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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2002-1-7

7/1/2002

2002: economia globale in convalescenza, ma l’Italia bene

Cosa possiamo aspettarci dall’economia del 2002? Vediamo, prima, la sintesi dello scenario che raccoglie il consenso della maggioranza degli specialisti. La ripresa della locomotiva americana è ipotizzata al più tardi nel secondo semestre e da allora in poi dovrebbe svilupparsi l’effetto traino sulla crescita del resto del mondo. La sensazione più condivisa è che il rimbalzo sarà piuttosto lento, non a boom, e che quindi dovremo aspettare il 2003 per vedere rialzi veramente robusti (oltre il 3% del Pil) negli Usa e, un po’ di meno, nell’eurozona. A tale scenario corrisponde l’idea  che il picco recessivo sia già stato raggiunto in America e che – con i tipici quattro o sei mesi di ritardo – si sfogherà entro la primavera anche nel nostro continente. L’impatto globale della contrazione appare di media entità e non disastroso così come il prossimo rimbalzo appare piuttosto buono, ma non entusiasmante. Il  motivo per cui la maggior parte degli economisti si attendono una ripresa lenta degli Usa si fonda sulla sensazione di irripetibilità del boom 1996-2000 basato sul traino da parte dell’innovazione tecnologica. In particolare, si ritiene che la “Nuova economia” (più potenziale di crescita senza inflazione grazie all’incremento di produttività delle aziende dovuto all’uso più diffuso di nuove tecnologie dell’informazione) sia stata un’anomalia e non l’inizio di una nuova e duratura forma di economia caratterizzata dall’espansione continua. Per questo si prevede una sorta di ritorno alla normalità, cioè ad un’economia reale e Borse meno esuberanti. Cosa che porta a vedere tassi monetari piuttosto bassi e a lungo perché non c’è rischio di inflazione. Tale, qui semplificato all’osso, è lo scenario previsivo generale più accreditato.

Quello generato dal mio gruppo di ricerca (Globis) è piuttosto in linea con quanto detto, ma diverge su un punto fondamentale. Noi stiamo osservando nei dati che la rivoluzione tecnologica non si è per nulla esaurita e che sta continuando. Certo, di nuovi investimenti nel settore non se ne vedono per lo sgonfiamento della bolla relativa e perché erano stati eccessivi nei tre anni passati. Ma i secondi stanno producendo conseguenze strutturali, modernizzando e dando più efficienza a tutti i settori economici e, soprattutto, globalmente. Quindi ci aspettiamo una ripresa più anticipata e più robusta in America e, pur a pelle di leopardo, nel mondo (Giappone male, Cina bene, Russia e India robuste, Indonesia incerta, Argentina consolidata, Brasile più stabile). Questa ipotesi non è uno sfizio accademico, ma riguarda un punto cruciale. Attualmente, nello scenario “lento”, si ritiene che non vi sia rischio di inflazione e che quindi i tassi monetari resteranno bassi  a lungo. In quello, invece, che sospetto io – e che viene visto ora di minoranza - ci potrebbe essere la necessità di alzarli prima del previsto a causa di uno scoppio di crescita inatteso, appunto con un portato inflattivo da dover moderare alzando il costo del denaro (negli Usa, ma con conseguenze globali). Quindi mi sento di consigliare di seguire fino a marzo prossimo le idee dello scenario più consensuale detto sopra, ma dopo di rivalutare il tutto in base al rischio – che dovrebbe chiarirsi per allora e lo commenteremo - di inflazione e quindi di tassi più restrittivi che potrebbero cortocircuitare le Borse. Tra l’altro, mentre gli economisti accademici, tra cui chi scrive, discutono sulla natura effimera o meno della Nuova economia, gli operatori finanziari stanno già scommettendo su un nuovo boom del settore tecnologico. Per nostalgia della cuccagna passata o perché ne annusano una rinascita a sorpresa? Nel dubbio – nessuno può pretendere di aver ancora capito pienamente la complessità dell’economia globale, tecnologica ed altamente finanziarizzata nata più o meno a partire dal 1995 -  raccomando una grande prudenza, soprattutto ai piccoli risparmiatori. Può succedere di tutto, in su o in giù.

Gli scenari sembrano più definiti al riguardo dell’eurozona, nel 2002 data da quasi tutti semistagnante a causa della crisi endemica di crescita della Germania che ne è il mercato nazionale più influente. Le previsioni di crescita del Pil tedesco sono deprimenti: si va da un massimo dell’1,2% ad un minimo dello 0,7%, con praticamente zero speranza di ridurre a breve i 4 milioni di disoccupati che ora conta. Il motivo è noto: garanzie economiche eccessive finanziate con tasse troppo elevate limitano la crescita del mercato. E’ il problema di Francia e Germania che insieme fanno quasi metà del Pil dell’eurozona. Fino a che non verrà riformato questo blocco politico alla crescita l’effetto, pur promettente, dell’euro non si realizzerà. E l’Europa continuerà a crescere poco. Tuttavia sono migliori le prospettive dell’altra metà dell’eurozona già liberalizzata (Spagna, Irlanda) e in via di pur faticosa liberalizzazione (Italia) o dove si è trovato un miglior compromesso tra modello statalista ed efficienza (Olanda, Finlandia). E se anche la Germania cambiasse maggioranza politica o ne trovasse una, pur di sinistra, ma più favorevole al mercato nelle elezioni del settembre 2002, allora la sola prospettiva di un miglioramento tedesco esalterebbe quello già in atto negli altri Paesi e chiamerebbe gli investimenti la cui mancanza è ora una delle cause principali  della tendenza eurostagnante. Possiamo solo augurarcelo. Ma in Italia potremo aspettarci qualcosa di più. L’effetto liberalizzante e stimolativo delle politiche varate dal governo nel 2001 produrrà certamente nel 2002 conseguenze di crescita, se nel mondo non ci saranno tempeste belliche, tali da farci star bene anche se le cose nei dintorni andassero peggio di quanto ora ipotizzato. Restiamo, intanto, su questa buona prospettiva che pare più stabilizzata delle altre.

(c) 2002 Carlo Pelanda
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