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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2000-2-21

21/2/2000

Allarme petrolio, bisogna dare una calmata all’Opec

In poco più di un anno il prezzo del petrolio è passato da circa dieci dollari al barile a 30, triplicato. L’Ocse stima che ogni rialzo di dieci dollari equivale a mezzo punto di inflazione in più ed allo 0,25% di crescita del Pil in meno. Infatti in meno di un anno, facendo la media nell’area dei paesi sviluppati, l’inflazione è raddoppiata, passando dall’1,1% al 2%. E lo scenario per il 2000 è di quelli che mettono i brividi. Philip K. Verleger, del Brattel Group, stima che il prezzo salirà ancora, entro la fine dell’anno, verso i 33 dollari, se i paesi produttori aumenteranno la produzione. Se non lo faranno, allora è molto probabile che balzi versoi 40. A tale livello, se confermato, sarà inevitabile una recessione indotta dal rialzo dei tassi monetari sia in America che in Europa. In sintesi, tutto l’Occidente è in fase di pre-allarme.

Perché si impenna così il prezzo del petrolio? Il cartello dei paesi produttori, OPEC, tra cui Arabia Saudita, Iran, Kuwait ecc., nonchè Mexico e Venezuela in qualità di paesi partner, hanno deciso di restringerne la quantità estratta, appunto, per alzarne il prezzo. Alla fine del 1998 questo era sceso talmente in basso, per la caduta della domanda causata della crisi asiatica, da provocare crisi finanziarie nei paesi detti ed in altri, quali la Russia. Per esempio, i sauditi si sono trovati con un debito pari al 100% del Pil. Di fronte a questa situazione sono riusciti a trovare un accordo – spinto anche dai grandi gruppi petroliferi che stavano andando in crisi - per far lievitare il prezzo dell’oro nero. Non è chiaro, ma sembra che gli Stati Uniti abbiano inizialmente visto con favore tale rialzo perché serviva a riequilibrare le economie di paesi in grave crisi di instabilità, quali Russia, Venezuela, Messico, ecc. Se non è stato così, certamente per tutti i primi mesi del 1999, mentre il petrolio andava alle stelle, molti analisti privati e governativi di ambedue i continenti hanno sottostimato il fenomeno. Prevaleva la sensazione che i paesi Opec avrebbero riallargato l’offerta di petrolio, riportando il sistema in equilibrio entro i primi del 2000. E più informati sussurravano che era stato un miracolo che l’Opec avesse raggiunto un accordo di cartello per quasi un anno (non ci era riuscito negli ultimi 30) e che presto i produttori sarebbero tornati ad imbrogliarsi e a litigare l’uno con l’altro. In sintesi, pur non chiara la storia, i paesi sviluppati – e l’impero americano delegato a difenderne l’economia e la sicurezza – hanno fatto passare un anno intero senza porre seriamente all’Opec un limite al rialzo. Il punto è che il prezzo del petrolio è un puro fatto politico. Quindi, per abbassarlo, ci vuole un’azione politica.

Finalmente l’Amministrazione Clinton, gli europei ancora incredibilmente immobili, si sta muovendo. Il Ministro dell’energia Bill Richardson sta per incontrare tutti i leader dell’Opec. Qualche pressione pesante comincia ad essere fatta. Possiamo attenderci un felice esito da questa pur tardiva azione calmierante? Da una parte, possiamo aspettarci che l’Opec non abbia alcun interesse né a spingere i prezzi del petrolio fino al livello di rottura né ad aprire un conflitto con gli americani. Dall’altra, non sono ancora chiari i termini temporali e quantitativi del ribasso o calmieramento. I paesi Opec annunceranno una revisione espansiva delle quote di produzione il prossimo 27 marzo a Vienna. E stanno discutendo due scenari. Il primo prevede un incremento della produzione di 1,2 milioni di barili al giorno. Il secondo ne prevede 3,1 milioni, il 12% circa in più dell’offerta attuale Solo quest’ultimo avrebbe un iniziale effetto moderatore. La International Energy Agency, infatti, ha calcolato che l’Opec dovrebbe aumentare di almeno il 10% l’offerta di petrolio per stare al passo con la domanda crescente dovuta all ripresa in Asia. Tali numeri porterebbero il prezzo del petrolio sotto i trenta dollari e, con qualche sforzo in più, lo si potrebbe far oscillare tra un massimo di 25 ed un minimo di 20. Questo livello di prezzo salverebbe l’Occidente da una brutta crisi inflattiva- recessiva e, allo stesso tempo, fornirebbe ai paesi del cartello una remunerazione più che soddisfacente. Infatti i leader dell’Opec dicono - in teoria, si noti bene - che il raggio di prezzo detto sopra andrebbe bene anche a loro. Ci sarà un tale esito positivo, tra un mese?

A favore abbiamo solo la pressione politica americana. Ma Clinton, ormai in scadenza di mandato, è debole. Contro c’è il desiderio dei paesi Opec – e di parecchi gruppi petroliferi - di tirare avanti ancora un anno, forse più sperano, almeno con prezzi sui trenta dollari ed oltre per rimettere a posto le loro casse. E si nota un certo tira e molla nei negoziati. I paesi Opec rassicurano a parole, ma lasciano slittare i fatti. Per farglieli compiere e mantenere sembra mancare un pezzo di pressione in più. E questo non può venire altro che da un’azione più forte da parte degli europei che si aggiunga a quella in atto da parte americana. I primi hanno recentemente dimostrato nel caso delle sanzioni - per altro infondate - contro l’Austria, che, quando vogliono, sanno essere duri e determinati. Vorremmo vederli altrettanto agguerriti contro il pesce Opec, ben più grosso e nero.

(c) 2000 Carlo Pelanda
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