 2012 – una relazione strumentale tra la questione nordcoreana e la lotta di potere a Pechino.

L’America non vuole attaccare, ma deve schierare un deterrente credibile per rassicurare gli alleati. Ciò comporta il rischio di frizioni che poi sfuggano al controllo. Per questo Washington cerca di scaricare la responsabilità della gestione del caso nordcoreano sulla Cina. Ma così facendo le riconosce di fatto il ruolo di primo attore regionale creando dubbi a Tokyo e a Seul su chi possa essere il loro protettore principale, considerando che i governi dei due hanno perso fiducia nell’America dopo le chiusure di Trump in materia di relazioni commerciali. Quindi l’America dice alla Cina di ingaggiarsi, ma vuole restare attore, anche perché l’industria militare statunitense sta facendo miliardi e, soprattutto, non vuole lasciare il dominio del del Pacifico alla Cina. La Russia sta a guardare,  prendendo per intanto una posizione conformista, ma riservatamente spingendo l’idea nordcoreana di un tavolo di relazioni segrete dove poter infilare la propria manina per aumentare l’influenza nella regione.

In conclusione, è probabile, pur continuando le “dimostrazioni” nordcoreane, un raffreddamento della questione, ma non un suo congelamento che renderebbe l’equilibrio del terrore “rassicurante”. Possibili soluzioni? Una sarebbe la convergenza di Cina e America per sostituire la testa del regime e arrivare a un vero congelamento del teatro. Ma è più probabile che Pechino voglia agire da sola e a modo suo in modo “lento”, pur con copertura Onu e nominalismi diplomatici,  per affermare il proprio dominio su Pyongyang e sul Pacifico. L’America, pur ora con una conduzione indecisa, mai glielo concederà. Pertanto, il calcolo del rischio nordcoreano va trasferito a quello di confronto convergente o divergente tra America e Cina e bisogna aspettare che i due decidano una strategia, ora vaga, e la segnalino per valutarlo.

(c) 2017 Carlo Pelanda
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