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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2001-1-1

1/1/2001

Inizio difficile per Bush

 La nuova amministrazione Bush non avrà il tempo di fare rodaggio. Dovrà, infatti, dimostrare di essere capace di gestire subito un’emergenza: lo sbandamento recessivo dell’economia statunitense. E la sua credibilità verrà valutata, sia sul piano interno sia dall’opinione pubblica mondiale, in base a come risolverà questo problema. Cosa possiamo realisticamente aspettarci?

 La crescita americana è in fase di sgonfiamento dalla metà del 2000. Alcuni settori del manifatturiero, penalizzati dal dollaro troppo alto, erano già in recessione dalla fine del 1999. Quello della cosiddetta economia Internet è – dall’aprile del 2000 - caratterizzato da un bagno di sangue: solo una su dieci aziende è sopravvissuta. In generale, le imprese tecnologiche quotate in Borsa hanno perduto in dieci mesi circa la metà del loro valore di capitalizzazione complessiva. Il piccolo investitore americano non potrà contare per il 2001 su profitti finanziari che negli anni scorsi erano arrivati tra il 15 ed il 20%. Tutte le aziende si stanno riadattando ad una prospettiva futura di crescita minore, tagliando investimenti, scorte e personale. Soprattutto, i consumatori stanno percependo, con un anno di ritardo, che la stagione della crescita continua – che dura ininterrotta dal 1992 - potrebbe finire. Tale svolta psicologica, che ha come conseguenza una maggiore prudenza nei consumi, potrebbe innescare effettivamente una recessione.

 La situazione, poi, è complicata da alcuni fattori tecnici. La caduta delle Borse ha messo in difficoltà le banche che avevano prestato i denari agli speculatori ed alle aziende che avevano scommesso su una continuazione della crescita. Le brutte prospettive finanziarie in America tendono a ridurre quei flussi di capitali verso il dollaro che bilanciano il deficit commerciale: anche se in fase di crescita calante, comunque le importazioni americane sono ancora eccessive e si apre un problema notevole di squilibrio macrofinanziario Inoltre il crollo degli investimenti sulle nuove tecnologie fa temere che nel prossimo futuro la produttività (valore di un ora di lavoro) non crescerà come successo nel recente passato proprio grazie all’effetto efficienza generato dalle nuove tecnologie stesse. Tale quadro è poi peggiorato dal fatto che la crescita globale è trainata dalle esportazioni verso l’America da parte di tutti. L’incremento del Pil europeo di circa il 3% nel 2000 è stato quasi totalmente generato dalla domanda americana. Il Giappone dipende per il 30% della sua economia dalle esportazioni negli USA. Questo vuol dire che se la locomotiva americana si ferma i vagoni mondiali resteranno fermi.. E non c’è ne è un’altra di riserva. In sintesi, il quadro di inizio 2001 appare nero.

 Ma se si osservano i dati con più attenzione, dopotutto, si nota che la contrazione americana non è fuori controllo. Per esempio, il collasso del settore Internet non ha distrutto l’economia della rete. Le aziende hanno capito l’errore che ha portato i problemi. E quelle sopravvissute stanno velocemente riorganizzandosi. Il consumatore e l’investitore americano certamente stanno provando una delusione, ma non hanno perso totalmente la fiducia in un sistema che ritengono forte. In sintesi, l’economia può essere ancora governata in modo tale da evitare la recessione e predisporsi ad una nuova crescita robusta e prolungata nel futuro. Quali mosse potranno ottenere tale buon risultato?

 La prima, certamente, è quella di ridare l’ottimismo ai consumatori ed agli investitori. I mezzi per farlo sono sostanzialmente due, di carattere stimolativo: (a) ridurre velocemente i tassi monetari il cui rialzo (che ha raggiunto il culmine nel luglio scorso) ha sgonfiato la crescita eccessiva; (b) ridurre le tasse. La prima azione, che non è di competenza politica e riguarda l’autorità monetaria (Fed), può sortire effetti a breve. Ed è stata avviata ai primi di gennaio. La seconda, esclusivamente di competenza governativa, ha effetti tecnici a lungo termine, ma immediati sul lato psicologico. E proprio per questo potrebbe riverberare negativamente con la prima: si riducono di molto i tassi, contemporaneamente si annunciano robusti tagli fiscali, e il sistema di colpo passa dall’eccesso di pessimismo a quello di ottimismo andando in bolla di nuovo. Cosa che poi costringerebbe a rialzare i primi, questa volta mandando veramente l’economia a KO. Oppure costringerebbe la Fed a non abbassare i tassi quanto necessario nel momento giusto per evitare proprio tale rischio. Quindi le due manovre stimolative devono essere calibrate e concordate al millimetro. E questo è il primo esame che l’amministrazione Bush deve superare: dimostrare la perfetta armonia di vedute con l’autorità monetaria.

 Ce ne è poi  un secondo. Il ciclo espansivo americano non si è sgonfiato solo a causa della manovra restrittiva sul piano dei tassi, ma anche perché ha raggiunto dei limiti fisiologici di saturazione. Per cinque anni di seguito le aziende hanno superinvestito in nuove tecnologie, soprattutto dell’informazione. Francamente è difficile che possano continuare con questi ritmi, anche se tassi e tasse fossero ben minori. Pertanto ci vuole una stimolazione diretta straordinaria per il mercato tecnologico tale da compensarne la minore dinamicità ed aprire nuovi fronti di sviluppo. Questa può venire, principalmente da un aumento e da un reindirizzo futurizzante della spesa pubblica in tale settore.

 Che prospettive ha l’amministrazione Bush di passare tali esami? Sulla carta buone: le riduzioni fiscali ed il riarmo supertecnologico - per ovviare all’invecchiamento impressionante dell’arsenale statunitense – sono i due punti principali del programma elettorale. C’è un abbondante surplus di bilancio statale che rende fattibili ambedue le azioni (mentre Reagan, negli anni ’80, dovette ricorrere all’indebitamento per attuarle, creando pesanti disequilibri). La perfetta armonia tra Greenspan e Bush non pare ancora raggiunta, ma ambedue sono consapevoli che sarà necessaria. Forse una breve recessione sarà inevitabile, ma è molto probabile che poi l’economia avrà un vivace e solido rimbalzo. Se si mettesse in moto la locomotiva europea, poi, non staremmo qui a preoccuparci tanto delle sorti americane, dalle quali dipendiamo proprio perché l’eurotreno non è ancora in grado di trainare se stesso, figurarsi il resto del mondo, America in riparazione compresa.

(c) 2001 Carlo Pelanda
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