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Carlo A. Pelanda
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LaVerità

2017-8-1

1/8/2017

Più che a Parigi il problema è a Washington

Dubito che Macron cerchi una posizione di comando nel teatro libico e dintorni, che interferisce pesantemente con l’azione italiana, senza l’avvallo di Washington. Ora è importante capire se l’ipotetico benestare americano sia solo percepito oppure reale per decidere quanto grave sia il problema e come lo si possa risolvere, e con quali interlocutori. In molti hanno notato il corteggiamento di Macron a Trump, in occasione della visita di luglio del secondo a Parigi per presenziare alla sfilata delle Forze Armate. Ma pochi si sono chiesti come mai Trump abbia accettato l’invito e la legittimazione dei simbolismi militari francesi. Evidentemente tra America e Francia c’è una fase di studio per trovare convergenze.

La strategia neogaullista di Macron punta a ripristinare l’accordo di spartizione geopolitica e geoeconomica, in protocollo riservato del trattato bilaterale tra Francia e Germania, del 1963: alla Francia il dominio del Mediterraneo e aree viciniori, e, per derivazione, di Italia e Spagna, alla Germania l’oriente. In quei tempi Parigi stava reagendo alle sconfitte nelle guerre coloniali e alla perdita dell’influenza nel Mediterraneo dopo la disavventura di Suez (1956) e l’espulsione dall’Algeria (1962). Propose alla Germania una diarchia per guidare una Comunità europea intesa come strumento di moltiplicazione della forza nazionale ormai in declino. Buttò fuori l’Italia dal direttorio europeo sia perché incompatibile con il disegno sia perché Roma aveva sostenuto segretamente l’insorgenza algerina per conquistare concessioni petrolifere dopo l’indipendenza. E si mise in una posizione di primo potere europeo, con la Germania seconda e costretta a finanziare sottobanco il programma nucleare francese, contando sulla creazione di un’area di influenza, cosmetizzata come Europa, di scala tale da renderla interlocutore dei poteri mondiali di allora e così poter meglio perseguire i propri interessi nazionali. Ora la Germania è prima potenza. La Francia è economicamente e militarmente così indebolita da non poter sostenere le proprie ambizioni né costringere più la Germania ad aiutarla. Dal 1993 attua una strategia di conquista dell’economia italiana per bilanciare lo strapotere industriale tedesco, recentemente accelerata dall’indebolimento delle difese italiane, e nella diarchia. Ma la sua forza nazionale resta troppo piccola. Pertanto ha bisogno di due nuovi moltiplicatori di potenza: un mandato proconsolare dagli Stati Uniti per il presidio dell’Africa sahariana e del Mediterraneo e la creazione di una Difesa europea dove l’industria militare francese divenga il centro fornitore. Per inciso, questo è il vero motivo della negazione a Fincantieri della maggioranza dei cantieri navali, militari oltre che civili, di Saint Nazaire. 

L’Amministrazione Trump ha interesse a ridurre il potere della Germania e a esplorare le capacità della Francia per tale ruolo, eventualmente valutando di rafforzarle. Inoltre, nel Mediterraneo non vuole ingaggiarsi troppo e deve trovare qualcuno che limiti la presenza russa e tenga un po’ in ordine l’area. Con i sauditi c’è convergenza, ma non fiducia. La Turchia non è più affidabile. L’Italia è affidabile, ma non vuole combattere, pur avendo una forte capacità militare, ed è ricattabile dalla Germania, questa a sua volta più ricattabile da Russia e Cina di quanto lo sia la Francia, Londra stupidamente fuori dai giochi, per il momento. Pertanto è comprensibile che i collaboratori di Trump, tra l’altro prevalenti quelli di carriera militare e con studi strategici nel curriculum, abbiano ipotizzato come prima opzione un proconsole che combatte e che potrebbe avere interesse a conquistarsi la fiducia dell’America. Roma, infatti, deve tener in conto che certamente è in corso un dialogo riservato tra i due. Ma anche, che, probabilmente nulla è stato deciso e che al momento Macron sta facendo passi aggressivi espandendo di molto l’iniziale disponibilità americana.

Per l’Italia la convergenza franco-americana, pur positivo segnale di tenuta delle relazioni atlantiche e di un contenimento più robusto del dominio tedesco, diventerebbe un grave danno geopolitico ed economico, se diventasse un asse a causa dell’attitudine predatoria di Parigi. C’è una strategia per evitarlo? E’ difficile pensarla, sul piano del realismo, se il principale competitore europeo dell’Italia, la Francia, e il suo maggiore protettore, l’America, si accordassero in modi tali da escludere Roma. Pertanto la prima cosa che il governo italiano dovrebbe fare è prendere appuntamento per colloqui riservati con (i collaboratori di) Trump per vedere cosa veramente intende fare l’America e, in caso, spiegargli qualcosina, nel frattempo limitando con “effetto spugna” le azioni di Macron e consultandosi dopo le elezioni di settembre con Merkel che sta segnalando crescente preoccupazione per l’attivismo francese. Vi aggiornerò su questa materia delicatissima, sperando che nel breve il governo tenga i nervi saldi e cominci ad affilare i dentini.

(c) 2017 Carlo Pelanda
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