Non capisco perche' nessuno si arrabbi sul serio. La crescita del Pil nel secondo trimestre e' stata appena dello 0,8%. Nel primo era stagnazione, con una crescita infima di solo lo 0,2%. Nell'ultimo trimestre del 1998 eravamo in recessione, cioe' a crescita sotto lo zero. La tendenza in atto rende perfino difficile raggiungere, pur prevedendo una certa ripresa nel secondo semestre, una misera crescita dell'1%, che e' gia' un niente. E non e' finita qui. Negli ultimi sette anni l'economia italiana e' cresciuta mediamente dell'1% in meno di quella complessiva dell'eurozona, per altro anch'essa quasi stagnante. Negli ultimi tre anni i paesi piu' industrializzati del pianeta sono cresciuti mediamente del 3% mentre l'Italia lo ha fatto al ritmo dell'1%, beccandosi ben due punti di distacco. Siamo gli ultimi o penultimi tra i paesi sviluppati in qualsiasi indicatore di competitivita' economica. E gli investimenti sono quasi a zero. Un ciclo economico negativo di un anno o due e' solo un raffreddore, ma quasi un decennio di stagnazione segnala che l'economia italiana ha il cancro.

Questi sono dati spaventosi. Significa che ciascuno di voi, lettori, si sta impoverendo. Trasformiamo in immagini tangibili i numeri. Il Pil non cresce per due motivi principali. Primo, i consumi sono bassi. Perche'? Il potere di acquisto delle famiglie e' rimasto fermo da anni. Significa, pur essendo poca l'inflazione, che in realta' state progressivamente perdendo reddito. Non lo sentite? Certo, la discesa dalla maggiore ricchezza precedente e' lenta. Per tutti? No. La societa' italiana si sta spaccando tra il ricco che lo diventa piu' ed il povero sempre piu' povero (bel risultato per lo Stato sociale e per Cofferati). Meta' di voi tranquilli, allora?. Non speratelo, piu' poveri significa degrado del territorio, meno opportunita' economica anche per i figli dei ricchi, soprattutto piu' criminalita'. Quasi il 20% degli italiani e' sotto o ai limiti della soglia della poverta'. Qualcuno verra' nelle vostre belle case. Che poi tanto belle non sono piu', scusatemi, se comparate a quelle della classe media, per dire, in America o perfino in Francia. Vi state accorgendo che stiamo diventando dei poveracci? Chi e' andato all'estero per curarsi un male grave bussando a qualche sistema sanitario piu' efficiente se ne e' accorto di certo.

Secondo, le imprese esportano poco. Apparentemente cio' succede perche' la domanda internazionale tira di meno sia nel globo che in Europa. Calma. Cio' era vero nel 1998 - e non per il mercato statunitense - ma non lo e' piu' ora (infatti gli ordinativi aumentano anche se non a sufficienza). Adesso la domanda c'e', a parte la stagnante come noi - e per gli stessi motivi di modello politico - Germania. In realta' e' il sistema industriale italiano che non riesce ad essere competitivo. Non che gli imprenditori siano meno bravi. Ma con i carichi fiscali che si ritrovano e la rigidita' del mercato del lavoro, non possono investire in nuova concorrenzialita'. Soprattutto, mancano all'economia italiana i nuovi settori. Esportiamo scarpe, vestiti, qualche macchinario, e cose del genere. Che sempre di piu' subiscono la concorrenza per prezzo da parte di produttori di altri paesi resi piu' competitivi dal fatto di operare in mercati piu' liberi e flessibili. E non produciamo quasi nulla di tecnologia, ne' manufatti ne' nuovi servizi. Come se fossimo rimati agli anni 60. E' un'economia mutilata. Siamo sopravissuti alla nostra arretratezza compensandola con svalutazioni competitive ripetute. L'euro, togliendoci la competitivita' valutaria nel mercato europeo, ci ha incatenati svelando la nostra crisi. Va detto che le imprese italiane sono vitalissime. Infatti investono molto all'estero, lasciando il paese. Ma quando, a meta' degli anni 90, era il momento sia di aiutarle a fare la riforma di efficienza per competere nel nuovo mercato globale sia di incentivare la creazione dei nuovi settori del futuro, sono arrivati al governo i comunisti, prodi guerrieri dell'antistoria. Che si sono vendicati della loro sconfitta da parte del mondo libero cercando di ucciderlo economicamente almeno in Italia. Ci sono riusciti. E stiamo diventando poveracci per questo: un modello politico ostile al mercato. La buona notizia e' che basta rimuoverlo per ripartire e recuperare in qualche anno il ritardo. Quindi ottimismo. Ma per riuscirci e' necessario, prima di tutto, alzare il volume di radio vox populi. Senza urla dal basso i politici - dell'una e altra parte - fanno i loro comodi, che non sono i nostri. E si vede, diavolo se si vede.

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Questi sono dati spaventosi. Significa che ciascuno di voi, lettori, si sta impoverendo. Trasformiamo in immagini tangibili i numeri. Il Pil non cresce per due motivi principali. Primo, i consumi sono bassi. Perche'? Il potere di acquisto delle famiglie e' rimasto fermo da anni. Significa, pur essendo poca l'inflazione, che in realta' state progressivamente perdendo reddito. Non lo sentite? Certo, la discesa dalla maggiore ricchezza precedente e' lenta. Per tutti? No. La societa' italiana si sta spaccando tra il ricco che lo diventa piu' ed il povero sempre piu' povero (bel risultato per lo Stato sociale e per Cofferati). Meta' di voi tranquilli, allora?. Non speratelo, piu' poveri significa degrado del territorio, meno opportunita' economica anche per i figli dei ricchi, soprattutto piu' criminalita'. Quasi il 20% degli italiani e' sotto o ai limiti della soglia della poverta'. Qualcuno verra' nelle vostre belle case. Che poi tanto belle non sono piu', scusatemi, se comparate a quelle della classe media, per dire, in America o perfino in Francia. Vi state accorgendo che stiamo diventando dei poveracci? Chi e' andato all'estero per curarsi un male grave bussando a qualche sistema sanitario piu' efficiente se ne e' accorto di certo.

Secondo, le imprese esportano poco. Apparentemente cio' succede perche' la domanda internazionale tira di meno sia nel globo che in Europa. Calma. Cio' era vero nel 1998 - e non per il mercato statunitense - ma non lo e' piu' ora (infatti gli ordinativi aumentano anche se non a sufficienza). Adesso la domanda c'e', a parte la stagnante come noi - e per gli stessi motivi di modello politico - Germania. In realta' e' il sistema industriale italiano che non riesce ad essere competitivo. Non che gli imprenditori siano meno bravi. Ma con i carichi fiscali che si ritrovano e la rigidita' del mercato del lavoro, non possono investire in nuova concorrenzialita'. Soprattutto, mancano all'economia italiana i nuovi settori. Esportiamo scarpe, vestiti, qualche macchinario, e cose del genere. Che sempre di piu' subiscono la concorrenza per prezzo da parte di produttori di altri paesi resi piu' competitivi dal fatto di operare in mercati piu' liberi e flessibili. E non produciamo quasi nulla di tecnologia, ne' manufatti ne' nuovi servizi. Come se fossimo rimati agli anni 60. E' un'economia mutilata. Siamo sopravissuti alla nostra arretratezza compensandola con svalutazioni competitive ripetute. L'euro, togliendoci la competitivita' valutaria nel mercato europeo, ci ha incatenati svelando la nostra crisi. Va detto che le imprese italiane sono vitalissime. Infatti investono molto all'estero, lasciando il paese. Ma quando, a meta' degli anni 90, era il momento sia di aiutarle a fare la riforma di efficienza per competere nel nuovo mercato globale sia di incentivare la creazione dei nuovi settori del futuro, sono arrivati al governo i comunisti, prodi guerrieri dell'antistoria. Che si sono vendicati della loro sconfitta da parte del mondo libero cercando di ucciderlo economicamente almeno in Italia. Ci sono riusciti. E stiamo diventando poveracci per questo: un modello politico ostile al mercato. La buona notizia e' che basta rimuoverlo per ripartire e recuperare in qualche anno il ritardo. Quindi ottimismo. Ma per riuscirci e' necessario, prima di tutto, alzare il volume di radio vox populi. Senza urla dal basso i politici - dell'una e altra parte - fanno i loro comodi, che non sono i nostri. E si vede, diavolo se si vede.

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Questi sono dati spaventosi. Significa che ciascuno di voi, lettori, si sta impoverendo. Trasformiamo in immagini tangibili i numeri. Il Pil non cresce per due motivi principali. Primo, i consumi sono bassi. Perche'? Il potere di acquisto delle famiglie e' rimasto fermo da anni. Significa, pur essendo poca l'inflazione, che in realta' state progressivamente perdendo reddito. Non lo sentite? Certo, la discesa dalla maggiore ricchezza precedente e' lenta. Per tutti? No. La societa' italiana si sta spaccando tra il ricco che lo diventa piu' ed il povero sempre piu' povero (bel risultato per lo Stato sociale e per Cofferati). Meta' di voi tranquilli, allora?. Non speratelo, piu' poveri significa degrado del territorio, meno opportunita' economica anche per i figli dei ricchi, soprattutto piu' criminalita'. Quasi il 20% degli italiani e' sotto o ai limiti della soglia della poverta'. Qualcuno verra' nelle vostre belle case. Che poi tanto belle non sono piu', scusatemi, se comparate a quelle della classe media, per dire, in America o perfino in Francia. Vi state accorgendo che stiamo diventando dei poveracci? Chi e' andato all'estero per curarsi un male grave bussando a qualche sistema sanitario piu' efficiente se ne e' accorto di certo.

Secondo, le imprese esportano poco. Apparentemente cio' succede perche' la domanda internazionale tira di meno sia nel globo che in Europa. Calma. Cio' era vero nel 1998 - e non per il mercato statunitense - ma non lo e' piu' ora (infatti gli ordinativi aumentano anche se non a sufficienza). Adesso la domanda c'e', a parte la stagnante come noi - e per gli stessi motivi di modello politico - Germania. In realta' e' il sistema industriale italiano che non riesce ad essere competitivo. Non che gli imprenditori siano meno bravi. Ma con i carichi fiscali che si ritrovano e la rigidita' del mercato del lavoro, non possono investire in nuova concorrenzialita'. Soprattutto, mancano all'economia italiana i nuovi settori. Esportiamo scarpe, vestiti, qualche macchinario, e cose del genere. Che sempre di piu' subiscono la concorrenza per prezzo da parte di produttori di altri paesi resi piu' competitivi dal fatto di operare in mercati piu' liberi e flessibili. E non produciamo quasi nulla di tecnologia, ne' manufatti ne' nuovi servizi. Come se fossimo rimati agli anni 60. E' un'economia mutilata. Siamo sopravissuti alla nostra arretratezza compensandola con svalutazioni competitive ripetute. L'euro, togliendoci la competitivita' valutaria nel mercato europeo, ci ha incatenati svelando la nostra crisi. Va detto che le imprese italiane sono vitalissime. Infatti investono molto all'estero, lasciando il paese. Ma quando, a meta' degli anni 90, era il momento sia di aiutarle a fare la riforma di efficienza per competere nel nuovo mercato globale sia di incentivare la creazione dei nuovi settori del futuro, sono arrivati al governo i comunisti, prodi guerrieri dell'antistoria. Che si sono vendicati della loro sconfitta da parte del mondo libero cercando di ucciderlo economicamente almeno in Italia. Ci sono riusciti. E stiamo diventando poveracci per questo: un modello politico ostile al mercato. La buona notizia e' che basta rimuoverlo per ripartire e recuperare in qualche anno il ritardo. Quindi ottimismo. Ma per riuscirci e' necessario, prima di tutto, alzare il volume di radio vox populi. Senza urla dal basso i politici - dell'una e altra parte - fanno i loro comodi, che non sono i nostri. E si vede, diavolo se si vede.

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1999-9-21

21/9/1999

Ci stiamo veramente impoverendo ed e' il momento di arrabbiarsi

Non capisco perche' nessuno si arrabbi sul serio. La crescita del Pil nel secondo trimestre e' stata appena dello 0,8%. Nel primo era stagnazione, con una crescita infima di solo lo 0,2%. Nell'ultimo trimestre del 1998 eravamo in recessione, cioe' a crescita sotto lo zero. La tendenza in atto rende perfino difficile raggiungere, pur prevedendo una certa ripresa nel secondo semestre, una misera crescita dell'1%, che e' gia' un niente. E non e' finita qui. Negli ultimi sette anni l'economia italiana e' cresciuta mediamente dell'1% in meno di quella complessiva dell'eurozona, per altro anch'essa quasi stagnante. Negli ultimi tre anni i paesi piu' industrializzati del pianeta sono cresciuti mediamente del 3% mentre l'Italia lo ha fatto al ritmo dell'1%, beccandosi ben due punti di distacco. Siamo gli ultimi o penultimi tra i paesi sviluppati in qualsiasi indicatore di competitivita' economica. E gli investimenti sono quasi a zero. Un ciclo economico negativo di un anno o due e' solo un raffreddore, ma quasi un decennio di stagnazione segnala che l'economia italiana ha il cancro.

Questi sono dati spaventosi. Significa che ciascuno di voi, lettori, si sta impoverendo. Trasformiamo in immagini tangibili i numeri. Il Pil non cresce per due motivi principali. Primo, i consumi sono bassi. Perche'? Il potere di acquisto delle famiglie e' rimasto fermo da anni. Significa, pur essendo poca l'inflazione, che in realta' state progressivamente perdendo reddito. Non lo sentite? Certo, la discesa dalla maggiore ricchezza precedente e' lenta. Per tutti? No. La societa' italiana si sta spaccando tra il ricco che lo diventa piu' ed il povero sempre piu' povero (bel risultato per lo Stato sociale e per Cofferati). Meta' di voi tranquilli, allora?. Non speratelo, piu' poveri significa degrado del territorio, meno opportunita' economica anche per i figli dei ricchi, soprattutto piu' criminalita'. Quasi il 20% degli italiani e' sotto o ai limiti della soglia della poverta'. Qualcuno verra' nelle vostre belle case. Che poi tanto belle non sono piu', scusatemi, se comparate a quelle della classe media, per dire, in America o perfino in Francia. Vi state accorgendo che stiamo diventando dei poveracci? Chi e' andato all'estero per curarsi un male grave bussando a qualche sistema sanitario piu' efficiente se ne e' accorto di certo.

Secondo, le imprese esportano poco. Apparentemente cio' succede perche' la domanda internazionale tira di meno sia nel globo che in Europa. Calma. Cio' era vero nel 1998 - e non per il mercato statunitense - ma non lo e' piu' ora (infatti gli ordinativi aumentano anche se non a sufficienza). Adesso la domanda c'e', a parte la stagnante come noi - e per gli stessi motivi di modello politico - Germania. In realta' e' il sistema industriale italiano che non riesce ad essere competitivo. Non che gli imprenditori siano meno bravi. Ma con i carichi fiscali che si ritrovano e la rigidita' del mercato del lavoro, non possono investire in nuova concorrenzialita'. Soprattutto, mancano all'economia italiana i nuovi settori. Esportiamo scarpe, vestiti, qualche macchinario, e cose del genere. Che sempre di piu' subiscono la concorrenza per prezzo da parte di produttori di altri paesi resi piu' competitivi dal fatto di operare in mercati piu' liberi e flessibili. E non produciamo quasi nulla di tecnologia, ne' manufatti ne' nuovi servizi. Come se fossimo rimati agli anni 60. E' un'economia mutilata. Siamo sopravissuti alla nostra arretratezza compensandola con svalutazioni competitive ripetute. L'euro, togliendoci la competitivita' valutaria nel mercato europeo, ci ha incatenati svelando la nostra crisi. Va detto che le imprese italiane sono vitalissime. Infatti investono molto all'estero, lasciando il paese. Ma quando, a meta' degli anni 90, era il momento sia di aiutarle a fare la riforma di efficienza per competere nel nuovo mercato globale sia di incentivare la creazione dei nuovi settori del futuro, sono arrivati al governo i comunisti, prodi guerrieri dell'antistoria. Che si sono vendicati della loro sconfitta da parte del mondo libero cercando di ucciderlo economicamente almeno in Italia. Ci sono riusciti. E stiamo diventando poveracci per questo: un modello politico ostile al mercato. La buona notizia e' che basta rimuoverlo per ripartire e recuperare in qualche anno il ritardo. Quindi ottimismo. Ma per riuscirci e' necessario, prima di tutto, alzare il volume di radio vox populi. Senza urla dal basso i politici - dell'una e altra parte - fanno i loro comodi, che non sono i nostri. E si vede, diavolo se si vede.

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