I dati che ho disposizione fanno ipotizzare che circa il 20% degli italiani sia caduta nella condizione di povertà intesa, sostanzialmente, come capacità di spesa che non copre tutti i bisogni primari o ci arriva a pelo. Ed un altro 30% - 40% ha meno denaro disponibile per risparmi e consumi. Appare credibile l’ipotesi devastante che più della metà degli italiani si sia impoverita.

Da quando? Dal 1995-96, con un accelerazione negli ultimi due anni. Perché? I salari non sono aumentati, ma le spese fiscali e della vita sì. I prezzi dei beni sono cresciuti molto più dell’inflazione registrata dagli indicatori ufficiali, specialmente in materia di generi alimentari e servizi. Tra cui biglietti del treno, pedaggi autostradali e, recentemente, carburanti ed energia per usi domestici. Poi è cresciuta la tassazione indiretta e quella locale. In sintesi, i salari che nel 1995 permettevano alla maggioranza degli italiani di vivere, degnamente anche se non nell’abbondanza, ora non bastano più. Come è successo? I governi dell’Ulivo hanno dato, per altro doverosamente, priorità al risanamento del bilancio pubblico. Ma invece di liberalizzare il sistema economico per permettergli di creare più opportunità di lavoro, migliori salari e, in generale, più gettito fiscale derivante dalla crescita, hanno solo aumentato le tasse e ridotto la quantità di denaro fiscale che ritorna al mercato in forma di investimento (per esempio, grandi lavori pubblici). Appunto, con un mercato rimasto bloccato e meno denaro che gira nell’economia il meno che poteva capitare era quello di impoverire metà degli italiani. I più economicamente deboli. Il metodo di governo usato è stato – e continua ad essere - un errore di proporzioni storiche che i cittadini stanno pagando con umiliazione, ansia ed una qualità della vita che regredisce.

Tre mesi di fila per un’ecografia urgente, sette mesi per un intervento, che cos’è? Lo Stato sociale, per contenere i costi, riduce la qualità e diffusività dei servizi medici. Quelli che non hanno denaro per soluzioni private stanno morendo. In alcuni casi sul serio e non per metafora. Ma pensate anche all’agente di sicurezza o all’insegnante che ricevono un salario inferiore ai due milioni al mese. Funzioni cruciali di interesse pubblico vengono affidate a persone che non sono certe di potersi comprare le cose essenziali per la vita. Di fatto, i lavoratori dipendenti che riescono a vivere decentemente sono solo quelli che riescono a fare il "nero". Vista la sua natura salvifica, a questo punto, chiamiamolo "bianco". Ma chi non è in grado di farlo sente, oltre alla morsa del bisogno, anche l’ingiustizia sociale. E la nostra società si spappola, degrada, si incattivisce, diventa cinica, pessimista.

Chi non ci crede analizzi i seguenti numeri. Poniamo che il salario di un lavoratore nell’industria e nei servizi sia 100. Cerchiamo di fare una media tra i diversi settori e posizioni di lavoro dipendente. Al datore di lavoro il dipendente costa 153 (contributo INPS e gabelle varie). Il denaro netto in busta paga è 70. Su questo gravano tasse automobolistiche, ICI, e altre in misura di, circa, 20. Al lavoratore resta circa 50 per vivere, cioè 1/3 della cifra complessiva stanziata per remunerarlo.

Ipotizziamo, vicini alla realtà di molti, che questo sia un milione di lire su quasi tre milioni di costo del lavoro. Mezzo – un po’ meno al Sud – se ne va per l’affitto. Con 125mila per settimana si deve mangiare, comprare un vestito, pagare la benzina, qualcosa per il figlio e spese imprevist

 

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Da quando? Dal 1995-96, con un accelerazione negli ultimi due anni. Perché? I salari non sono aumentati, ma le spese fiscali e della vita sì. I prezzi dei beni sono cresciuti molto più dell’inflazione registrata dagli indicatori ufficiali, specialmente in materia di generi alimentari e servizi. Tra cui biglietti del treno, pedaggi autostradali e, recentemente, carburanti ed energia per usi domestici. Poi è cresciuta la tassazione indiretta e quella locale. In sintesi, i salari che nel 1995 permettevano alla maggioranza degli italiani di vivere, degnamente anche se non nell’abbondanza, ora non bastano più. Come è successo? I governi dell’Ulivo hanno dato, per altro doverosamente, priorità al risanamento del bilancio pubblico. Ma invece di liberalizzare il sistema economico per permettergli di creare più opportunità di lavoro, migliori salari e, in generale, più gettito fiscale derivante dalla crescita, hanno solo aumentato le tasse e ridotto la quantità di denaro fiscale che ritorna al mercato in forma di investimento (per esempio, grandi lavori pubblici). Appunto, con un mercato rimasto bloccato e meno denaro che gira nell’economia il meno che poteva capitare era quello di impoverire metà degli italiani. I più economicamente deboli. Il metodo di governo usato è stato – e continua ad essere - un errore di proporzioni storiche che i cittadini stanno pagando con umiliazione, ansia ed una qualità della vita che regredisce.

Tre mesi di fila per un’ecografia urgente, sette mesi per un intervento, che cos’è? Lo Stato sociale, per contenere i costi, riduce la qualità e diffusività dei servizi medici. Quelli che non hanno denaro per soluzioni private stanno morendo. In alcuni casi sul serio e non per metafora. Ma pensate anche all’agente di sicurezza o all’insegnante che ricevono un salario inferiore ai due milioni al mese. Funzioni cruciali di interesse pubblico vengono affidate a persone che non sono certe di potersi comprare le cose essenziali per la vita. Di fatto, i lavoratori dipendenti che riescono a vivere decentemente sono solo quelli che riescono a fare il "nero". Vista la sua natura salvifica, a questo punto, chiamiamolo "bianco". Ma chi non è in grado di farlo sente, oltre alla morsa del bisogno, anche l’ingiustizia sociale. E la nostra società si spappola, degrada, si incattivisce, diventa cinica, pessimista.

Chi non ci crede analizzi i seguenti numeri. Poniamo che il salario di un lavoratore nell’industria e nei servizi sia 100. Cerchiamo di fare una media tra i diversi settori e posizioni di lavoro dipendente. Al datore di lavoro il dipendente costa 153 (contributo INPS e gabelle varie). Il denaro netto in busta paga è 70. Su questo gravano tasse automobolistiche, ICI, e altre in misura di, circa, 20. Al lavoratore resta circa 50 per vivere, cioè 1/3 della cifra complessiva stanziata per remunerarlo.

Ipotizziamo, vicini alla realtà di molti, che questo sia un milione di lire su quasi tre milioni di costo del lavoro. Mezzo – un po’ meno al Sud – se ne va per l’affitto. Con 125mila per settimana si deve mangiare, comprare un vestito, pagare la benzina, qualcosa per il figlio e spese imprevist

 

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Da quando? Dal 1995-96, con un accelerazione negli ultimi due anni. Perché? I salari non sono aumentati, ma le spese fiscali e della vita sì. I prezzi dei beni sono cresciuti molto più dell’inflazione registrata dagli indicatori ufficiali, specialmente in materia di generi alimentari e servizi. Tra cui biglietti del treno, pedaggi autostradali e, recentemente, carburanti ed energia per usi domestici. Poi è cresciuta la tassazione indiretta e quella locale. In sintesi, i salari che nel 1995 permettevano alla maggioranza degli italiani di vivere, degnamente anche se non nell’abbondanza, ora non bastano più. Come è successo? I governi dell’Ulivo hanno dato, per altro doverosamente, priorità al risanamento del bilancio pubblico. Ma invece di liberalizzare il sistema economico per permettergli di creare più opportunità di lavoro, migliori salari e, in generale, più gettito fiscale derivante dalla crescita, hanno solo aumentato le tasse e ridotto la quantità di denaro fiscale che ritorna al mercato in forma di investimento (per esempio, grandi lavori pubblici). Appunto, con un mercato rimasto bloccato e meno denaro che gira nell’economia il meno che poteva capitare era quello di impoverire metà degli italiani. I più economicamente deboli. Il metodo di governo usato è stato – e continua ad essere - un errore di proporzioni storiche che i cittadini stanno pagando con umiliazione, ansia ed una qualità della vita che regredisce.

Tre mesi di fila per un’ecografia urgente, sette mesi per un intervento, che cos’è? Lo Stato sociale, per contenere i costi, riduce la qualità e diffusività dei servizi medici. Quelli che non hanno denaro per soluzioni private stanno morendo. In alcuni casi sul serio e non per metafora. Ma pensate anche all’agente di sicurezza o all’insegnante che ricevono un salario inferiore ai due milioni al mese. Funzioni cruciali di interesse pubblico vengono affidate a persone che non sono certe di potersi comprare le cose essenziali per la vita. Di fatto, i lavoratori dipendenti che riescono a vivere decentemente sono solo quelli che riescono a fare il "nero". Vista la sua natura salvifica, a questo punto, chiamiamolo "bianco". Ma chi non è in grado di farlo sente, oltre alla morsa del bisogno, anche l’ingiustizia sociale. E la nostra società si spappola, degrada, si incattivisce, diventa cinica, pessimista.

Chi non ci crede analizzi i seguenti numeri. Poniamo che il salario di un lavoratore nell’industria e nei servizi sia 100. Cerchiamo di fare una media tra i diversi settori e posizioni di lavoro dipendente. Al datore di lavoro il dipendente costa 153 (contributo INPS e gabelle varie). Il denaro netto in busta paga è 70. Su questo gravano tasse automobolistiche, ICI, e altre in misura di, circa, 20. Al lavoratore resta circa 50 per vivere, cioè 1/3 della cifra complessiva stanziata per remunerarlo.

Ipotizziamo, vicini alla realtà di molti, che questo sia un milione di lire su quasi tre milioni di costo del lavoro. Mezzo – un po’ meno al Sud – se ne va per l’affitto. Con 125mila per settimana si deve mangiare, comprare un vestito, pagare la benzina, qualcosa per il figlio e spese imprevist

 

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2000-11-3

3/11/2000

Sorella povertà

A: Allione (Sorlini)

I dati che ho disposizione fanno ipotizzare che circa il 20% degli italiani sia caduta nella condizione di povertà intesa, sostanzialmente, come capacità di spesa che non copre tutti i bisogni primari o ci arriva a pelo. Ed un altro 30% - 40% ha meno denaro disponibile per risparmi e consumi. Appare credibile l’ipotesi devastante che più della metà degli italiani si sia impoverita.

Da quando? Dal 1995-96, con un accelerazione negli ultimi due anni. Perché? I salari non sono aumentati, ma le spese fiscali e della vita sì. I prezzi dei beni sono cresciuti molto più dell’inflazione registrata dagli indicatori ufficiali, specialmente in materia di generi alimentari e servizi. Tra cui biglietti del treno, pedaggi autostradali e, recentemente, carburanti ed energia per usi domestici. Poi è cresciuta la tassazione indiretta e quella locale. In sintesi, i salari che nel 1995 permettevano alla maggioranza degli italiani di vivere, degnamente anche se non nell’abbondanza, ora non bastano più. Come è successo? I governi dell’Ulivo hanno dato, per altro doverosamente, priorità al risanamento del bilancio pubblico. Ma invece di liberalizzare il sistema economico per permettergli di creare più opportunità di lavoro, migliori salari e, in generale, più gettito fiscale derivante dalla crescita, hanno solo aumentato le tasse e ridotto la quantità di denaro fiscale che ritorna al mercato in forma di investimento (per esempio, grandi lavori pubblici). Appunto, con un mercato rimasto bloccato e meno denaro che gira nell’economia il meno che poteva capitare era quello di impoverire metà degli italiani. I più economicamente deboli. Il metodo di governo usato è stato – e continua ad essere - un errore di proporzioni storiche che i cittadini stanno pagando con umiliazione, ansia ed una qualità della vita che regredisce.

Tre mesi di fila per un’ecografia urgente, sette mesi per un intervento, che cos’è? Lo Stato sociale, per contenere i costi, riduce la qualità e diffusività dei servizi medici. Quelli che non hanno denaro per soluzioni private stanno morendo. In alcuni casi sul serio e non per metafora. Ma pensate anche all’agente di sicurezza o all’insegnante che ricevono un salario inferiore ai due milioni al mese. Funzioni cruciali di interesse pubblico vengono affidate a persone che non sono certe di potersi comprare le cose essenziali per la vita. Di fatto, i lavoratori dipendenti che riescono a vivere decentemente sono solo quelli che riescono a fare il "nero". Vista la sua natura salvifica, a questo punto, chiamiamolo "bianco". Ma chi non è in grado di farlo sente, oltre alla morsa del bisogno, anche l’ingiustizia sociale. E la nostra società si spappola, degrada, si incattivisce, diventa cinica, pessimista.

Chi non ci crede analizzi i seguenti numeri. Poniamo che il salario di un lavoratore nell’industria e nei servizi sia 100. Cerchiamo di fare una media tra i diversi settori e posizioni di lavoro dipendente. Al datore di lavoro il dipendente costa 153 (contributo INPS e gabelle varie). Il denaro netto in busta paga è 70. Su questo gravano tasse automobolistiche, ICI, e altre in misura di, circa, 20. Al lavoratore resta circa 50 per vivere, cioè 1/3 della cifra complessiva stanziata per remunerarlo.

Ipotizziamo, vicini alla realtà di molti, che questo sia un milione di lire su quasi tre milioni di costo del lavoro. Mezzo – un po’ meno al Sud – se ne va per l’affitto. Con 125mila per settimana si deve mangiare, comprare un vestito, pagare la benzina, qualcosa per il figlio e spese imprevist

 

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