Dobbiamo cominciare a prendere molto sul serio i cambiamenti climatici ed ambientali derivanti dal riscaldamento del pianeta. Ce lo ricorda il mostruoso (per estensione ed intensita') uragano Floyd che ha costretto tre milioni di persone ad evacuare la costa sud-orientale degli Stati Uniti. Ed altrettanti sono in ansia, pur nel meno esposto entroterra, a causa del rischio dei distruttivi "tornados" che tipicamente si sviluppano ai lati degli uragani. Tra cui il sottoscritto che vi scrive dall'Universita' della Georgia - che spero sia risparmiata dalla vendetta della natura perche' qui, negli anni Trenta, e' nata la scienza ecologica moderna - vicino ad Atlanta, a poche centinaia di kilometri dall'occhio del ciclone.

L'aumento di temperatura porta piu' vapore (quindi piu' masse nuvolose ed energia) nell'aria e per questo tutti i fenomeni metereologici diventano piu' estremi. In Italia non abbiamo il problema di uragani catastrofici tipo quelli che si sviluppano nei grandi oceani, ma sentiremo comunque anche noi l'impatto del cambiamento climatico. Per esempio, temporali piu' intensi scaricheranno una maggior quantita' acqua in minor tempo sui declivi alpini ed appenninici e c'e' il rischio di una maggiore densita' di frane, avendone noi gia' molte. Lascio agli specialisti di idrogeologia il compito di definire l'entita' di tale rischio e di quello relativo a fenomeni alluvionali eventualmente piu' intensi. Non voglio allarmare avendo una competenza in altre discipline e non in questa. Ma, esattamente dieci anni fa, sedevo nel comitato internazionale che doveva prepare per l'allora Segretario generale delle Nazioni Unite, Perez De Cuellar, le basi per la politica globale sia di gestione del cambiamento climatico sia di prevenzione dei disastri connessi. Ricordo che allora gli specialisti delle scienze ambientali erano divisi in due gruppi. Uno non trovava evidenza sufficiente per rilevare il riscaldamento globale. L'altro sosteneva che era in corso e tanto accelerato da non lasciare il tempo sufficiente ai sistemi sociali e politici di adeguarsi ad esso. I ricercatori nelle aree economiche e politiche, nonche' i politici presenti, erano resi impotenti da questa ambiguita'. Senza certezza al riguardo del fenomeno fisico in atto, era impossibile pensare con precisione ad ecopolitiche di gestione e calcolarne i costi con le diverse soluzioni economiche. I politici, in particolare - giustamente - sostenevano che senza dati certi non potevano andare in televisione ed annunciare alle loro nazioni che c'era un cosi' grande problema. E la cosa fini' li', pur maturando per altre linee, nel corso degli anni 90, un inizialmente decente trattato internazionale per la gestione del cambiamento climatico.

Oggi la situazione e' molto piu' chiara: (a) e' evidente che il pianeta si sta riscaldando; (b) non si sa ancora quanto dipenda dal ciclo naturale (periodicita' di glaciazioni ed ere calde) e quanto dalle emissioni gassose che inducono l'effetto serra; (c) ma certamente se riducessimo le seconde guadagneremmo tempo - utile a ridurre gli impatti sociali ed economici - e probabilmente renderemmo meno estreme le conseguenze. Mi sembra che cio' sia sufficientemente precisato per attivare l'iniziativa politica di prevenzione a breve e lungo periodo. A breve il fenomeno non si puo' interrompere e bisogna ricontrollare la mappa dei rischi in Italia in modo da organizzare una protezione civile piu' efficace (che per fortuna da noi funziona abbastanza bene). Poi bisogna capire meglio lo scenario a lungo termine. In Italia abbiamo tre grandi problemi, che io veda nei miei limiti di osservazione. Se si alzano le acque, conseguenza dello scioglimento dei ghiacci a tutti visibile, la pianura padana, cuore industriale dell'italia, e' a rischio di impaludamento se non peggio. Non oso neanche pensare all'amata Venezia. Qui il problema e' il tempo. Se abbiamo un secolo, allora troveremo soluzioni. Ma se c'e' meno tempo, siamo nei guai. Dobbiamo saperlo. Cosi' come va capito meglio il rischio di eventuale desertificazione del nostro Meridione. E ancor prima il rischio epidemiologico conseguente alla tropicalizzazione del clima italiano, per esempio nuove malattie, contro cui non abbiamo anticorpi naturali, portate da nuovi insetti.

Ma subito bisogna cominciare a ridurre le emissioni industriali in combinazione con le altre nazioni. E questo e' un problema dannatamente complesso perche' mette in contrasto lo sviluppo con la sicurezza ambientale. La soluzione e' quella di accelerare l'innovazione tecnologica e la modernizzazione per sostituire le tecniche contaminanti. Ma ci vuole piu' capitalismo e non meno. Centrali nucleari, di nuova generazione, e non a carbone. Automobili non a petrolio, ma spinte da altro. Paradossalmente, la difficolta' maggiore non e' tecnica ne' economica. Tecnologia, capitale e scienza gia' ci sono. E' la politica che non c'e'. Prima, e piu', ne parliamo meglio e'.

" /> Dobbiamo cominciare a prendere molto sul serio i cambiamenti climatici ed ambientali derivanti dal riscaldamento del pianeta. Ce lo ricorda il mostruoso (per estensione ed intensita') uragano Floyd che ha costretto tre milioni di persone ad evacuare la costa sud-orientale degli Stati Uniti. Ed altrettanti sono in ansia, pur nel meno esposto entroterra, a causa del rischio dei distruttivi "tornados" che tipicamente si sviluppano ai lati degli uragani. Tra cui il sottoscritto che vi scrive dall'Universita' della Georgia - che spero sia risparmiata dalla vendetta della natura perche' qui, negli anni Trenta, e' nata la scienza ecologica moderna - vicino ad Atlanta, a poche centinaia di kilometri dall'occhio del ciclone.

L'aumento di temperatura porta piu' vapore (quindi piu' masse nuvolose ed energia) nell'aria e per questo tutti i fenomeni metereologici diventano piu' estremi. In Italia non abbiamo il problema di uragani catastrofici tipo quelli che si sviluppano nei grandi oceani, ma sentiremo comunque anche noi l'impatto del cambiamento climatico. Per esempio, temporali piu' intensi scaricheranno una maggior quantita' acqua in minor tempo sui declivi alpini ed appenninici e c'e' il rischio di una maggiore densita' di frane, avendone noi gia' molte. Lascio agli specialisti di idrogeologia il compito di definire l'entita' di tale rischio e di quello relativo a fenomeni alluvionali eventualmente piu' intensi. Non voglio allarmare avendo una competenza in altre discipline e non in questa. Ma, esattamente dieci anni fa, sedevo nel comitato internazionale che doveva prepare per l'allora Segretario generale delle Nazioni Unite, Perez De Cuellar, le basi per la politica globale sia di gestione del cambiamento climatico sia di prevenzione dei disastri connessi. Ricordo che allora gli specialisti delle scienze ambientali erano divisi in due gruppi. Uno non trovava evidenza sufficiente per rilevare il riscaldamento globale. L'altro sosteneva che era in corso e tanto accelerato da non lasciare il tempo sufficiente ai sistemi sociali e politici di adeguarsi ad esso. I ricercatori nelle aree economiche e politiche, nonche' i politici presenti, erano resi impotenti da questa ambiguita'. Senza certezza al riguardo del fenomeno fisico in atto, era impossibile pensare con precisione ad ecopolitiche di gestione e calcolarne i costi con le diverse soluzioni economiche. I politici, in particolare - giustamente - sostenevano che senza dati certi non potevano andare in televisione ed annunciare alle loro nazioni che c'era un cosi' grande problema. E la cosa fini' li', pur maturando per altre linee, nel corso degli anni 90, un inizialmente decente trattato internazionale per la gestione del cambiamento climatico.

Oggi la situazione e' molto piu' chiara: (a) e' evidente che il pianeta si sta riscaldando; (b) non si sa ancora quanto dipenda dal ciclo naturale (periodicita' di glaciazioni ed ere calde) e quanto dalle emissioni gassose che inducono l'effetto serra; (c) ma certamente se riducessimo le seconde guadagneremmo tempo - utile a ridurre gli impatti sociali ed economici - e probabilmente renderemmo meno estreme le conseguenze. Mi sembra che cio' sia sufficientemente precisato per attivare l'iniziativa politica di prevenzione a breve e lungo periodo. A breve il fenomeno non si puo' interrompere e bisogna ricontrollare la mappa dei rischi in Italia in modo da organizzare una protezione civile piu' efficace (che per fortuna da noi funziona abbastanza bene). Poi bisogna capire meglio lo scenario a lungo termine. In Italia abbiamo tre grandi problemi, che io veda nei miei limiti di osservazione. Se si alzano le acque, conseguenza dello scioglimento dei ghiacci a tutti visibile, la pianura padana, cuore industriale dell'italia, e' a rischio di impaludamento se non peggio. Non oso neanche pensare all'amata Venezia. Qui il problema e' il tempo. Se abbiamo un secolo, allora troveremo soluzioni. Ma se c'e' meno tempo, siamo nei guai. Dobbiamo saperlo. Cosi' come va capito meglio il rischio di eventuale desertificazione del nostro Meridione. E ancor prima il rischio epidemiologico conseguente alla tropicalizzazione del clima italiano, per esempio nuove malattie, contro cui non abbiamo anticorpi naturali, portate da nuovi insetti.

Ma subito bisogna cominciare a ridurre le emissioni industriali in combinazione con le altre nazioni. E questo e' un problema dannatamente complesso perche' mette in contrasto lo sviluppo con la sicurezza ambientale. La soluzione e' quella di accelerare l'innovazione tecnologica e la modernizzazione per sostituire le tecniche contaminanti. Ma ci vuole piu' capitalismo e non meno. Centrali nucleari, di nuova generazione, e non a carbone. Automobili non a petrolio, ma spinte da altro. Paradossalmente, la difficolta' maggiore non e' tecnica ne' economica. Tecnologia, capitale e scienza gia' ci sono. E' la politica che non c'e'. Prima, e piu', ne parliamo meglio e'.

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L'aumento di temperatura porta piu' vapore (quindi piu' masse nuvolose ed energia) nell'aria e per questo tutti i fenomeni metereologici diventano piu' estremi. In Italia non abbiamo il problema di uragani catastrofici tipo quelli che si sviluppano nei grandi oceani, ma sentiremo comunque anche noi l'impatto del cambiamento climatico. Per esempio, temporali piu' intensi scaricheranno una maggior quantita' acqua in minor tempo sui declivi alpini ed appenninici e c'e' il rischio di una maggiore densita' di frane, avendone noi gia' molte. Lascio agli specialisti di idrogeologia il compito di definire l'entita' di tale rischio e di quello relativo a fenomeni alluvionali eventualmente piu' intensi. Non voglio allarmare avendo una competenza in altre discipline e non in questa. Ma, esattamente dieci anni fa, sedevo nel comitato internazionale che doveva prepare per l'allora Segretario generale delle Nazioni Unite, Perez De Cuellar, le basi per la politica globale sia di gestione del cambiamento climatico sia di prevenzione dei disastri connessi. Ricordo che allora gli specialisti delle scienze ambientali erano divisi in due gruppi. Uno non trovava evidenza sufficiente per rilevare il riscaldamento globale. L'altro sosteneva che era in corso e tanto accelerato da non lasciare il tempo sufficiente ai sistemi sociali e politici di adeguarsi ad esso. I ricercatori nelle aree economiche e politiche, nonche' i politici presenti, erano resi impotenti da questa ambiguita'. Senza certezza al riguardo del fenomeno fisico in atto, era impossibile pensare con precisione ad ecopolitiche di gestione e calcolarne i costi con le diverse soluzioni economiche. I politici, in particolare - giustamente - sostenevano che senza dati certi non potevano andare in televisione ed annunciare alle loro nazioni che c'era un cosi' grande problema. E la cosa fini' li', pur maturando per altre linee, nel corso degli anni 90, un inizialmente decente trattato internazionale per la gestione del cambiamento climatico.

Oggi la situazione e' molto piu' chiara: (a) e' evidente che il pianeta si sta riscaldando; (b) non si sa ancora quanto dipenda dal ciclo naturale (periodicita' di glaciazioni ed ere calde) e quanto dalle emissioni gassose che inducono l'effetto serra; (c) ma certamente se riducessimo le seconde guadagneremmo tempo - utile a ridurre gli impatti sociali ed economici - e probabilmente renderemmo meno estreme le conseguenze. Mi sembra che cio' sia sufficientemente precisato per attivare l'iniziativa politica di prevenzione a breve e lungo periodo. A breve il fenomeno non si puo' interrompere e bisogna ricontrollare la mappa dei rischi in Italia in modo da organizzare una protezione civile piu' efficace (che per fortuna da noi funziona abbastanza bene). Poi bisogna capire meglio lo scenario a lungo termine. In Italia abbiamo tre grandi problemi, che io veda nei miei limiti di osservazione. Se si alzano le acque, conseguenza dello scioglimento dei ghiacci a tutti visibile, la pianura padana, cuore industriale dell'italia, e' a rischio di impaludamento se non peggio. Non oso neanche pensare all'amata Venezia. Qui il problema e' il tempo. Se abbiamo un secolo, allora troveremo soluzioni. Ma se c'e' meno tempo, siamo nei guai. Dobbiamo saperlo. Cosi' come va capito meglio il rischio di eventuale desertificazione del nostro Meridione. E ancor prima il rischio epidemiologico conseguente alla tropicalizzazione del clima italiano, per esempio nuove malattie, contro cui non abbiamo anticorpi naturali, portate da nuovi insetti.

Ma subito bisogna cominciare a ridurre le emissioni industriali in combinazione con le altre nazioni. E questo e' un problema dannatamente complesso perche' mette in contrasto lo sviluppo con la sicurezza ambientale. La soluzione e' quella di accelerare l'innovazione tecnologica e la modernizzazione per sostituire le tecniche contaminanti. Ma ci vuole piu' capitalismo e non meno. Centrali nucleari, di nuova generazione, e non a carbone. Automobili non a petrolio, ma spinte da altro. Paradossalmente, la difficolta' maggiore non e' tecnica ne' economica. Tecnologia, capitale e scienza gia' ci sono. E' la politica che non c'e'. Prima, e piu', ne parliamo meglio e'.

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1999-9-15

15/9/1999

E' ora di ecosvegliarsi

Dobbiamo cominciare a prendere molto sul serio i cambiamenti climatici ed ambientali derivanti dal riscaldamento del pianeta. Ce lo ricorda il mostruoso (per estensione ed intensita') uragano Floyd che ha costretto tre milioni di persone ad evacuare la costa sud-orientale degli Stati Uniti. Ed altrettanti sono in ansia, pur nel meno esposto entroterra, a causa del rischio dei distruttivi "tornados" che tipicamente si sviluppano ai lati degli uragani. Tra cui il sottoscritto che vi scrive dall'Universita' della Georgia - che spero sia risparmiata dalla vendetta della natura perche' qui, negli anni Trenta, e' nata la scienza ecologica moderna - vicino ad Atlanta, a poche centinaia di kilometri dall'occhio del ciclone.

L'aumento di temperatura porta piu' vapore (quindi piu' masse nuvolose ed energia) nell'aria e per questo tutti i fenomeni metereologici diventano piu' estremi. In Italia non abbiamo il problema di uragani catastrofici tipo quelli che si sviluppano nei grandi oceani, ma sentiremo comunque anche noi l'impatto del cambiamento climatico. Per esempio, temporali piu' intensi scaricheranno una maggior quantita' acqua in minor tempo sui declivi alpini ed appenninici e c'e' il rischio di una maggiore densita' di frane, avendone noi gia' molte. Lascio agli specialisti di idrogeologia il compito di definire l'entita' di tale rischio e di quello relativo a fenomeni alluvionali eventualmente piu' intensi. Non voglio allarmare avendo una competenza in altre discipline e non in questa. Ma, esattamente dieci anni fa, sedevo nel comitato internazionale che doveva prepare per l'allora Segretario generale delle Nazioni Unite, Perez De Cuellar, le basi per la politica globale sia di gestione del cambiamento climatico sia di prevenzione dei disastri connessi. Ricordo che allora gli specialisti delle scienze ambientali erano divisi in due gruppi. Uno non trovava evidenza sufficiente per rilevare il riscaldamento globale. L'altro sosteneva che era in corso e tanto accelerato da non lasciare il tempo sufficiente ai sistemi sociali e politici di adeguarsi ad esso. I ricercatori nelle aree economiche e politiche, nonche' i politici presenti, erano resi impotenti da questa ambiguita'. Senza certezza al riguardo del fenomeno fisico in atto, era impossibile pensare con precisione ad ecopolitiche di gestione e calcolarne i costi con le diverse soluzioni economiche. I politici, in particolare - giustamente - sostenevano che senza dati certi non potevano andare in televisione ed annunciare alle loro nazioni che c'era un cosi' grande problema. E la cosa fini' li', pur maturando per altre linee, nel corso degli anni 90, un inizialmente decente trattato internazionale per la gestione del cambiamento climatico.

Oggi la situazione e' molto piu' chiara: (a) e' evidente che il pianeta si sta riscaldando; (b) non si sa ancora quanto dipenda dal ciclo naturale (periodicita' di glaciazioni ed ere calde) e quanto dalle emissioni gassose che inducono l'effetto serra; (c) ma certamente se riducessimo le seconde guadagneremmo tempo - utile a ridurre gli impatti sociali ed economici - e probabilmente renderemmo meno estreme le conseguenze. Mi sembra che cio' sia sufficientemente precisato per attivare l'iniziativa politica di prevenzione a breve e lungo periodo. A breve il fenomeno non si puo' interrompere e bisogna ricontrollare la mappa dei rischi in Italia in modo da organizzare una protezione civile piu' efficace (che per fortuna da noi funziona abbastanza bene). Poi bisogna capire meglio lo scenario a lungo termine. In Italia abbiamo tre grandi problemi, che io veda nei miei limiti di osservazione. Se si alzano le acque, conseguenza dello scioglimento dei ghiacci a tutti visibile, la pianura padana, cuore industriale dell'italia, e' a rischio di impaludamento se non peggio. Non oso neanche pensare all'amata Venezia. Qui il problema e' il tempo. Se abbiamo un secolo, allora troveremo soluzioni. Ma se c'e' meno tempo, siamo nei guai. Dobbiamo saperlo. Cosi' come va capito meglio il rischio di eventuale desertificazione del nostro Meridione. E ancor prima il rischio epidemiologico conseguente alla tropicalizzazione del clima italiano, per esempio nuove malattie, contro cui non abbiamo anticorpi naturali, portate da nuovi insetti.

Ma subito bisogna cominciare a ridurre le emissioni industriali in combinazione con le altre nazioni. E questo e' un problema dannatamente complesso perche' mette in contrasto lo sviluppo con la sicurezza ambientale. La soluzione e' quella di accelerare l'innovazione tecnologica e la modernizzazione per sostituire le tecniche contaminanti. Ma ci vuole piu' capitalismo e non meno. Centrali nucleari, di nuova generazione, e non a carbone. Automobili non a petrolio, ma spinte da altro. Paradossalmente, la difficolta' maggiore non e' tecnica ne' economica. Tecnologia, capitale e scienza gia' ci sono. E' la politica che non c'e'. Prima, e piu', ne parliamo meglio e'.

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